Israele
Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File.
Israele
7. Storia

Lo stato d’Israele dichiarò la propria indipendenza il 14 maggio del 1948, ma la sua vicenda ebbe inizio con il movimento sionista, fondato ufficialmente da Theodor Herzl a Basilea nel 1897 e sostenuto dalla diaspora ebraica.

1. Il “focolare nazionale”

Il numero degli ebrei presenti in Palestina all’inizio del XX secolo era esiguo, ma in progressivo aumento, passando da 12.000 presenze nel 1845 a quasi 85.000 nel 1914. Già all’epoca della prima guerra mondiale il movimento era sostenuto dalla Gran Bretagna, che approvò, il 2 novembre 1917, la dichiarazione di Balfour, nella quale si impegnava a creare un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Nel 1922 i termini di tale dichiarazione furono inclusi anche nel mandato palestinese approvato dalla Società delle Nazioni, che affidava alla Gran Bretagna l’amministrazione dell’area. A partire da questo momento la comunità ebraica (Yishuv) crebbe notevolmente, in special modo negli anni Trenta, quando un elevato numero di ebrei fuggì dall’Europa per sottrarsi alle persecuzioni del nazismo. Tel Aviv divenne il maggiore centro di accoglienza e in tutto il territorio furono fondate decine di nuovi villaggi e centinaia di aziende agricole collettive (vedi kibbutz); inoltre, molti partiti politici fondati nell’Europa orientale come parte del movimento sionista mondiale svilupparono proprie basi anche in Palestina.

Nel frattempo, sotto l’egida dell’Organizzazione sionistica mondiale e dell’Agenzia ebraica per la Palestina (che provvedevano alla raccolta di fondi all’estero nonché alla ricerca di appoggio da parte dei governi occidentali), l’Yishuv aveva esteso le proprie istituzioni amministrative. Tra queste vi erano un’Assemblea elettiva e un Consiglio nazionale, che si occupava di ogni aspetto della vita quotidiana; le questioni religiose erano controllate dal Consiglio dei rabbini. Si svilupparono anche i primi organi di governo locale e si diede una prima organizzazione al sistema educativo, che puntava alla diffusione di una lingua e di una cultura comuni.

2. Rivolte arabe ed ebraiche

Le questioni riguardanti la difesa, la sicurezza, l’immigrazione e persino il servizio postale e i trasporti erano gestite da un alto commissario britannico nominato dal governo di Londra. Gli inglesi cercarono di non rompere il delicato equilibrio tra gli interessi della comunità ebraica e quelli della popolazione araba, ma con l’aumentare delle ondate immigratorie ebraiche l’opposizione araba al dominio britannico e al sionismo si fece sempre più intransigente, culminando in estese rivolte a partire dal 1936. Durante la guerra, tuttavia, a causa del massacro cui fu sottoposta la popolazione ebraica da parte dei nazisti (vedi Shoah), i sionisti intensificarono le richieste per l’autonomia interna e tentarono di facilitare con tutti i mezzi l’immigrazione (anche clandestina) in Palestina, dove la comunità ebraica si opponeva, spesso in modo violento, alle autorità mandatarie inglesi.

3. La nascita dello stato di Israele

Nel 1947 gli inglesi chiesero l’intervento della neonata Organizzazione delle Nazioni Unite, che stabilì un piano per la divisione della Palestina in due stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo, mentre Gerusalemme sarebbe diventata zona internazionale controllata direttamente dall’ONU. Il 14 maggio 1948, a Tel Aviv, un governo provvisorio proclamò la nascita dello stato d’Israele, “aperto all’immigrazione di ebrei provenienti da tutte le parti del mondo”; il giorno seguente gli eserciti di Egitto, Transgiordania (l’attuale Giordania), Siria, Libano e Iraq si unirono alle popolazioni palestinesi e alla guerriglia araba che stavano lottando contro le forze ebraiche sin dal novembre del 1947, dando avvio alla prima guerra arabo-israeliana. Gli arabi, tuttavia, non riuscirono a evitare la formazione del nuovo stato e la guerra si concluse nel 1949 con quattro armistizi approntati dall’ONU tra Israele ed Egitto, Libano, Giordania e Siria.

