Giotto
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Giotto
3. L’ultimo periodo

La Madonna di Ognissanti o Maestà (1310 ca., Uffizi, Firenze) è tra i pochi dipinti su tavola attribuibili con certezza a Giotto. Benché vi si ravvisi chiaramente l’influenza di Cimabue, l’umanizzazione del volto della Madonna costituisce un fatto del tutto nuovo, così come la resa della profondità del trono gotico su cui siede la Vergine. I due cicli di affreschi eseguiti per la cappella Bardi e la cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze rappresentano, rispettivamente, la vita di san Francesco (1325 ca.) e la vicenda terrena di san Giovanni Battista e di san Giovanni Evangelista (1317 ca.). Le composizioni ardite e mosse che caratterizzano queste pitture segnano lo stadio più maturo dello stile di Giotto.

Ormai maestro riconosciuto, dal 1328 Giotto operò a Napoli presso la corte di Roberto d’Angiò; tornò poi a Firenze, dove nel 1334 progettò il campanile del Duomo di Santa Maria del Fiore: disegnò probabilmente anche le formelle esagonali del primo ordine del basamento, realizzate poi da Andrea Pisano e da suoi collaboratori. Nulla è rimasto, infine, del suo soggiorno milanese, datato intorno al 1335, durante il quale ricevette diverse commissioni dai Visconti.

L’artista, all’avanguardia per i tempi in cui visse, esercitò un’influenza notevole su tutte le scuole pittoriche italiane ed europee del XIV secolo. La forte carica innovativa del suo stile diede tuttavia i frutti più evidenti soprattutto grazie alla ripresa e alla rielaborazione compiute da Masaccio un secolo dopo. L’attenzione per il realismo rappresentativo, sia nella resa della figura umana sia nella descrizione del mondo naturale e delle strutture architettoniche, sarebbe diventata tratto dominante del Rinascimento fiorentino.