| Buddhismo Mahayana | Articolo | ||||
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| 3. | Organizzazione e dottrina |
Nella tradizione Mahayana il concetto di sangha, la comunità monastica del buddhismo primitivo, assume un significato più ampio, includendo oltre ai monaci anche i fedeli laici, e la via per giungere alla condizione di beatitudine (nirvana) può essere seguita non solo in monastero – con l’osservanza della regola fissata nell’Hinayana Vinaya (uno degli scritti del Tripitaka, il canone dei testi sacri buddhisti), a cui si aggiungono sovente pratiche riconducibili al tantrismo – ma anche nella vita laicale e in confraternite devozionali.
I tratti distintivi della dottrina mahayana – che si fonda, fra l’altro, su testi, quali i Lankavatara Sutra e la collezione nota come Prajnaparamita (Sermoni della perfetta saggezza), estranei alla raccolta canonica del Tripitaka – discendono direttamente dall’interpretazione della figura del Buddha. Il Buddha del Mahayana possiede un “corpo essenziale” (dharmakaya), concepito come assoluta e immutabile sostanza spirituale, un “corpo di beatitudine” (sambhogakaya), la forma divina che si rivela all’iniziato durante la meditazione, e un “corpo di trasformazione” (nirmanakaya), il Buddha che appare in forma umana in questo mondo materiale per condurre gli esseri alla liberazione.
Il Buddha storico (Siddhartha Gautama) è dunque soltanto una delle manifestazioni del Buddha spirituale: l’insegnamento diffuso dal Buddha nella sua esistenza sulla terra rappresenta solo un punto di partenza, che deve essere necessariamente integrato da ulteriori rivelazioni.
La possibilità di molteplici rivelazioni spiega già di per sé la tendenza alla frammentazione in diversi indirizzi che costituisce uno dei tratti tipici del Mahayana, assieme alla divinizzazione dei bodhisattva come Avalokiteshvara e Maitreya (il prossimo Buddha storico per la scuola Theravada) e alla compiutezza raggiunta dalla speculazione filosofica da Nagarjuna in poi.
Se il pensiero Mahayana muove dalla negazione totale non solo della realtà intrinseca (atman) di tutte le cose, ma anche della possibilità per la mente di percepire gli esseri che la circondano e che sarebbero dunque assolutamente “vuoti”, alcune correnti si basano su una dialettica fra la natura falsa e vuota delle cose in senso assoluto e la loro realtà in senso relativo, arrivando anche, come nel caso dello Zen, a considerare la transitorietà negativa (samsara) del mondo materiale come non incompatibile con la ricerca del nirvana.
La stessa nozione di “vuoto assoluto” (sunyata) è invece sfruttata dalla scuola Vijnanavada in direzione di un primato della conoscenza, ponendo la mente umana come unico principio reale; indotta a tratteggiare illusoriamente i contorni di un mondo esterno di per sé inesistente, la mente umana è comunque capace di liberarsi da questo errore attraverso la meditazione, dissolvendo nel vuoto ogni percezione, per incamminarsi sul sentiero dell’Illuminazione.