Gli accordi estesero il territorio israeliano al di là dei confini stabiliti inizialmente dall’ONU (da circa 15.500 a 20.700 km²), comprendendo anche la parte nuova di Gerusalemme, che fu eretta a capitale; la striscia di Gaza, sul confine tra Israele ed Egitto, venne affidata a quest’ultimo, mentre la Cisgiordania e la parte antica di Gerusalemme furono annesse dalla Giordania. Nel 1949 si tennero le prime elezioni per la Knesset (il Parlamento) e Chaim Weizmann, eminente leader sionista, divenne il primo presidente del paese. La guerra arabo-israeliana alterò profondamente gli equilibri etnici dell’area, ponendo le basi per un lungo e sanguinoso conflitto.

4. Il governo di Ben Gurion

Il primo governo israeliano venne affidato a David Ben Gurion. Questi pose l’accento sulla sicurezza nazionale e sullo sviluppo di un esercito moderno, il quale divenne anche il centro educativo per centinaia di migliaia di nuovi cittadini dello stato israeliano. Infatti, in seguito alle massicce ondate immigratorie (soprattutto di sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti) verificatesi subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1952 la popolazione del paese era raddoppiata. Alcuni anni dopo cominciarono ad affluire ebrei dai paesi musulmani del Medio Oriente e dell’Africa del Nord e, nell’arco di tre decenni, la popolazione era quintuplicata. Nei suoi primi anni di vita il nuovo stato dovette far fronte a non pochi problemi e, nonostante gli aiuti degli Stati Uniti, i primi anni Cinquanta furono caratterizzati da recessione economica e inflazione.

5. Il secondo conflitto arabo-israeliano

I tentativi di convertire gli armistizi del 1949 in trattati di pace fallirono; a ogni azione di guerriglia dei rifugiati arabi, Israele rispondeva con una rappresaglia. Il rifiuto egiziano di concedere il libero passaggio alle navi israeliane attraverso il canale di Suez, da poco nazionalizzato dal presidente egiziano Gamal Abd el Nasser, e il blocco dello stretto di Tiran (l’accesso di Israele al Mar Rosso) vennero considerati atti di guerra; gli incidenti di frontiera con l’Egitto aumentarono sino a sfociare nel secondo conflitto arabo-israeliano (vedi Crisi di Suez). Con l’appoggio di Gran Bretagna e Francia, Israele si assicurò una facile vittoria e in pochi giorni prese possesso della striscia di Gaza e della penisola del Sinai. Tuttavia, mentre le forze israeliane al comando di Moshe Dayan raggiungevano il canale di Suez e inglesi e francesi iniziavano il loro attacco, i combattimenti furono fermati dall’ONU (appoggiata da USA e URSS), che inviò sul posto alcuni contingenti; i tre paesi invasori furono costretti a lasciare la zona del canale, ma gli israeliani si rifiutarono di abbandonare Gaza sino agli inizi del 1957, quando fu riaperto lo stretto di Tiran.

6. Gli ultimi anni di Ben Gurion

Durante l’ultimo governo di Ben Gurion, Israele continuò a potenziare l’esercito (soprattutto l’aviazione); la situazione economica migliorò e fu creata una rete idrografica al fine di facilitare lo sviluppo dei nuovi insediamenti nelle regioni meridionali del paese. Sebbene di dimensioni più contenute, il flusso di immigrati (provenienti perlopiù dal Marocco) continuò anche nei primi anni Sessanta e uno dei problemi fu l’assorbimento dei nuovi arrivati, notevolmente più poveri dei precedenti. Ben Gurion si dimise nel 1963 e gli succedette Levi Eshkol. Nel 1965 l’ex primo ministro lasciò il Mapai – il quale, fusosi con altri gruppi di sinistra, andò a formare il Partito laburista, che governò fino al 1977 – per andare a costituire un gruppo di opposizione chiamato Rafi. I due maggiori partiti di opposizione, liberali e Herut, si fusero nel 1965 nel Gahal, guidato da Menahem Begin, e diedero in seguito vita al Likud.

7. La guerra dei Sei giorni

Dopo il conflitto del 1956 il nazionalismo arabo toccò l’apice; nel 1967 la costituzione di un contingente militare arabo unito, la chiusura dello stretto di Tiran e il ritiro delle truppe dell’ONU dalle zone di confine meridionali indussero Israele ad attaccare contemporaneamente la Giordania, la Siria e l’Egitto (vedi Guerre arabo-israeliane; Guerra dei Sei giorni). Forti della loro supremazia aerea, dopo sei giorni di combattimento gli israeliani ebbero la meglio. Al termine della guerra, Israele – contro le risoluzioni dell’ONU – prese possesso di Gaza e della penisola del Sinai, della zona araba di Gerusalemme (Gerusalemme Est), e della Cisgiordania (sottratte alla Giordania), delle alture del Golan (già appartenenti alla Siria), raggiungendo un’estensione quattro volte superiore rispetto a quanto stabilito dall’armistizio del 1949. I territori occupati erano abitati da circa un milione e mezzo di palestinesi.

