| Trova nell'articolo | America meridionale | Articolo |
| 1. | Introduzione |
America meridionale Sezione del continente americano che si estende per circa 7.600 km da Punta Gallinas, in Colombia, a Capo Horn, in Cile. L’America meridionale ha una superficie complessiva di 17.820.950 km², corrispondente al 12% delle terre emerse del pianeta, e un’estensione costiera di 26.000 km; è bagnata dal mar dei Caraibi, a nord; dall’oceano Pacifico, a ovest; dall’oceano Atlantico, a est. È attraversata dall’equatore e dal Tropico del Capricorno, mentre a nord l’istmo di Panamá la collega all’America centrale e settentrionale.
La popolazione dell’America meridionale è stimata in 384 milioni di abitanti (2008), ovvero meno del 6% della popolazione mondiale. Comprende gli stati di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay, Venezuela, Guyana, Suriname e Guayana Francese, un dipartimento d’oltremare della Francia. Alcune repubbliche sudamericane comprendono territori lontani, situati a grandi distanze dal Sudamerica: le isole Juan Fernández e l’isola di Pasqua appartengono al Cile, le isole Galápagos all’Ecuador, l’arcipelago Fernando de Noronha al Brasile, mentre le isole Falkland (o Malvinas) sono una colonia britannica rivendicata dall’Argentina. Le coste dell’America meridionale sono relativamente regolari, fatta eccezione per gli estremi litorali meridionali e sudoccidentali, incisi da numerosi fiordi e insenature.
| 2. | Storia geologica |
Il più antico e più stabile elemento strutturale del Sudamerica è costituito dagli altipiani del Brasile e della Guyana, a est e a nord-est, nei quali affiora la piattaforma continentale originaria; esso comprende un insieme di rocce cristalline, rocce eruttive e rocce metamorfiche, risalenti al Precambriano. In molte zone la piattaforma è ricoperta da rocce sedimentarie, risalenti perlopiù al Paleozoico (da 570 milioni a 225 milioni di anni fa), nonostante in alcune aree, in particolare nel Brasile meridionale, siano presenti strati di rocce effusive, basaltiche, di formazione più recente.
La parte meridionale, formata dagli altipiani della Patagonia, poggia invece su depositi sedimentari del Mesozoico (da 225 milioni a 65 milioni di anni or sono) e del Terziario (da 65 milioni a 2,5 milioni di anni fa) e su basalti di recente formazione.
Fossili ritrovati nell’altopiano del Brasile costituiscono una prova della deriva continentale, secondo la quale durante il Permiano l’America meridionale sarebbe stata unita al Gondwana, un unico continente che comprendeva l’Africa e l’Asia, da cui si sarebbe staccata con un lento movimento di deriva verso ovest, scontrandosi con la placca del Pacifico, da cui sarebbero nate le Ande. I materiali di cui sono formate risultano dall’erosione delle antiche piattaforme, sedimentatisi nei mari circostanti.
Queste formazioni subirono ripetuti sollevamenti nel Mesozoico dando vita ai rilievi costieri del Cile e del Perù meridionale e all’intera catena delle Ande. Questo processo orogenetico, che continuò nel Terziario, fu accompagnato da intrusioni di rocce magmatiche e dalla formazione di vulcani. L’attività vulcanica e sismica interessa tuttora l’intero margine occidentale del Sudamerica per effetto della subduzione della placca pacifica rispetto a quella sudamericana (vedi Tettonica a zolle).
Ai materiali trasportati dai fiumi che scendono dalle Ande si deve invece la formazione delle pianure alluvionali che occupano la parte centrale e più ampia dell’America meridionale, alla cui estremità meridionale si trovano diversi ghiacciai che scendono dai rilievi, permanenze delle grandi glaciazioni dell’era quaternaria (iniziata 2,5 milioni di anni fa).
| 3. | Territorio |
L’America meridionale ha una forma che riproduce a grandi linee quella dell’America settentrionale, con un sistema montuoso sull’orlo occidentale, alcune vaste pianure nella parte centrale, e massicci di antica formazione sul lato nordorientale e orientale. Il territorio può essere quindi suddiviso in tre regioni fisiche: il sistema montuoso è la cordigliera delle Ande, che si eleva possente e ininterrotta lungo la costa occidentale, al di sopra dell’oceano Pacifico; le pianure sono i bassopiani che formano i bacini dell’Orinoco, del Rio delle Amazzoni, del Paraná; gli antichi massicci a oriente sono costituiti dal massiccio della Guayana e dall’altopiano del Brasile. Il punto più depresso dell’America meridionale (105 m sotto il livello del mare) è situato sulla penisola di Valdés, nell’Argentina orientale, mentre il punto più elevato, la vetta dell’Aconcagua (6.960 m), si trova nell’Argentina occidentale.
Le Ande s’innalzano bruscamente dalla costa nordoccidentale e occidentale del Sudamerica. Sono formate da un unico allineamento montuoso nel Venezuela settentrionale e lungo gran parte del Cile e dell’Argentina meridionale, mentre nella Colombia settentrionale si dividono in tre catene parallele (Cordigliera Occidentale, Centrale e Orientale). Fra le numerose vette che superano i 5.000 metri d’altitudine vi sono alcuni vulcani attivi situati nel Cile centromeridionale, in Perù, nella Bolivia meridionale e in Ecuador.
I vasti altipiani della Guayana a nord-est e del Brasile a est presentano aree collinari, ampi tavolati e alte mesas. I tavolati sono più elevati e meno estesi nell’altopiano della Guayana, mentre l’altopiano del Brasile raggiunge le massime altitudini nei rilievi situati lungo la costa orientale. I suoli di questi altipiani sono generalmente poveri, ma in molte valli il terreno è reso fertile dalla presenza di rocce basaltiche. L’altopiano della Patagonia è meno elevato e relativamente piatto; qui lo sfruttamento dei suoli fertili è ostacolato dalle difficili condizioni climatiche.
Nella parte settentrionale si estende l’area pianeggiante del bacino dell’Orinoco, che comprende i llanos – una regione di pianure alluvionali e basse mesas – e un vasto ventaglio di valli convergenti verso l’Amazzonia. Questa è un ampio bassopiano alluvionale dalle pendenze lievissime che si apre verso l’Atlantico tra le appendici degli altipiani della Guayana e del Brasile. A sud i bassi rilievi degli altipiani del Mato Grosso dividono il bassopiano amazzonico da quello del Paraguay-Paraná. In esso le pianure pedemontane del Gran Chaco e della Pampa si fondono nelle pianure alluvionali e acquitrinose percorse dai fiumi che cercano il loro sbocco nelle depressioni costiere dell’Atlantico, dove il Paraná sbocca con l’ampio estuario detto Rio de la Plata.
| 1. | Idrografia |
Gran parte dei fiumi dell’America meridionale sfocia nell’oceano Atlantico e appartiene ai tre grandi sistemi fluviali del Rio delle Amazzoni, dell’Orinoco e del Paraguay-Paraná. Questi grandi fiumi rappresentano delle vie navigabili che consentono di penetrare facilmente nelle regioni interne. La loro grandiosità si deve sia all’ampiezza dei bacini idrografici sia alla ricca alimentazione dovuta alle precipitazioni equatoriali e agli apporti degli affluenti che scendono dalle Ande. Il Rio delle Amazzoni è il fiume che ha il maggior bacino della Terra ed è pari al 34% dell’intera superficie dell’America meridionale.
