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Brigate Rosse
1. Introduzione

Brigate Rosse Organizzazione terroristica clandestina di estrema sinistra, attiva in Italia dal 1970 alla seconda metà degli anni Ottanta. Le Brigate Rosse (BR) nacquero sulla scia della forte ondata di lotte del cosiddetto “autunno caldo”. Ispirata al leninismo, raccolse inizialmente giovani che avevano fatto la loro prima esperienza politica nel movimento studentesco, nelle varie organizzazioni nate alla sinistra del Partito comunista e tra le avanguardie più radicali delle lotte operaie. L’organizzazione esordì a Milano nella primavera del 1970, con azioni dimostrative e sostanzialmente incruente all’interno di alcuni stabilimenti industriali, ma sviluppò presto una strategia centrata sulla lotta armata, ispirata soprattutto all’esempio di Che Guevara e ai movimenti della guerriglia sudamericana, tra i quali i tupamaros.

2. La “propaganda armata”

Rigidamente compartimentate in colonne e comandate da una “direzione strategica” composta da pochi membri, le BR attrassero nuove forze, pescando nel vasto e frastagliato bacino della sinistra extraparlamentare italiana, in seguito alla radicalizzazione dello scontro politico causata dalla strage di Piazza Fontana a Milano nel dicembre del 1969 e dagli altri violenti episodi di marca neofascista (ma in cui presero parte settori deviati dello stato) che segnarono la cosiddetta “strategia della tensione”.

Critica nei confronti delle altre organizzazioni della sinistra extraparlamentare e profondamente ostile alla politica di alleanza del “compromesso storico” tra forze della sinistra e cattoliche promossa dal Partito comunista di Enrico Berlinguer, nel 1974, con l’assassinio di due esponenti del Movimento sociale italiano e il sequestro del giudice Mario Sossi, l’organizzazione lanciò una fase di cosiddetta “propaganda armata”. Nello stesso anno, la risposta delle istituzioni, affidata a un nucleo antiterrorismo comandato dal generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (rimasto vittima nel 1982 di un agguato mafioso), ebbe i suoi primi risultati con la scoperta di diverse basi e l’arresto di alcuni leader delle BR, tra cui Renato Curcio. Questi, evaso l'anno seguente grazie a un raid compiuto dai suoi compagni nella prigione in cui era detenuto, fu definitivamente catturato nel 1976, quando la guida delle BR passò a Mario Moretti.

3. L’“attacco al cuore dello stato”

Riorganizzate e rinforzate con l’arrivo di militanti delle altre sigle minori della galassia clandestina e terrorista italiana, le BR lanciarono vere e proprie campagne offensive, prendendo di mira imprenditori, manager, sindacalisti, politici, giornalisti, giudici ed esponenti delle forze dell'ordine. Nel 1977, approfittando della radicalità e della diffusa illegalità che contrassegnarono le lotte studentesche di quell’anno, tentarono di assumerne la guida e di coinvolgere nella lotta armata gli strati più esasperati di quel movimento. Con i loro fiancheggiatori, presero così parte attiva nei violenti scontri di piazza che si susseguirono in quel periodo.

Nel 1978 ebbe inizio la fase più violenta delle BR, quella dell’“attacco al cuore dello stato”. Il 16 marzo, mentre era in corso a Torino il primo importante processo contro l’organizzazione terrorista, questa mise a segno, con il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e lo sterminio dei cinque uomini della sua scorta, la sua azione più clamorosa; il sequestro si concluse il 9 maggio con l’assassinio dello statista.

4. Il declino del progetto brigatista

Il sequestro Moro segnò il punto culminante del fenomeno terroristico italiano, ma anche l’inizio del suo declino. Negli anni seguenti, nonostante venissero messe a segno numerose azioni terroristiche, iniziò la crisi delle BR, favorita dalle rivelazioni dei cosiddetti 'pentiti', spinti a collaborare con la giustizia in cambio di forti riduzioni di pena e di più clementi condizioni di detenzione. Nel 1981 l’organizzazione si scisse in due tronconi, il “Partito comunista combattente” e il “Partito guerriglia”, che si resero protagonisti di altre efferate violenze e di altri clamorosi sequestri, come quello del generale statunitense James Lee Dozier, liberato dopo quaranta giorni con un blitz delle forze dell’ordine. Ma ormai la maggior parte dei protagonisti della stagione terroristica era in carcere.

Nel marzo del 1985, a poche settimane dall’annuncio dell’abbandono della lotta armata da parte di Valerio Morucci, già leader dell’organizzazione, e di altri 170 brigatisti, un commando dell’organizzazione uccideva a Roma l’economista Ezio Tarantelli: si trattò di un colpo di coda al quale ne sarebbero seguiti altri, fino all’uccisione del senatore democristiano Roberto Ruffilli, nell’aprile del 1988. Questo omicidio è considerato l’ultimo atto dell’organizzazione storica, ma anche il primo di una nuova leva di brigatisti, che più di dieci anni dopo sarebbero tornati a colpire, uccidendo nel 1999 Massimo D’Antona e nel 2002 Marco Biagi, entrambi consulenti del ministero del Lavoro.

Lunga è la scia di sangue lasciata dalle BR. Molte furono infatti le vittime delle loro azioni: oltre ai numerosi caduti tra le forze dell’ordine, che danno le dimensioni della portata quasi militare della lotta terroristica, l’organizzazione colpì giornalisti come Carlo Casalegno, vicedirettore della “Stampa”, e Walter Tobagi, del “Corriere della Sera”; professori universitari come Vittorio Bachelet; giudici come Francesco Coco ed Emilio Alessandrini, il quale con la sua indagine aveva fatto un po’ di luce sulla strage di Piazza Fontana; ma anche operai, come il genovese Guido Rossa, colpevole di aver denunciato alla polizia un suo compagno di fabbrica sorpreso a distribuire volantini delle BR.

Alto fu anche il prezzo pagato dall’organizzazione terroristica, con decine di militanti caduti negli scontri a fuoco con le forze dell’ordine e centinaia di altri relegati per moltissimi anni nei penitenziari italiani.