8. I territori occupati e la resistenza araba

Dopo il conflitto, la questione dei territori occupati dominò il dibattito politico. La destra politica e i leader dei partiti religiosi ortodossi si opponevano al ritiro dalla Cisgiordania e da Gaza, che consideravano parte del paese, mentre nel Partito laburista si discuteva se fosse opportuno il ritiro o il mantenimento delle posizioni acquisite; infine, numerosi partiti di minoranza, inclusi i comunisti, si opponevano all’annessione. Alcuni giorni dopo la fine della guerra, tuttavia, Israele unì formalmente le due zone di Gerusalemme. A ciò fece seguito una recrudescenza del nazionalismo arabo palestinese; alcune fazioni interne all’Organizzazione per la liberazione della Palestina intrapresero attacchi terroristici contro scuole, mercati e aeroporti israeliani con l’obiettivo dichiarato di liberare la Palestina.

9. La guerra del Kippur e le sue conseguenze

Nel 1973 l’Egitto si unì alla Siria in una nuova guerra contro Israele, per recuperare i territori perduti nel 1967 (vedi Guerre arabo-israeliane; Guerra del Kippur). I due stati arabi sferrarono un attacco a sorpresa il 6 ottobre, giorno dello Yom Kippur, una delle più importanti festività ebraiche; tuttavia le forze israeliane reagirono e, sebbene con molta difficoltà, sconfissero gli avversari nel giro di tre settimane. Alla fine della guerra, l’Arabia Saudita e altri paesi produttori di petrolio ridussero le proprie esportazioni di greggio agli Stati Uniti e ad altre nazioni occidentali per l’aiuto prestato a Israele. In seguito, nel tentativo di incoraggiare una sistemazione pacifica della regione, il presidente americano Richard Nixon incaricò il segretario di stato, Henry Kissinger, di condurre i negoziati tra Israele, Egitto e Siria, che portarono, nel 1974, alla smilitarizzazione del Sinai e delle alture del Golan.

La conclusione della guerra del Kippur non pose fine né ai disordini, né all’insoddisfazione generale nel paese (anche per quanto riguardava la conduzione della guerra) che portarono, nell’aprile del 1974, alle dimissioni del primo ministro Golda Meir (succeduta a Eshkol nel 1969) e del suo governo. Alla Meir successe Yitzhak Rabin, che non riuscì comunque ad arrestare la spirale inflazionistica e ad attenuare le difficoltà economiche. Il suo partito perse così le elezioni del 1977 e Begin, leader del Likud e contrario a qualsiasi concessione territoriale o politica ai palestinesi, assunse la guida del paese.

10. Il governo di Begin

Il programma economico conservatore del nuovo governo, che mirava ad arginare il deterioramento dell’economia (dovuto soprattutto alle ingenti spese militari), fallì. Malgrado la sua politica volta a favorire la formazione di nuovi insediamenti israeliani nei territori occupati e le sue azioni militari contro le zone meridionali del Libano, Begin fu il primo leader israeliano a raggiungere un accordo di pace con uno stato arabo; tale accordo fu il risultato di una sorprendente iniziativa del presidente egiziano Anwar al-Sadat, il quale nel novembre del 1977 si recò a Gerusalemme per intraprendere negoziati di pace. Questi, mediati dal presidente americano Jimmy Carter a Camp David (Maryland, USA), condussero alla firma del trattato di pace tra Egitto e Israele (Washington, 26 marzo 1979), il quale prevedeva la restituzione del Sinai all’Egitto, rafforzando così il controllo israeliano in Cisgiordania. L’accordo firmato con Israele costò all’Egitto l’espulsione dalla Lega araba. Vedi Accordi di Camp David.