Oltre ai fiumi che dalle Ande scendono all’Atlantico esistono altri fiumi importanti che hanno un corso diverso. Nel Brasile nordorientale scorre, attraverso gli altipiani orientali, il São Francisco, mentre fiumi minori solcano i versanti caraibico e pacifico delle Ande: di questi il più importante è il Rio Magdalena, che riceve le acque del Cauca. Anche questo sistema, che defluisce a nord attraverso le valli andine per sfociare nel mar dei Caraibi, offre una via d’accesso verso l’interno. I numerosi fiumi che scendono dalle Ande verso la costa del Pacifico hanno corsi brevi e rapidi; essi però hanno consentito per secoli l’agricoltura in Perù, Cile e nell’Argentina nordoccidentale, dove l’irrigazione è fondamentale.
I maggiori bacini lacustri si trovano nelle regioni andine, a quote elevate: i principali sono il lago Titicaca, il Poopó, il Buenos Aires, l’Argentino e il Nahuel Huapí.
| 2. | Clima |
La fascia equatoriale del Sudamerica è caratterizzata da un clima pluviale, con precipitazioni che superano annualmente i 1.500-2.000 mm, distribuite lungo tutto il corso dell’anno, salvo lievi attenuazioni stagionali. Esso, a nord e a sud, lascia il posto ad ampie zone dove la durata della stagione delle piogge e la piovosità diminuiscono. Queste zone presentano estati piovose e inverni secchi e, nelle zone meno esposte agli influssi marittimi, sono soggette a prolungate siccità; queste costituiscono un problema particolarmente grave nel nord-est del Brasile e lungo la costa settentrionale del Venezuela e della Colombia.
Cause diverse ha invece l’aridità sul versante pacifico delle Ande, tra il Perù e il Cile, dove la fredda corrente di Humboldt, proveniente da sud, sottrae umidità alle fasce costiere, al riparo anche dalla circolazione atmosferica d’origine marittima. Nella regione andina hanno importanza le variazioni altitudinali, per cui si passa dal clima tropicale delle pianure (tierras calientes) al clima subtropicale o temperato delle zone intermedie (tierras templadas) sino al clima freddo, alpino, delle zone più elevate (tierras frías).
La fascia temperata dell’America meridionale si estende prevalentemente a sud del Tropico del Capricorno. Nel Cile meridionale le precipitazioni sono cospicue a causa degli influssi marittimi che provengono dall’oceano Pacifico. Essi sono più intensi in inverno e diminuiscono verso nord, lasciando il posto a una zona di clima mediterraneo, con inverni miti e umidi ed estati calde e secche. Condizioni climatiche diverse, con piogge meno intense e tendenziale aridità, prevalgono nei pedemonti a est delle Ande meridionali. Nella Pampa e nelle regioni meridionali dell’altopiano del Brasile la primavera e l’estate sono però generalmente piovose: ciò va a vantaggio dell’agricoltura. Gli inverni non sono mai molto freddi. A Buenos Aires le medie in gennaio sono di 23 °C, in luglio di 13 °C.
| 3. | Flora |
La vegetazione dell’America meridionale varia in base alle diverse regioni climatiche. Le aree dal clima tropicale presentano un fitto manto di foresta pluviale, la selva. Questa regione forestale, la più estesa del mondo, copre gran parte della fascia equatoriale, comprese le fasce costiere brasiliane e le pendici più basse delle Ande, ed è ricca di piante tropicali dal legno duro, palme, felci arboree, bambù e liane. Vedi Amazzonia.
Nelle aree caratterizzate da siccità invernale, soprattutto lungo la costa venezuelana, nel nord-est del Brasile e nel Gran Chaco, si trovano rade foreste e macchia. Fra queste aree più secche e la foresta pluviale compaiono zone di alta vegetazione erbacea (savane, o campos) e di boscaglia mista a prati (campos cerrados). Nel Brasile meridionale e lungo le pendici delle Ande crescono boschi semidecidui e decidui. Il Gran Chaco è caratterizzato da pianure erbose e boscaglia arbustiva, mentre le pampas dell’Argentina centrorientale sono praterie su suoli neri, come quelli delle pianure nordamericane.
A sud una zona di steppa e macchia (monte) segna la transizione verso la vegetazione erbacea che caratterizza la parte più arida e più fredda della Patagonia. Lungo la costa del Pacifico, procedendo verso nord, a partire dalla Terra del Fuoco, la foresta temperata, dove il faggio australe è la specie arborea dominante, lascia il posto a boschi sparsi, agli arbusti e ai prati del Cile centrale e, infine, alla macchia e alla vegetazione desertica che prevalgono nel Perù settentrionale e nelle fasce superiori dei versanti montani. Nelle aree più elevate delle Ande si trova soltanto un misero ammanto di graminacee e bassi arbusti: è l’ambiente dei páramos, che si fa più povero e desolato nelle zone più aride della puna, alle quote più elevate.
| 4. | Fauna |
L’America meridionale, l’America centrale, le pianure del Messico e le Indie Occidentali appartengono a una singola regione zoogeografica, solitamente chiamata regione neotropicale. La fauna è caratterizzata da una grande varietà di specie presenti solo in Sudamerica e comprendenti scimmie, vampiri e moltissimi roditori. Nella regione andina vive un’unica specie di orso e un tipo di camelide, il lama. Caratteristici sono inoltre la vigogna, l’alpaca, il giaguaro, il pecari, il formichiere gigante e il coati.
Per quanto riguarda l’avifauna, numerosissime sono le famiglie di uccelli neotropicali e marini, oltre a quelle dei colibrì o uccelli mosca (500 specie), dei thraupidi e delle ara. Tra gli uccelli di più grandi dimensioni si annoverano nandù, condor e fenicottero. Fra i rettili vi sono boa e anaconda, iguana, caimano e coccodrillo. Di varie specie e in gran numero sono i pesci d’acqua dolce, gli insetti e gli invertebrati. Le isole Galápagos sono famose quale habitat di grandi testuggini e altri rettili come le iguane di mare, nonché di uccelli presenti soltanto in questo arcipelago.
| 4. | Risorse minerarie |
Il territorio dell’America meridionale è ricco di risorse minerarie. In epoca coloniale si iniziarono a sfruttare i giacimenti auriferi delle Ande e quelli di argento e mercurio delle regioni montuose situate tra il Perù centrale e la Bolivia meridionale, zone oggi note per la presenza di ingenti depositi di rame, stagno, piombo e zinco. Il rame viene estratto inoltre nel Cile settentrionale e centrale. Una ricca zona mineraria (bauxite, minerali ferrosi e oro) è situata fra Ciudad Bolívar e il Suriname settentrionale, al margine degli altipiani della Guyana.
