| Retorica | Articolo | ||||
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| 2. | Dalle origini all’età romantica |
La tradizione vuole che la retorica sia nata verso la metà del V secolo a.C. in Sicilia quando, caduto il tiranno Trasibulo e moltiplicatisi i processi per rivendicare le proprietà dei precedenti espropri, si sviluppò un tipo di eloquenza deliberativa a opera di Corace e di Tisia. Subito dopo la retorica passò in Attica e si sviluppò grazie a Gorgia e agli altri sofisti, in un ambiente in cui le istituzioni democratiche favorivano la codificazione delle regole del discorso pubblico volto a persuadere un uditorio per averne il consenso.
Aristotele riconobbe alla retorica una funzione complementare a quella della dialettica (basata sul sillogismo) perché si fonda su un sillogismo approssimativo (“entimema”) a partire dal probabile. Ne rivalutò l’aspetto speculativo affiancandola, sia pure in posizione meno elevata, alla logica (che è strumento per una corretta argomentazione). Nella sua Retorica, testo rimasto basilare nel tempo per questa disciplina, Aristotele codificò i tre generi dell’oratoria (deliberativo, giudiziario, epidittico o dimostrativo), esaminando gli argomenti relativi (di tipo etico, giuridico e psicologico).
Guardando ad Aristotele, la tradizione greco-latina ripartì l’ambito retorico in cinque parti: l’éuresis o inventio (la ricerca degli argomenti); la táxis o dispositio (la disposizione degli argomenti); la léxis o elocutio (l’elaborazione stilistico-formale); l’ypókrisis o actio (la cura dell’intonazione della voce e della gestualità); la mnéme o memoria (la tecnica di memorizzazione). Queste ultime due parti erano riservate ovviamente ai discorsi da tenere in pubblico. Quanto alla dispositio, essa era a sua volta suddivisa in: exordium (inizio), captatio benevolentiae (per accattivarsi la simpatia degli interlocutori), narratio (esposizione degli argomenti), confirmatio (spiegazione dei fatti) e peroratio (epilogo con sollecitazione emotiva del consenso).
Particolare importanza, data la funzione politica e civile svolta dall’oratoria, ebbe la retorica nel mondo romano, come risulta dai trattati di Cicerone e dall’Institutio oratoria di Quintiliano, il quale codificò i tre stili (tenue o humilis, medio, alto o gravis, che nel Medioevo si sarebbero sovrapposti ai tre livelli stilistici dell’elegiaco, del comico e del tragico) e le tre rispettive finalità della retorica: docere, delectare, movere (“insegnare, dilettare, suscitare sentimenti”).
In seguito gli elementi della retorica classica furono introdotti nella cultura cristiana da sant’Agostino, che ne fece il supporto per la predicazione. Con Boezio la retorica divenne, insieme con la grammatica e la dialettica (quest’ultima ha per scopo la dimostrazione e non la persuasione), una delle discipline del “trivio” (le artes sermocinales) all’interno delle arti liberali, che comprendevano anche quelle del “quadrivio” (artes reales: aritmetica, geometria, musica, astronomia). Allora la retorica divenne strumento precettistico per l’ars dictandi (“arte del comporre”) e la sua complessa casistica confluì nelle “clausole”.
Nell’età umanistico-rinascimentale la retorica acquistò nuova valenza nell’ambito filologico per la nuova considerazione di cui la parola poetica divenne oggetto. Ma fu soprattutto la cultura barocca, da un’altra angolazione, a esaltare la retorica, come risulta dai numerosi trattati (Il canocchiale aristotelico, 1654, di Emanuele Tesauro; Acutezza e arte dell’ingegno, 1642, dello spagnolo Baltasar Gracián). Nel Seicento la retorica fu impiegata anche come strumento propagandistico dal potere politico e religioso. Nel contempo si delineava una tendenza a svalutare il linguaggio della retorica a favore del linguaggio logico-scientifico, atteggiamento che emerge chiaramente anche in Cartesio.
La decadenza raggiunse il culmine nell’età del romanticismo, quando la retorica era considerata un freno alla libera espressione dell’ispirazione individuale e fu coinvolta nell’insofferenza per la tradizione classicista. Anche Benedetto Croce, nel secolo seguente, relegò la retorica nell’ambito della “non poesia”, considerandola un apparato che ostacola la libera espressione dell’“intuizione lirica”.