11. L’invasione del Libano

Nel 1981, anno in cui il Likud tornò alla guida del paese, Israele inviò alcuni bombardieri a distruggere un reattore nucleare in costruzione nei pressi di Baghdad, in Iraq, suscitando reazioni negative a livello internazionale, che furono accentuate poi dall’annessione unilaterale delle alture del Golan. Nonostante questi sviluppi e le complicazioni causate dall’assassinio di Sadat (ottobre 1981), nel 1982 venne completato il ritiro israeliano dal Sinai. Due mesi dopo Israele invase il Libano, con l’intenzione di disfarsi della presenza dell’OLP in quell’area e di instaurarvi un governo filoisraeliano; dopo aspri combattimenti nei dintorni di Beirut, i palestinesi ritirarono le proprie forze dalla città, mentre le truppe israeliane rimasero di stanza nella zona meridionale del paese. In seguito alle proteste internazionali – dovute anche al vasto massacro commesso da milizie cristiane nei campi profughi palestinesi controllati dagli israeliani – e alla continua crisi economica, Begin annunciò le sue dimissioni da primo ministro e da leader del Likud nell’agosto del 1983; gli succedette il ministro degli Esteri Yitzhak Shamir. Nelle elezioni del 1984 vinsero di stretta misura i laburisti che, insieme al Likud, formarono un governo unitario, nell’intento di ristabilire le relazioni internazionali. La carica di primo ministro fu così affidata a Shimon Peres; nel 1986 questi fu sostituito da Shamir.

12. Dall’intifada agli accordi di Oslo

I rapporti tra israeliani e palestinesi entrarono in una nuova fase nei tardi anni Ottanta, con l’avvio dell’intifada (1987), una serie di rivolte palestinesi nei territori occupati. La dura risposta del governo attirò le critiche dell’Occidente e dell’ONU. La coalizione Likud-laburisti crollò nel 1989 e Shamir guidò un governo provvisorio sino al giugno del 1990. Tra il 1989 e il 1990 giunsero oltre 200.000 ebrei dall’Unione Sovietica; questa nuova ondata immigratoria minò gravemente la già debole struttura economica del paese. Durante la guerra del Golfo, in cui molti palestinesi appoggiarono l’Iraq, numerosi missili Scud colpirono ripetutamente Israele, che non si lasciò, tuttavia, coinvolgere nel conflitto.

I primi colloqui di pace tra Israele, le delegazioni palestinesi e i confinanti stati arabi iniziarono nell’ottobre del 1991. Nel 1992 il Likud perse le elezioni parlamentari e il leader del Partito laburista Yitzhak Rabin formò un nuovo governo. Nel 1993 il primo ministro Rabin e il leader dell’OLP Yasser Arafat firmarono a Washington uno storico trattato di pace (frutto di un lungo lavoro preparatorio svoltosi nei mesi precedenti a Oslo in gran segreto). Il leader palestinese riconosceva a Israele il diritto a esistere come stato; Israele si impegnava a concedere l’autogoverno palestinese nei territori occupati, prima nella striscia di Gaza e nella città di Gerico e successivamente in altre aree della Cisgiordania.

Nel maggio dello stesso anno le truppe israeliane si ritirarono da Gerico e dalla striscia di Gaza, che passarono sotto l’autorità palestinese. A luglio, Rabin e Hussein di Giordania firmarono a Washington un accordo di pace che, fondamento per il vero e proprio trattato del 26 ottobre, pose fine a 46 anni di guerra tra i due paesi.

Le trattative tra Israele e Siria nell’aprile del 1995 furono bloccate dal disaccordo sul possesso delle alture del Golan; nello stesso mese il governo annunciò l’espropriazione delle terre arabe a Gerusalemme Est. La lentezza nell’applicazione degli accordi di Oslo causò tuttavia nei territori occupati un grande malcontento verso l’autorità palestinese e un rafforzamento delle forze ostili all’accordo di pace, in particolare i movimenti integralisti islamici Hamas e Jihad, che intensificarono l’attività terroristica compiendo gravi attentati nelle città israeliane. Anche in Israele si rafforzarono le posizioni di quanti erano ostili all’accordo di pace e diversi attentati colpirono la comunità arabo-israeliana (il più grave a Hebron, dove un militante della destra integralista ebraica compì un’irruzione armata in una moschea uccidendo 29 persone). Malgrado le proteste, spesso violente, il processo di pace non si arrestò.

13. Assassinio di Rabin e crisi del processo di pace

Il 4 novembre 1995 il primo ministro Rabin, già obiettivo di una violenta campagna diffamatoria delle destre, cadde assassinato per mano di un giovane ebreo, membro di un’organizzazione religiosa estremista; l’episodio suscitò una profonda lacerazione nella società israeliana.

Tra febbraio e marzo del 1996 violenti attentati colpirono le maggiori città israeliane causando decine di vittime. In maggio, alla fine di un’aspra contesa incentrata esclusivamente sulla sicurezza, il Likud vinse le elezioni, sebbene con uno scarto di soli 26.000 voti. Benjamin Netanyahu, il leader del partito, fu eletto primo ministro e formò un governo con i partiti della destra religiosa, contrari all’accordo di pace e fautori dell’estensione della colonizzazione israeliana nei territori occupati.