In epoca coloniale furono inoltre scoperti notevoli giacimenti di oro e diamanti nel Brasile centrorientale, tuttora produttivi. Nonostante la presenza di metalli preziosi, di cui l’America meridionale rimane uno dei maggiori produttori mondiali, il futuro sviluppo industriale dei paesi sudamericani poggia sulla presenza di ingenti riserve di minerali ad alto contenuto di ferro e di più modesti giacimenti di bauxite. Scarse le riserve di carbone, situate soprattutto nelle Ande e nel Brasile meridionale, mentre le ricche riserve petrolifere e di gas naturale si trovano in bacini situati ai margini delle Ande e nella cordigliera stessa, dal Venezuela alla Terra del Fuoco, soprattutto nella zona del lago di Maracaibo.
| 5. | Popolazione |
Nonostante la vastità del territorio, l’America meridionale conta appena 384 milioni di abitanti. La popolazione sudamericana si è andata costituendo lungo tutto il periodo della colonizzazione e nel secolo seguito all’indipendenza attraverso una serie di migrazioni, provenienti soprattutto dalla penisola iberica e dall’Africa. Infatti la popolazione autoctona, decimata dalle guerre di conquista e dalle malattie portate dagli europei, venne rimpiazzata da coloni spagnoli e portoghesi e da schiavi africani, ai quali si aggiunsero, a partire dalla fine del XIX secolo, italiani, tedeschi, slavi e altri europei.
La preminenza delle lingue spagnola e portoghese e della religione cattolica, importate dalla penisola iberica, sono alla base dell’altra denominazione di America latina che il Sudamerica condivide con l’America centrale e caraibica, distinguendosi dalla parte settentrionale caratterizzata inizialmente da un popolamento di matrice anglosassone e francese.
Le ondate migratorie più cospicue si ebbero nei primi decenni del XX secolo. Dal 1930 il flusso migratorio europeo si ridusse, mentre assunsero rilievo gli spostamenti dalle regioni interne e rurali alle città e alle regioni costiere.
Benché la densità media sia di 22 abitanti per km², la popolazione sudamericana è oggi concentrata negli agglomerati urbani (79% della popolazione) e la metà dei paesi presenta una densità demografica inferiore ai 20 abitanti per km². Poco meno del 50% della popolazione vive in Brasile; oltre un quinto risiede in Colombia, Venezuela ed Ecuador. L’incremento demografico naturale e le migrazioni dalle aree periferiche hanno determinato una crescita della popolazione urbana superiore al 4% annuo. In Argentina, Cile e Uruguay, il tasso di crescita demografica urbana è rallentato, ma nelle regioni centrali e settentrionali le città continuano ad attrarre centinaia di migliaia di persone ogni anno.
L’urbanizzazione dell’America latina ha aspetti problematici e spesso drammatici. Essa dipende in massima parte da una fuga dalle campagne, dove la proprietà è concentrata nelle mani di ricchissimi latifondisti. Ne deriva la formazione di vasti quartieri urbani e suburbani, variamente denominati (favelas, barrios, villas miserias, vedi Bidonville), che circondano e si affiancano ai centri cittadini, ove i grattacieli delle società minerarie e delle banche si alternano alle cattedrali e agli edifici storici della prima colonizzazione portoghese e spagnola. Nei paesi più urbanizzati – Argentina, Brasile, Cile, Uruguay e Venezuela – almeno l’80% della popolazione vive nelle città; in quelli meno urbanizzati – Bolivia, Ecuador e Paraguay – circa il 60%.
| 1. | Composizione etnica |
La popolazione sudamericana si caratterizza per la varietà etnica; i gruppi principali sono costituiti dagli amerindi e dai discendenti di spagnoli, portoghesi e neri africani. Maggiore rilievo hanno però attualmente i mestizos (discendenti di iberici e nativi) e i mulatti (frutto della mescolanza tra iberici e neri), mentre più modesto è il meticciato di nativi e neri. Le popolazioni amerinde vivono soprattutto negli altipiani delle repubbliche andine centrali, mentre in Argentina e in Uruguay elevata è la percentuale degli abitanti di discendenza spagnola e italiana. In Brasile l’elemento iberico dominante è costituito dai portoghesi e sono presenti in elevata percentuale neri e mulatti. La popolazione nera è numerosa anche nelle Guyane e sulle coste ecuadoriana e colombiana.
Al flusso relativamente modesto, ma costante, di iberici verso l’America meridionale, durante il periodo coloniale e nel secolo che seguì l’indipendenza, si aggiunse, tra la fine del XIX secolo e il 1930, l’arrivo di milioni di emigrati italiani, soprattutto in Argentina, Brasile e Uruguay (vedi Emigrazione italiana), oltre che di tedeschi, polacchi e altri europei. Molti furono impiegati come braccianti o fittavoli nelle campagne argentine e brasiliane, e numerosi tedeschi e italiani fondarono aziende agricole. I coloni tedeschi, ad esempio, ebbero un ruolo significativo nel popolamento del Cile centromeridionale, mentre altri immigranti si stabilirono nelle città, dove contribuirono ad aumentare la disponibilità di forza lavoro. In America meridionale giunsero inoltre numerosi siriani e libanesi.
Il maggiore flusso migratorio di asiatici, provenienti da India, Indonesia e Cina, raggiunse l’America meridionale alla fine del XIX secolo; stanziatisi soprattutto nella Guyana Britannica e nel Suriname Olandese, fornirono la manodopera divenuta carente dopo l’abolizione della schiavitù (1900); un numero consistente di coloni giapponesi si stabilì invece nel Brasile sudorientale, in Paraguay e in Bolivia.
| 2. | Lingue |
Lo spagnolo è la lingua ufficiale in nove dei tredici paesi che compongono l’America meridionale continentale. Il portoghese è la lingua ufficiale del Brasile, l’inglese della Guyana, l’olandese del Suriname e il francese della Guayana Francese. Fra le diverse lingue amerinde, il quechua, l’aymará e il guaraní sono le più diffuse. La popolazione di lingua quechua abita soprattutto gli altipiani andini centrali, mentre coloro che parlano aymará vivono perlopiù sugli altipiani della Bolivia e del Perù. Il guaraní è, dopo lo spagnolo, la lingua più diffusa in Paraguay.
| 3. | Religioni |
Circa il 90% della popolazione del Sudamerica è cattolica. In Brasile e in Cile vi sono oltre 11 milioni di protestanti, presenti in esigue minoranze anche nei centri urbani di altri paesi. Nelle città, soprattutto in Argentina e in Brasile, vivono inoltre minoranze ebraiche. I 550.000 indù, i 400.000 musulmani e i 375.000 buddhisti dell’America meridionale sono concentrati nella Guyana e nel Suriname. Il cattolicesimo fu introdotto dagli spagnoli e dai portoghesi all’inizio della conquista, mentre la presenza di protestanti riflette la successiva immigrazione europea e l’attività missionaria iniziata nel secolo XIX.
| 6. | Economia |
Per secoli sottoposto a un intenso sfruttamento dalle potenze coloniali europee, il Sudamerica è ancora oggi afflitto da una squilibratissima distribuzione delle risorse, che favorisce maggiormente le popolazioni di origine europea e, tra queste, le oligarchie politiche ed economiche e i ceti medi urbani. A lungo legato all’esportazione di materie prime e prodotti agricoli e agli interventi esterni finalizzati alla realizzazione di infrastrutture che la favorissero, solo a partire dagli anni Trenta del XX secolo il Sudamerica vide la nascita di un’industria locale, la cui variegata produzione era rivolta soprattutto al mercato interno. Favorite da politiche governative, si moltiplicarono le iniziative industriali, anche di tipo avanzato, che cambiarono in pochi anni il panorama economico del continente.
Nella seconda metà del Novecento lo sviluppo del continente fu pesantemente condizionato dalla durezza dei conflitti sociali, dagli aspri contrasti all’interno della classe politica, da dittature militari violente e profondamente corrotte.
Il Sudamerica emerse dal periodo delle dittature militari prostrato economicamente e socialmente. I governi che rimpiazzarono le dittature avviarono severi programmi di riforme di stampo neoliberista. Oggi la situazione economica e sociale della gran parte dei paesi sudamericani è drammatica. Gli esiti delle riforme economiche sono infatti controversi; a trarne beneficio è stata una piccola porzione della popolazione, mentre la disoccupazione e la povertà si sono estese colpendo anche le classi medie.
| 1. | Agricoltura |
La maggior parte della produzione agricola e zootecnica del Sudamerica è destinata al consumo e ai mercati interni. Ciononostante, le entrate derivate dagli scambi commerciali con l’estero di prodotti agricoli costituiscono una voce importante nel bilancio di numerosi paesi sudamericani. Benché l’agricoltura, insieme a caccia, pesca e attività forestali, rappresenti circa il 12% del prodotto interno lordo, gli addetti al settore primario sono ancora oltre il 30% della forza lavoro in Bolivia, Paraguay, Perù ed Ecuador, fra il 20 e il 30% in Colombia, Brasile e Guyana, e meno del 20% in Suriname, Cile, Uruguay, Venezuela, Argentina e Guayana Francese. La media degli addetti al settore primario era, nel 1998, del 19%.
L’agricoltura sudamericana è caratterizzata e condizionata dall’estrema concentrazione della proprietà, ereditata dal periodo coloniale. L’1% dei proprietari terrieri dispone infatti di circa il 70% delle terre coltivabili, spesso tenute incolte o destinate al pascolo. Il restante 30% delle terre è organizzato in fondi di minuscole dimensioni, coltivati da famiglie contadine spesso poverissime. La scarsa produttività di questi fondi è alla base del continuo abbandono delle campagne e del disordinato e problematico sviluppo delle aree urbane.
La coltivazione intensiva di ortaggi, frutta e di altri prodotti destinati alla commercializzazione è praticata soprattutto nei dintorni delle città, mentre nelle zone rurali si coltivano soprattutto fagioli e mais, destinati all’autoconsumo. frumento e riso vengono prodotti ovunque lo consentano le condizioni climatiche e del terreno. L’allevamento dei bovini assicura ai paesi sudamericani l’autosufficienza alimentare e sostiene in alcuni paesi un fiorente mercato delle esportazioni.
Un’economia agricola orientata ai mercati esteri si è sviluppata nelle aree tropicali e alle medie latitudini, dove i terreni arabili e l’accesso ai porti hanno creato condizioni adeguate. In queste zone la coltura prevalente è quella del caffè, praticata in particolare negli altipiani del Brasile sudorientale e della Colombia centroccidentale. Notevole importanza hanno inoltre il cacao, prodotto nel Brasile orientale e nell’Ecuador centroccidentale, le banane e la canna da zucchero; le coste del Perù, la Guyana e il Suriname sono aree con una consolidata tradizione nella produzione di zucchero per i mercati esteri; lungo le coste peruviane si trovano inoltre estese piantagioni di cotone. Nel Brasile sudorientale la soia, a partire dagli anni Settanta del Novecento, è diventata un’importante coltura da esportazione.
| 2. | Risorse forestali e pesca |
Sebbene il 50% del territorio sudamericano sia coperto di foreste e nonostante il notevole sviluppo costiero, le relative attività economiche sono di ridotte dimensioni e orientate principalmente al consumo locale. Dalla foresta amazzonica – che negli ultimi anni ha perso circa un decimo della sua estensione per creare terreni agricoli e da pascolo – si ricavano molte varietà di legno destinato alle esportazioni. Il Brasile meridionale e il Cile centromeridionale esportano legno di pino e pasta di legno. Largamente diffuse sono le piantagioni di eucalipti destinati alla produzione di legno combustibile, legname e materiali per l’industria edilizia.
Le più importanti zone di pesca sono le acque costiere del Pacifico. Al largo delle coste peruviane e cilene, lambite dalla corrente fredda proveniente da sud, si pescano grandi quantità di pesci, tra cui le alici, mentre sulle coste ecuadoriane e peruviane un importante prodotto ittico è il tonno. Nelle acque del Cile, del Brasile e della Guyana notevole rilievo ha la pesca dei crostacei.
| 3. | Risorse minerarie |
I paesi dell’America meridionale dispongono di ingenti risorse minerarie. Queste alimentano un’industria che, fino a tempi molto recenti, era prevalentemente in mano a società straniere: questa dipendenza è stata una delle cause dei ritardi delle economie sudamericane. I principali prodotti minerari sono petrolio, rame, bauxite e minerali di ferro, che sostengono un mercato delle esportazioni estremamente diversificato, oltre a piombo, zinco, manganese e stagno. Le attività estrattive rappresentano quindi settori di massima importanza per molte economie nazionali.
Il Venezuela esporta principalmente petrolio grezzo, raffinato e derivati, mentre la dipendenza dalle esportazioni di minerali è minore in Suriname, Bolivia e Cile. Il Perù e, da tempi recenti, l’Ecuador basano la loro economia sulla vendita di minerali.
| 4. | Industria |
Alla fine degli anni Ottanta il settore industriale contribuiva per il 25% al PIL del Sudamerica, registrando un notevole incremento rispetto al 1956, anno in cui per la prima volta le attività industriali superarono per importanza sia quelle agricole sia quelle commerciali e finanziarie.