Il nuovo governo ribadì più volte la necessità di rivedere gli accordi di Oslo, sia per quanto riguardava l’autonomia palestinese, sia, e soprattutto, per la possibilità di insediare nuove colonie ebraiche nei territori occupati. Le crisi nelle relazioni israelo-palestinesi da allora si susseguirono, arrivando in estate allo scontro armato tra esercito israeliano e polizia dell’Autorità palestinese, che causò 76 morti e centinaia di feriti.

La situazione non migliorò nel 1997, quando il continuo rinvio dell’applicazione degli accordi di Oslo e ulteriori concessioni alla destra religiosa da parte del governo israeliano (come l’approvazione di un’altra colonia, la sesta, a Gerusalemme Est) portarono il processo di pace in un vicolo cieco. Verso la metà dell’anno, nell’intento di far avanzare le relazioni tra le due parti in conflitto e far uscire Israele dall’isolamento internazionale, ripartì l’attività diplomatica statunitense, che tuttavia non ottenne i risultati sperati.

Infatti, dopo un ulteriore accordo sottoscritto nel 1998 tra Israele e Palestina a Wye Plantation negli Stati Uniti, il processo di pace si arenò nuovamente per la forte opposizione dei settori ultraortodossi e tradizionalisti della società israeliana.

A cinquant’anni dalla nascita, Israele appariva profondamente diviso tra una parte più laica (legata al Partito laburista e agli altri partiti di sinistra), ormai favorevole alla creazione di uno stato palestinese, e una parte più conservatrice, legata al Likud, incerta sulla restituzione dei territori occupati e fortemente condizionata dai settori religiosi ortodossi, decisamente ostili alla creazione di uno stato palestinese e in parte favorevoli a un disegno di modificazione dello stesso stato israeliano in senso teocratico.

La politica di Netanyahu, sospesa tra una formale adesione agli accordi di Oslo e una sostanziale elusione degli stessi, fu infine bocciata dall’elettorato israeliano nelle elezioni del maggio 1999, quando il premier uscente ottenne il 43,9% dei voti contro il 56,1% del leader laburista Ehud Barak.

14. Ripresa del conflitto

Barak, il generale più decorato del paese, detto anche il “piccolo Napoleone”, ereditò una situazione estremamente complessa. Deludendo le aspettative di molti israeliani e dei palestinesi, Barak rinviò a sua volta il ritiro dai territori occupati chiedendo modifiche agli accordi di Wye Plantation e, cedendo alle pressioni degli ultraortodossi, autorizzò altri insediamenti israeliani in Cisgiordania. In seguito alla consueta mediazione statunitense le trattative tuttavia ripartirono nell’agosto 1999 e in settembre pervennero a un accordo la cui firma, inizialmente prevista per il gennaio 2000, fu però rinviata.

Il tentativo di pervenire a un accordo con la Siria, dopo la rottura delle trattative del 1996, ebbe a sua volta un esito negativo. Preceduto da una serie di visite della segretaria di stato statunitense Madeleine Albright, l’incontro tra Barak e il ministro degli Esteri siriano Faruk al-Shara per risolvere la questione delle alture del Golan (occupate nel 1967 durante la guerra dei Sei giorni e annesse da Israele nel 1981) fallì infatti a causa dell’inconciliabilità delle posizioni dei due governi.

Agli inizi di maggio 2000 Israele ritirò le truppe dalla “fascia di sicurezza” nel sud del Libano, che manteneva occupata dal 1975. Alla fine dello stesso mese gli sviluppi di due diversi scandali portarono alle dimissioni del vicepremier Ytzhak Mordechai e del presidente Ezer Weizmann, al cui posto fu eletto il 31 luglio Moshe Katsav, esponente del Likud, impostosi clamorosamente su Shimon Peres, candidato del Partito laburista, considerato favorito alla vigilia delle elezioni.

A luglio, sollecitati da Bill Clinton, Barak e Arafat si incontrarono a Camp David, negli Stati Uniti, senza tuttavia pervenire ad alcun accordo; la proposta di Barak fu infatti ritenuta inadeguata da Arafat. La situazione politica interna israeliana andò intanto deteriorandosi; infatti, usciti il Meretz e altri due partiti dalla coalizione di governo, Barak conservò il sostegno di soli 42 parlamentari su 120. In settembre, inoltre, in una delicatissima fase delle trattative, tornò a calcare la scena politica israeliana Ariel Sharon, l’esponente del Likud più ostile al processo di pace. Sharon compì una visita in uno dei luoghi più controversi della “città santa” e più carico di significato religioso: la Spianata delle Moschee, per i musulmani, o Monte del Tempio, per gli ebrei. Interpretata come una provocazione dalla comunità araba, la visita di Sharon causò l’esplosione di una nuova e più violenta intifada.

15. La seconda intifada

Alla fine di novembre 2000 furono annunciate elezioni straordinarie per il rinnovo del premier; a dicembre Ehud Barak rassegnò le dimissioni. Nel gennaio 2001 le delegazioni israeliana e palestinese, riunitesi a Tab’a, in Egitto, approdarono infine a un accordo che soddisfaceva le richieste palestinesi. Ma era ormai tardi; le elezioni di febbraio decretarono il trionfo di Ariel Sharon. Del suo governo, dopo una lacerante disputa, entrò a far parte anche il Partito laburista.

In aprile le forze israeliane entrarono nella striscia di Gaza, dal 1994 sotto l’amministrazione dell’Autorità palestinese, e colpirono una postazione radar siriana nel Libano meridionale. A maggio fallì un primo tentativo di mediazione degli Stati Uniti; il rapporto di una commissione guidata dall’ex senatore americano George Mitchell, che suggeriva un immediato cessate il fuoco e una sospensione della colonizzazione ebraica dei territori occupati al fine di “ricreare la fiducia” tra le due parti, venne respinto dal governo israeliano.

Dagli inizi di giugno 2001 lo scontro si fece più intenso. Le organizzazioni più radicali dell’intifada palestinese avviarono una strategia di attacchi suicidi contro le città israeliane, causando decine di vittime; l’esercito israeliano rispose con un severo blocco alla Cisgiordania e alla striscia di Gaza e con violente offensive sulle città e i villaggi palestinesi. A settembre le truppe israeliane entrarono nuovamente nei territori palestinesi; gli scontri provocarono decine di vittime. A ottobre, in risposta all’uccisione di un suo dirigente, un commando del Fronte popolare di liberazione della Palestina tese un mortale agguato a Rehavam Zeevi, ministro del Turismo e importante esponente della destra israeliana.

Da novembre il conflitto si aggravò ulteriormente. Mentre Israele rafforzava la morsa intorno ai territori palestinesi e intensificava la politica di “esecuzioni mirate” a danno dei dirigenti delle principali organizzazioni palestinesi, una serie di attentati suicidi causò decine di morti nelle città e negli insediamenti israeliani. Alla fine del mese gli Stati Uniti inviarono una nuova missione in Medio Oriente, guidata da Anthony Zinni. Tra il 2 e il 3 dicembre i centri di Gerusalemme e di Haifa furono sconvolti da due gravi attentati che causarono 31 morti e più di duecento feriti. Il giorno seguente il governo israeliano ordinò un attacco aereo su Gaza, Ramallah e altri villaggi palestinesi. Pochi giorni dopo l’aviazione bombardò il quartier generale di Yasser Arafat a Ramallah.

Il 12 dicembre, in risposta a un altro grave attentato, l’aviazione israeliana bombardò la sede della televisione palestinese e alcuni edifici dell’ANP; lo stesso Arafat venne posto sotto assedio a Ramallah dalle truppe israeliane. Una risoluzione dell’ONU che chiedeva la fine di “tutti gli atti di violenza” e l’invio in Medio Oriente di osservatori internazionali venne bloccata dal veto degli Stati Uniti.

16. Operazione “Muraglia di difesa”

Per la tormentata storia mediorientale il 2001-2002 fu un periodo cruciale. L’offensiva islamista, il cui clamoroso culmine si ebbe nell’attacco suicida dell’11 settembre 2001 contro le torri del World Trade Center e il Pentagono (vedi anche vedi Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001), ebbe infatti un effetto devastante sul precario dialogo israelo-palestinese. Il nuovo governo israeliano impresse una profonda svolta politica e militare alla sua azione, accomunando l’intifada e la stessa Autorità nazionale al terrorismo islamico.

Dagli inizi del 2002 lo scontro fra le truppe israeliane e le forze dell’intifada si fece più violento. L’esercito israeliano entrò sempre più in profondità in territorio palestinese, senza tuttavia riuscire a fermare l’ondata di attacchi suicidi lanciata dalla resistenza palestinese contro le città e le colonie israeliane.