Le principali attività del settore sono legate alla trasformazione dei prodotti agricoli, soprattutto in Argentina e Brasile, i paesi più industrializzati. Grande rilievo hanno inoltre le attività di lavorazione e raffinazione dei minerali, che tendono a essere localizzate nei pressi dei giacimenti. Raffinerie di petrolio, stabilimenti siderurgici, cementifici e industrie di produzione di beni di consumo (tessili, bevande, veicoli a motore, apparecchi elettrici e meccanici, plastica) sono concentrati nei principali distretti urbani.
In molti paesi dell’America meridionale lo sviluppo industriale ha potuto verificarsi grazie al sostegno statale. Benché molte industrie operino ancora su licenza di grandi società straniere o ne siano consociate, dagli anni Trenta i governi nazionali sono stati direttamente coinvolti nello sviluppo dell’industria pesante, soprattutto nei settori siderurgico, del montaggio delle auto e della cantieristica navale. In alcuni paesi, industrie manifatturiere notevolmente avanzate producono macchine utensili e materiale militare per l’esportazione. Lo sviluppo industriale dell’America meridionale continua tuttavia a trovare ostacoli nell’esigua dimensione dei mercati nazionali, nella mancanza di adeguate reti di trasporto e di distribuzione e nella scarsezza degli investimenti, che non consente un adeguato ammodernamento del settore.
| 5. | Energia |
Le principali fonti energetiche nell’America meridionale sono costituite dal petrolio e dal gas naturale, che hanno reso necessaria la costruzione di un sistema esteso di oleodotti in Argentina, Venezuela e Colombia. Il carbone, le cui riserve sono relativamente modeste, ebbe notevole importanza nei primi sviluppi delle ferrovie, dei trasporti fluviali e marittimi e dell’industria in Cile, Argentina, Brasile e Colombia. In Brasile il carburante più diffuso è l’alcol derivato dalla canna da zucchero. Lo sfruttamento dell’energia idroelettrica ebbe inizio in Brasile, Cile e Colombia e oggi copre oltre il 60% della produzione energetica in paesi come il Paraguay, il Brasile, l’Uruguay, la Colombia e la Bolivia. Lo sviluppo di questo settore è diversificato e varia dalle piccole centrali, utilizzate dalle città di provincia, ai grandi impianti, costruiti nel bacino medio e superiore del Paraná e nei tratti superiore e inferiore del fiume São Francisco.
| 6. | Trasporti e commercio |
Durante il lungo periodo coloniale e nel primo secolo di indipendenza, il sistema dei trasporti si è sviluppato soprattutto nelle regioni costiere. Sono queste infatti quelle che oggi dispongono delle migliori reti stradali e ferroviarie, che svolgono un ruolo di primaria importanza per il trasporto di persone e di merci. Il trasporto su gomma è quello più diffuso, anche in paesi quali l’Argentina, il Brasile e il Cile, nei quali ampio è l’uso delle reti fluviali, marittime e ferroviarie. Queste ultime sono state in passato utilizzate soprattutto per il trasporto di materie prime e prodotti agricoli tra le città dell’interno e quelle portuali e solo nella seconda metà del XX secolo sono state destinate anche al trasporto passeggeri, in particolare in Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Ecuador e Colombia, dove tuttavia negli ultimi anni, a causa della presenza dell’attività guerrigliera in molte regioni del paese, hanno vissuto un drastico ridimensionamento. Le grandi distanze e la particolare conformazione del territorio hanno stimolato anche lo sviluppo del trasporto aereo, effettuato con velivoli di varia dimensione e capacità.
La gran parte dello scambio commerciale sudamericano avviene con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Giappone. La voce più importante del commercio estero è costituita dal petrolio e dai suoi derivati, esportati soprattutto dal Brasile e dal Venezuela. L’America meridionale contribuisce in modo significativo al commercio mondiale di olio e semi oleosi, caffè, rame, bauxite, minerali di ferro, prodotti di piantagione diversi ecc. Il commercio interno è stimolato, a partire dagli anni Sessanta, da organismi commerciali regionali, tra i quali la Asociación Latinoamericana de Libre Comercio (ALALC), sostituita nel 1981 dall’Asociación Latinoamericana de Integración (ALADI). Nel 1991 nacque il Mercosur, che comprende oggi sette paesi.
| 7. | Storia |
Per informazioni riguardanti le civiltà precolombiane dell’America meridionale, vedi Araucani; Inca; Archeologia: le Americhe; Arte precolombiana; Arte inca; Tiahuanaco; Tupí-Guaraní.
Dopo il 1453, anno in cui i turchi conquistarono definitivamente l’impero bizantino e il dominio del Mediterraneo orientale, le nazioni europee si videro costrette a cercare nuove vie verso l’Oriente. Gli esploratori portoghesi, che avevano compiuto numerosi viaggi nell’oceano Atlantico navigando verso sud, cercarono la nuova rotta esplorando la costa africana e raggiungendo il Capo di Buona Speranza nel 1487. Nel 1492 Cristoforo Colombo, nel tentativo di raggiungere l’India navigando verso ovest attraverso l’oceano Atlantico, sbarcò nelle Antille, aprendo un nuovo mondo al commercio e all’influenza europei.
Dopo il ritorno di Colombo in Europa, la Spagna e il Portogallo furono coinvolti nella disputa riguardante i diritti sui territori del Nuovo Mondo. La controversia fu appianata nel 1493 da papa Alessandro VI che, stabilita una linea di demarcazione tracciata da nord a sud, a ovest delle Azzorre, assegnò al Portogallo i nuovi territori situati a est di tale linea e alla Spagna i territori a ovest (vedi Linea alessandrina). La linea di demarcazione fu in seguito modificata dal trattato di Tordesillas, con la conseguenza che il Portogallo ottenne la sovranità sui territori dell’America meridionale corrispondenti a un quarto dell’odierno Brasile. Il 1° agosto 1498, nel corso del suo terzo viaggio, Colombo raggiunse la foce dell’Orinoco e avvistò il Sudamerica.
| 1. | Esplorazioni della costa orientale |
Poco tempo dopo, un altro navigatore europeo raggiunse l’America meridionale: il portoghese Pedro Alvares Cabral. Nell’aprile del 1500 una flotta al suo comando gettò l’ancora al largo del Brasile, su cui Cabral rivendicò i diritti del Portogallo. I portoghesi, che nel frattempo avevano scoperto una rotta verso l’India circumnavigando l’Africa, per tre decenni prestarono scarsa attenzione al territorio scoperto da Cabral. Durante questo periodo gli spagnoli intensificarono notevolmente le attività di esplorazione e colonizzazione nel Nuovo Mondo. Numerosi esploratori visitarono le coste nordorientali nei primi anni del secolo XVI: tra questi, i navigatori spagnoli Vicente Yáñez Pinzón, Alonso de Ojeda, Pedro Alonso Niño, il navigatore e geografo spagnolo Juan de la Cosa e il navigatore di origine italiana Amerigo Vespucci. Alla fine del 1519 Ferdinando Magellano, alla ricerca di una rotta occidentale che lo conducesse verso l’Estremo Oriente, esplorò l’estuario del Rio de la Plata; egli riprese le ricerche l’anno seguente navigando verso sud e il 28 novembre 1520, attraversando lo stretto che oggi porta il suo nome, aprì la rotta verso il Pacifico.
| 2. | Esplorazioni dell’interno |
L’esplorazione delle regioni interne dell’America meridionale fu avviata dai tedeschi e in particolare da Bartholomäus Welser, che nel 1529 ricevette in concessione da Carlo V una vasta estensione di territori (corrispondente all’incirca all’attuale Venezuela). Dopo circa vent’anni la concessione fu revocata, anche a causa del trattamento estremamente brutale inflitto dai coloni tedeschi ai nativi.
Il primo europeo che penetrò con successo all’interno del Sudamerica fu il conquistatore spagnolo Francisco Pizarro. Spingendosi da Panamá verso sud, egli invase il ricco impero degli inca nel 1531. In cinque anni, usando abilmente le armi e l’inganno, Pizarro prese il sopravvento sull’impero. Socio di Pizarro nell’impresa fu Diego de Almagro, che conquistò il Cile settentrionale. La conquista e la colonizzazione della regione confinante con il Rio de la Plata ebbe inizio nel 1535 a opera dello spagnolo Pedro de Mendoza, che fondò la colonia di Buenos Aires nel 1536.
Fra il 1536 e il 1538 il soldato spagnolo Gonzalo Jiménez de Quesada soggiogò i chibcha e fondò Santa Fe de Bogotá. Nel 1539 Gonzalo Pizarro, fratello di Francisco, attraversò le Ande e raggiunse le sorgenti del Rio delle Amazzoni. Uno dei suoi compagni, Francisco de Orellana, discese lungo il fiume fino alla foce, raggiungendo l’oceano Atlantico nel 1541. Nello stesso anno il conquistatore Pedro de Valdivia, protagonista della lotta contro gli araucani, fondò Santiago. A loro volta i portoghesi avevano avviato la fondazione di colonie lungo la costa orientale, estendendo i loro domini.
| 3. | Dal XVI al XVIII secolo |
All’inizio del 1600, gli spagnoli avevano stabilito numerose colonie. Al vicereame del Perù (creato nel 1542) e alle varie audiencias (unità territoriali in cui erano divisi i possedimenti spagnoli) non mancavano prospettive di sviluppo, basate sulla presenza di risorse quali minerali preziosi, legname e terreni fertili. Un numero sempre maggiore di servi indios e schiavi importati dall’Africa fornirono la manodopera per un’agricoltura e un allevamento fiorenti. Durante la prima metà del XVI secolo migliaia di europei raggiunsero i possedimenti spagnoli e portoghesi in cerca di fortuna o spinti da uno zelo evangelizzatore nei confronti dei nativi. I governi spagnolo e portoghese ricevettero ampio aiuto dalla Chiesa nei loro sforzi volti a consolidare i rispettivi imperi coloniali. Il cattolicesimo era l’unica religione riconosciuta nelle colonie, ma la politica ecclesiastica era determinata e controllata dalla Corona. In cambio dei servigi prestati nell’evangelizzazione, istruzione e pacificazione dei nativi, alla Chiesa e ai vari ordini religiosi cattolici attivi in Sudamerica vennero assicurati numerosi privilegi ed estesi possedimenti territoriali.
Alla fine del XVII secolo la Spagna e il Portogallo dominavano tutta l’America meridionale, eccetto la Guayana, divisa tra Gran Bretagna, Francia e Paesi Bassi. La potenza navale dei regni iberici era tuttavia indebolita dopo la serie di cruenti conflitti che avevano coinvolto la Spagna e il Portogallo in Europa e anche le colonie erano costantemente minacciate da inglesi, olandesi e francesi. Inoltre, l’imposizione di una forte tassazione sulle attività economiche delle colonie provocò il diffondersi di un esteso malcontento, che nel corso del XVIII secolo nelle colonie spagnole sfociò in numerose rivolte, in particolare nel Paraguay dal 1721 al 1735, in Perù dal 1780 al 1782, nella Nuova Granada nel 1781.
| 4. | La nascita del popolo latinoamericano |
All’epoca della conquista la popolazione delle Americhe, che comprendeva le grandi civiltà maya, azteca e inca, era probabilmente di 80 milioni di abitanti (quella europea era di 60 milioni e quella iberica non superava gli 8). I conquistadores erano in numero esiguo, ma superiori quanto ad armamenti e strategie militari. Peraltro i nativi furono ben presto colpiti da devastanti epidemie, di cui erano portatori gli stessi conquistatori. I sopravvissuti, probabilmente non più del 15%, furono utilizzati nelle piantagioni e nelle miniere. Quando la manodopera autoctona cominciò a scarseggiare, i colonizzatori importarono schiavi africani. Nonostante il dominio coloniale, aspetti dei costumi, delle arti, delle lingue, delle religioni e degli stili di vita propri dei nativi e degli africani sopravvissero, facendo dell’America latina un crogiuolo delle culture di tre continenti.
Alla fine dell’epoca coloniale la popolazione mestizos e mulatta, formata dall’incrocio degli europei con i nativi e gli africani, costituiva la maggioranza in molti paesi latinoamericani. Questa mescolanza di etnie e culture costituì la caratteristica più rilevante dell’America meridionale, dove si svilupparono strutture sociali tra loro simili.
| 5. | La struttura sociale nelle colonie |
Le colonie spagnole in Sudamerica erano guidate da un corpo di funzionari relativamente esiguo, da una piccola classe di latifondisti e mercanti e dal clero. Questa oligarchia, formata da europei provenienti dalla penisola iberica (i peninsulares) e da creoli (discendenti di europei), esercitava il proprio dominio sugli indios, i mestizos e i neri, che costituivano la maggioranza della popolazione.
Erano però i peninsulares, appartenenti di solito alla nobiltà, a detenere effettivamente il potere; sprezzanti nei confronti degli altri gruppi sociali, compresi i creoli, essi erano unicamente desiderosi di accumulare ricchezze e di fare poi ritorno in Europa. I creoli, che formalmente godevano degli stessi diritti politici dei peninsulares, venivano di fatto esclusi dalle più importanti cariche civili ed ecclesiastiche; a causa di ciò, nei conflitti che avrebbero portato all’indipendenza delle colonie, si schierarono generalmente con i mestizos.
| 6. | Guerre di indipendenza |
Dopo quasi tre secoli di sfruttamento economico e ingiustizia politica, nelle colonie sudamericane si sviluppò un forte movimento indipendentista. Guidato dai creoli e di carattere fondamentalmente liberale, il movimento fu stimolato dal successo della rivolta delle colonie britanniche nell’America settentrionale e dalla Rivoluzione francese.