Alla fine di gennaio la pubblicazione sul quotidiano “Haaretz” di un documento firmato da 53 fra ufficiali e soldati riservisti suscitò grande scalpore nel paese. Il documento, che nelle settimane successive superò le 400 adesioni, costituiva infatti un grave atto di accusa alla leadership politica e militare israeliana. Denunciando la politica di colonizzazione e la “perdita di umanità” dell’esercito israeliano, i firmatari del documento dichiararono la loro indisponibilità a tornare a combattere nei territori occupati.

Falliti diversi tentativi di mediazione (del principe ereditario saudita Abdallah e dell’inviato statunitense Anthony Zinni) e passata del tutto inosservata una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, su proposta degli Stati Uniti, menzionava esplicitamente la creazione di uno stato palestinese, il conflitto riesplose. Il 28 marzo, in risposta a un attentato compiuto a Netanya durante i festeggiamenti della Pasqua, Sharon richiamò in servizio 20.000 riservisti e lanciò l’operazione “Muraglia di difesa”; in pochi giorni vennero totalmente occupate tutte le città dell’Autonomia palestinese; la Muqaata, il quartier generale di Arafat a Ramallah, venne in buona parte distrutta dall’artiglieria e dalle ruspe dell’esercito israeliano. Gli scontri si moltiplicarono in tutti i territori palestinesi, senza risparmiare la popolazione civile. Le città di Betlemme, Tulkarem, Qalqiliya, Nablus diventarono teatro di una violentissima battaglia, che vide l’intervento dell’aviazione israeliana. Il 2 aprile le truppe israeliane posero sotto assedio la chiesa della Natività a Betlemme, dove avevano trovato rifugio diversi membri della resistenza palestinese, insieme con molti civili. L’offensiva israeliana investì con particolare violenza la città di Jenin, dove il campo profughi venne quasi totalmente distrutto, sollevando proteste in tutto il mondo. Una nuova missione diplomatica, condotta dal segretario di stato statunitense Colin Powell, si concluse a metà aprile con un nulla di fatto.

Il 28 aprile le truppe israeliane posero fine all’assedio del quartier generale di Arafat; in cambio Sharon ottenne l’arresto di sei palestinesi ritenuti responsabili dell’uccisione del ministro Rehavam Zeevi. Una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite, sollecitata dai palestinesi per indagare sui fatti di Jenin, venne prima rinviata e poi annullata a causa dell’opposizione del governo israeliano. Il 9 maggio, con un accordo tra israeliani e palestinesi, si concluse anche l’assedio alla chiesa della Natività.

Nell’operazione “Muraglia di difesa” trovarono la morte centinaia di persone, in maggioranza civili, e migliaia furono i feriti. Le due comunità pagarono anche un altissimo costo politico; infatti, se i palestinesi videro la rioccupazione militare di tutti i territori destinati al loro stato, l’assedio e l’umiliazione della propria leadership e la distruzione di tutte le strutture dell’Amministrazione autonoma, Israele fu severamente criticata a livello internazionale, andando incontro a un grave isolamento politico e diplomatico rotto solo dal sostegno statunitense. Alla fine dell’operazione, gli accordi di Oslo del 1993 erano ormai definitivamente sepolti.

17. La Road Map

Nel giugno 2002 il governo israeliano diede il via alla costruzione di un muro di separazione tra il territorio dello stato ebraico e la Cisgiordania, destinato a svilupparsi per centinaia di chilometri – circondando tutta la città di Gerusalemme, compresa la parte araba – e a sottrarre altri territori ai palestinesi. Disapprovata da tutta la comunità internazionale a eccezione degli Stati Uniti, la decisione del governo israeliano determinò un inasprimento del conflitto. A settembre a New York prese il via una nuova iniziativa diplomatica, lanciata dal cosiddetto “quartetto per il Medio Oriente” (composto da Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite).

Alla fine di ottobre, al culmine di una grave crisi politica, i ministri laburisti abbandonarono il gabinetto Sharon. Rimaneggiato il governo, il premier israeliano chiamò il paese alle elezioni anticipate per il 28 gennaio 2003, in cui ad affermarsi furono il Likud e lo Shinui (un partito laico di centro), che diedero vita, con altri due partiti della destra nazionalista e religiosa, al nuovo governo.

Nell’aprile del 2003 il “quartetto” presentò il progetto di pace chiamato “Road Map”, che fu ufficialmente approvato da entrambe le leadership palestinese e israeliana. Articolato in tre fasi, il piano prevedeva la fine delle azioni terroristiche palestinesi e delle rappresaglie israeliane; il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati dall’inizio della seconda intifada nel settembre 2002; la proclamazione, entro il 2005, di uno stato palestinese entro confini definitivi.