La lotta per la libertà politica nell’America meridionale spagnola può essere suddivisa in due fasi. La prima fase, dal 1810 al 1816, si concluse con il conseguimento dell’indipendenza da parte del vicereame del Rio de la Plata (formato dagli odierni stati di Argentina, Paraguay e Uruguay); la seconda fase, dal 1816 al 1825, portò alla piena indipendenza di tutte le colonie dalla Spagna. Fra i capi della lotta per l’indipendenza ebbero un ruolo fondamentale i venezuelani Simón Bolívar e Francisco de Miranda e l’argentino José de San Martín.
Il 25 maggio 1810 i creoli di Buenos Aires deposero il viceré spagnolo e instaurarono un organismo provvisorio di governo per le province della Plata. L’autorità diretta della Spagna non fu più ripristinata. Il 14 agosto 1811 i paraguayani, che avevano rifiutato l’aiuto di Buenos Aires, proclamarono l’indipendenza dalla Spagna e, nel 1813, anche dal governo provvisorio. Nel 1814 San Martín si mise a capo di un esercito nazionale nell’Argentina occidentale, intenzionato a liberare il Cile e a muovere via mare contro il Perù, la principale roccaforte spagnola in Sudamerica. Nella successiva campagna per la liberazione del Cile del 1817-18, San Martín fu sostenuto dal rivoluzionario cileno Bernardo O’Higgins. Il 12 febbraio 1817 San Martín sconfisse l’esercito spagnolo a Chacabuco, e nello stesso giorno fu dichiarata l’indipendenza del paese. A San Martín fu offerta la guida del nuovo governo cileno, ma egli rifiutò in favore di O’Higgins. Dopo la sconfitta di un’armata spagnola a Maipú, il 5 aprile 1818, l’indipendenza cilena mise solide basi e San Martín si preparò ad attaccare il Perù.
Teatro della successiva grande vittoria nelle guerre per l’indipendenza fu la Colombia. Alla testa di un esercito di patrioti e di mercenari reclutati in Inghilterra, Bolívar sconfisse i realisti il 7 agosto 1819, nella battaglia di Boyacá. Mentre i combattimenti erano ancora in corso, un congresso che si teneva ad Angostura (oggi Ciudad Bolívar, in Venezuela) organizzava la Repubblica della Grande Colombia, che avrebbe compreso Colombia, Venezuela, Ecuador e Panamá. In seguito Bolívar assunse la carica di presidente e dittatore. Benché il Venezuela si fosse dichiarato indipendente il 7 luglio 1811, la colonia era ancora nelle mani dei realisti; Bolívar li sconfisse a Carabobo il 24 giugno 1821, garantendo così l’indipendenza al paese. Sotto la guida di Antonio José de Sucre, uno dei luogotenenti di Bolívar, un esercito patriottico trionfò sulle forze realiste a Pichincha il 24 maggio 1822 e liberò l’Ecuador.
Nel frattempo, il 7 settembre 1820, un esercito inviato da San Martín sbarcava sulla costa peruviana e il 9 luglio 1821 entrava a Lima, la capitale. L’indipendenza del Perù fu proclamata il 28 luglio, ma le forze realiste rimasero in possesso della maggior parte del paese. Di comune accordo, dopo la battaglia di Pichincha, Bolívar e Sucre prepararono una spedizione militare a sostegno dei patrioti peruviani assediati. Un contingente d’assalto di questa spedizione fu sconfitto nel 1823, ma Bolívar e Sucre ottennero la vittoria il 6 agosto 1824 a Junín, e il 9 dicembre Sucre vinse la decisiva battaglia di Ayacucho. Sebbene le residue forze realiste venissero espulse dal Perù soltanto nel gennaio del 1826, la battaglia di Ayacucho fu il più importante atto conclusivo nella conquista dell’indipendenza dalla Spagna. L’Alto Perù proclamò l’indipendenza il 5 gennaio 1825 e, il 25 agosto di quell’anno, prese il nome di Bolivia in onore del suo liberatore. Vedi Guerre d’indipendenza latinoamericane.
| 7. | Il XIX secolo |
Alla fine delle guerre di indipendenza gli stati sovrani dell’America meridionale staccatisi dalla Corona spagnola erano Grande Colombia, Perù, Cile, Province Unite del Rio de la Plata (poi Argentina), Paraguay e Bolivia. Fra il 1830 e il 1832 dalla Grande Colombia si formarono gli stati sovrani del Venezuela, dell’Ecuador e della Nuova Granada. Fino al 1903 la Nuova Granada, la futura Colombia, comprese il Panamá. L’Uruguay, dopo un periodo di controllo portoghese e brasiliano, divenne uno stato sovrano nel 1828.
Nonostante la stretta unità del periodo rivoluzionario, le colonie spagnole non realizzarono l’idea di Bolívar, cioè una confederazione dell’America meridionale spagnola, a causa delle rivalità tra i paesi, dell’inesperienza politica dei vari leader, dell’assenza di tradizioni democratiche, della vastità del territorio e dell’inadeguatezza delle vie di comunicazione. Ben presto, le nuove repubbliche furono afflitte dall’instabilità politica. Le ricchezze e il potere politico erano ancora concentrati nelle mani della Chiesa e delle oligarchie, mentre i gruppi politici conservatori e liberali erano in costante conflitto. Le speranze di diffusione del benessere e della democrazia svanirono quindi a causa della scarsa coesione politica e del declino economico, che caratterizzarono i primi anni di vita di gran parte delle nuove nazioni. Alla metà del XIX secolo quasi tutti i paesi della regione erano dominati da dittatori conservatori chiamati con il nome dei capi militari delle lotte d’indipendenza: caudillos.
Lo stato brasiliano ebbe una diversa evoluzione. Il Brasile assunse infatti la struttura politica dell’impero nel 1822, distaccandosi dal Portogallo. Dopo il regno di Pietro I di Braganza e un periodo di reggenza, nel 1840 salì al trono Pietro II, che governò il paese nel quadro di una monarchia costituzionale fino al 1889, quando fu rovesciato da una rivolta militare in seguito alla quale venne proclamata la repubblica.
| 8. | La trasformazione sociale |
Nella seconda metà del XIX secolo lo sviluppo industriale dei paesi europei e il miglioramento del sistema dei trasporti e delle comunicazioni determinarono un notevole aumento delle esportazioni di materie prime e di prodotti agricoli sudamericani verso l’Europa. Nello stesso tempo, si moltiplicarono gli investimenti esteri nel continente, finalizzati inizialmente alla realizzazione delle infrastrutture necessarie all’esportazione delle merci. A beneficiare di questo sviluppo fu soprattutto la popolazione di origine europea, la cui ambizione principale fu quella di costruire un clima economico e culturale moderno e di portare le città sudamericane al passo delle grandi metropoli occidentali. I piccoli e poveri borghi iniziarono a espandersi e a modernizzarsi con l’installazione della luce a gas, di reti di acqua potabile e fognature, con l’apertura di viali, con la costruzione di ponti, palazzi e teatri, con la messa in funzione di tramvie. Queste opere vennero in buona parte realizzate con denaro europeo; di conseguenza, il capitalismo sudamericano sviluppò una forte dipendenza economica e culturale dall’Europa. Le grandi masse contadine, indie, nere, meticce e mulatte furono in gran parte estranee a questo fermento.
L’affermarsi di nuove attività e l’esigenza di occupare e sfruttare il vasto territorio richiese l’importazione di mano d’opera qualificata. Così si aprirono le porte all’immigrazione, inizialmente europea e in un secondo momento anche asiatica. Di notevole importanza fu l’emigrazione italiana, che inizialmente fu costituita soprattutto da veneti e friulani, che, abituati a raccogliersi in gruppi familiari e a operare collettivamente, svolgevano efficacemente il lavoro agricolo nelle piantagioni di caffè.
Durante questo periodo il Sudamerica venne sconvolto da due violenti conflitti. Il primo iniziò nel 1865 e si concluse cinque anni dopo con la sconfitta del Paraguay per opera della Triplice Alleanza costituita da Brasile, Argentina e Uruguay. Per il Paraguay, fino ad allora il paese più avanzato del continente, gli esiti della guerra furono disastrosi. Il paese non solo fu devastato dai combattimenti e fu costretto a cedere importanti territori, ma perse nel conflitto quasi la metà della popolazione. L’altra guerra, detta del Pacifico (1879-1883), si concluse con la vittoria del Cile sulla Bolivia e sul Perù.
| 9. | Il XX secolo: l’egemonia statunitense |
Agli inizi del XX secolo, gli abitanti del Sudamerica erano circa 40 milioni; più della metà di essi vivevano tra Brasile (18 milioni) e Argentina (4,5 milioni). Grazie allo sviluppo economico e ai nuovi arrivi di immigrati la società sudamericana continuò a mutare. Nelle città in crescita si consolidò una classe media composta da funzionari statali, manager dei nuovi servizi pubblici, giornalisti, professori, avvocati e altri professionisti. In seguito all’incremento demografico nacquero nuove industrie alimentari, tessili, metallurgiche e comparvero i primi embrioni di una borghesia industriale e di una classe operaia. Alla vigilia della prima guerra mondiale l’industria argentina impiegava circa 410.000 operai; quella brasiliana e quella cilena circa 300.000 ciascuna.
In pochi anni, seppur tra molte difficoltà, in seno al movimento operaio sudamericano nacquero importanti organizzazioni sindacali: nel 1904 la Federazione operaia dell’Uruguay e la Federazione operaia regionale dell’Argentina; nel 1906 la Confederazione operaia brasiliana; nel 1909 la Federazione operaia cilena. In Argentina, in Uruguay, in Cile, la formazione di nuove classi sociali e la comparsa delle federazioni sindacali ruppe, almeno in parte, il dominio dell’oligarchia. In questi paesi le classi lavoratrici conquistarono importanti diritti civili e sindacali; nel contempo si estese l’educazione di base e si definì una diversa redistribuzione delle risorse. Sul versante culturale nacquero movimenti che rivendicavano uno sviluppo autonomo, come la Settimana di Arte Moderna di San Paolo del 1922.
Nella devastante crisi economica del 1929, che in Sudamerica colpì soprattutto le esportazioni e quindi i grandi proprietari terrieri, i sistemi industriali nazionali trovarono le forze per svilupparsi rivolgendosi ai mercati interni. È in questo contesto, che registrò un’ulteriore espansione delle classi medie e proletarie, che gettarono le basi movimenti nazionalisti e populisti come il varguismo in Brasile e il peronismo in Argentina. Durante la seconda guerra mondiale quasi tutti gli stati sudamericani finirono per schierarsi con gli Alleati, ma solo il Brasile partecipò direttamente ai combattimenti, pattugliando l’oceano Atlantico meridionale e inviando truppe in Europa.
Nel secondo dopoguerra la gran parte dei governi sudamericani si ritrovò al fianco degli USA nel contrastare la potenza sovietica e la diffusione di ideologie rivoluzionarie marxiste che stavano facendo la loro comparsa nel continente. In questo quadro vi fu un massiccio afflusso di capitali e l’insediamento di numerose multinazionali statunitensi. Il diffuso malessere delle classi popolari, spesso emigrate dalle zone rurali in cerca di lavoro e concentrate nelle periferie delle città, e l’attitudine delle oligarchie nel soffocare qualsiasi richiesta di riforma provocarono tuttavia estesi movimenti politici e sociali, spesso armati, che vennero contrastati da cruenti colpi di stato (in Brasile nel 1964, in Uruguay e Cile nel 1973, in Argentina nel 1976). In quegli anni altri due stati raggiunsero l’indipendenza, la Guyana nel 1966 e il Suriname nel 1975.
| 10. | Il ritorno ai governi civili |
A partire dalla fine degli anni Settanta una per una le dittature sudamericane furono costrette, sia per la gravissima situazione economica e sociale interna, sia per l’isolamento internazionale in cui si ritrovarono, a lasciare la guida dei paesi a governi civili.
Alla metà degli anni Novanta gran parte delle economie latinoamericane, grazie soprattutto all’applicazione di austeri tagli alla spesa pubblica, erano più sane di quanto non fossero state per decenni, ma le disparità economiche e sociali tra la popolazione erano profonde e gravissime e continuavano ad alimentare un forte conflitto e a causare un’estesa criminalità.
| 11. | Il Mercosur |
Nel 1960 sei paesi sudamericani e il Messico firmarono l’Accordo latinoamericano di libero commercio (ALALC). Negli anni seguenti il presidente John F. Kennedy promosse il programma di Alleanza per il progresso. Nell’aprile del 1967 i paesi membri dell’alleanza si incontrarono a Punta del Este, in Uruguay. La questione più importante, su cui fu raggiunto un accordo, fu la costituzione di un Mercato comune latinoamericano, in sostituzione dell’ALALC.
Nel 1971, dieci anni dopo l’istituzione dell’Alleanza, i problemi causati da un’inaspettata crescita demografica, dall’aumento della disoccupazione e dalla distribuzione ineguale del reddito e della proprietà iniziarono a suscitare un diffuso malcontento. All’inizio degli anni Ottanta questi problemi furono aggravati in gran parte dei paesi da una generale recessione economica che portò a una pesante crescita del debito estero.
Negli anni Novanta per gran parte dei paesi dell’America meridionale le prospettive migliorarono. L’ammontare del PIL crebbe di oltre il 3% nella prima metà del decennio, e si riuscì a esercitare un controllo sugli elevati livelli di inflazione. Nel 1995 l’istituzione dell’unione doganale Mercosur (i cui membri fondatori furono Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) era destinata a favorire una maggiore autosufficienza delle economie continentali. Ma l’aspetto più incoraggiante fu forse il rifiuto, da parte dell’America meridionale, delle dittature militari in favore di forme democratiche di governo.
Per informazioni sulla storia politica ed economica dell’America meridionale, vedi anche, oltre alle singole voci relative ai paesi: Organizzazione degli stati americani (OSA); Conferenze panamericane; Unione Panamericana; Patto Andino.