18. Il “piano Sharon”

La Road Map restò tuttavia lettera morta. Nel novembre 2003, il premier Sharon annunciò la presentazione di un piano che prevedeva il ritiro degli insediamenti ebraici da Gaza e da alcune aree della Cisgiordania e la proclamazione unilaterale e definitiva delle frontiere israeliane. A dicembre, dopo una lunga preparazione condotta con il sostegno delle autorità svizzere, rappresentanti della sinistra israeliana (tra cui importanti membri del Partito laburista) e delle organizzazioni palestinesi sottoscrissero a Ginevra un patto rivolto a risolvere pacificamente il lungo conflitto; l’accordo, che ottenne il sostegno del segretario dell’ONU, venne rigettato dal governo israeliano.

Il conflitto si inasprì agli inizi del 2004, con decine di attentati suicidi e il rafforzamento della politica delle “esecuzioni mirate”, che culminò in marzo nell’uccisione del leader spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, raggiunto all’uscita di una moschea da due missili esplosi da un elicottero dell’esercito israeliano.

Il piano di Sharon venne contestato sia dai laburisti sia dalle destre religiose e nazionaliste, compresa quella del Likud capeggiata da Benjamin Netanyahu. Nel giugno 2004 Sharon ottiene tuttavia un primo via libera dal suo governo e in ottobre, grazie al sostegno del Partito laburista, l’approvazione della Knesset. In novembre scomparve, dopo un’improvvisa malattia, lo storico leader dell’OLP Yasser Arafat, cui successe alla presidenza dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas).

19. Una nuova scena

Nel gennaio 2005, apprestandosi ad avviare il suo piano, Sharon si appellò all’unità nazionale, ottenendo l’ingresso del Partito laburista nel governo. In agosto, tra vivaci proteste, i coloni israeliani lasciarono definitivamente la Striscia di Gaza e alcuni insediamenti della Cisgiordania. Nello stesso mese Benjamin Netanyahu lasciò il governo in segno di protesta. In autunno Sharon perse anche il sostegno del Partito laburista, passato sotto la guida di Amir Peretz. Abbandonato il Likud, Sharon creò il nuovo partito Kadima (“Avanti”), cui aderirono molti ministri e parlamentari tra cui il laburista Shimon Peres, e chiamò il paese alle elezioni. Sharon non poté tuttavia portare a compimento il suo piano; a dicembre, colpito da un ictus, il controverso leader uscì definitivamente dalla scena politica israeliana.

Nelle elezioni del marzo 2006 Kadima ottenne il primo posto con il 22% dei voti (29 seggi), precedendo il Partito laburista (15% dei voti e 19 seggi). Al terzo posto si piazzò il partito religioso Shas, con il 9,5% dei voti e 12 seggi. Si aggiudicò lo stesso numero di seggi il Likud, scendendo sotto la soglia del 9% e subendo un vero e proprio crollo. Al quinto posto si piazzò il partito nato in seno alla recente immigrazione russa Yisrael Beytenu (“Israele nostra casa”), che ottenne 11 seggi. Alla fine di aprile, Kadima e il Partito laburista annunciarono la formazione di un governo di coalizione guidato dal Ehud Olmert.

Alla fine di giugno 2006, in risposta alla cattura di alcuni soldati, l’esercito israeliano lanciò una vasta operazione militare nella Striscia di Gaza e nel sud del Libano. Qui trovò l’accanita resistenza delle milizie di Hezbollah, subendo gravi perdite. I morti tra le file israeliane furono infatti 116; più di 40 civili rimasero inoltre vittime di un nutrito lancio di razzi sui villaggi al confine con il Libano. I costi umani dello scontro (che ebbe fine il 14 agosto, con l’entrata in vigore di un cessate il fuoco proposto dal Consiglio di sicurezza dell’ONU) provocarono un’ondata di critiche contro il governo di Olmert e lo stesso stato maggiore dell’esercito israeliano. In novembre fece il suo ingresso nel governo il partito Yisrael Beytenu; al suo leader Avigdor Lieberman, tra i più fermi oppositori dello smantellamento delle colonie ebraiche nei territori palestinesi, venne affidato il ministero degli Affari strategici.

20. Sviluppi recenti

Nel giugno 2007 Ehud Barak è rieletto alla guida del Partito laburista al posto di Amir Peretz, cui succede anche alla guida del ministero della Difesa. In luglio, Shimon Peres viene eletto alla presidenza del paese.