| Trova nell'articolo | Democrazia | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Democrazia Termine di derivazione greca (dêmos, “popolo”, e krátos, “governo, forza”) che indica un sistema politico basato sulla sovranità dei cittadini, ai quali è riconosciuto il diritto di scegliere la forma di governo e di eleggere direttamente o indirettamente i membri del supremo corpo legislativo dello Stato, così come i funzionari addetti all’amministrazione locale, nonché, in alcuni casi, anche il capo dello Stato.
Nell’accezione moderna il termine implica anche l’eguaglianza giuridica dei cittadini nell’esercizio del voto (vedi Suffragio), dal quale non deve essere escluso nessuno per motivi di razza, di religione, di censo e di sesso; l’esistenza di alcune condizioni che garantiscano una condizione di libertà nell’esercizio del voto (l’assenza di coercizione, la pluralità delle opzioni a disposizione, la possibilità di formarsi una propria opinione); l’accettazione della validità del principio di maggioranza.
In genere si distingue tra democrazia “rappresentativa”, in cui le attività del potere esecutivo e di quello legislativo sono affidate a rappresentanti eletti, con mandato limitato nel tempo ma non imperativo (e quindi non revocabile), e democrazia “diretta”, in cui la maggior parte delle attività dei poteri esecutivo e legislativo è decisa direttamente dai cittadini con voto a maggioranza, mentre i rappresentanti che si occupano degli enti su cui non è possibile esercitare un controllo diretto sono revocabili in qualsiasi momento.
È opportuno distinguere, sul piano teorico, la democrazia dalla monarchia costituzionale, nella quale sono eletti solo i membri del corpo legislativo, tra le cui fila sono poi scelti un primo ministro e un gabinetto; tuttavia, molte monarchie costituzionali funzionano oggi come democrazie, con il sovrano che esercita una funzione puramente simbolica.
È altresì necessario distinguere la democrazia dalla repubblica; sebbene nella storia dell’Occidente moderno le due siano spesso state unite e oggi la maggior parte delle democrazie siano organizzate in forma di governo repubblicano, i due termini non sono sinonimi. Le repubbliche possono infatti essere fondate su premesse non democratiche ed esprimere nella pratica un sistema politico basato sul potere aristocratico, sulla dittatura o sul totalitarismo.
| 2. | La democrazia nell’età classica |
Le città-stato greche e Roma antica durante i primi anni della repubblica furono democrazie dirette: nelle assemblee pubbliche si radunavano tutti i cittadini (a esclusione degli schiavi e delle donne) con diritto di parola e di voto. Ciò era possibile a causa delle piccole dimensioni delle città-stato. Tuttavia la fragilità di questa forma politica, che tendeva a degenerare nella tirannia o nel governo oligarchico, condusse i filosofi dell’epoca a dare una caratterizzazione non positiva della democrazia.
Nella tipologia delle forme di governo elaborate da Aristotele, che distingue tre forme “pure” e tre forme “corrotte”, la forma pura è chiamata politía, ed è definita come “governo della maggioranza” o “della moltitudine”; la forma corrotta è chiamata dêmokratía, ed è definita “governo a vantaggio dei poveri”. Nella tripartizione aristotelica il principio democratico viene interpretato come la legittimazione di un governo di parte; per molti versi la distinzione manterrà questo significato sino ai filosofi sette-ottocenteschi che riprenderanno la tipologia di Aristotele (ad esempio, i filosofi tedeschi Immanuel Kant e Georg Wilhelm Friedrich Hegel).
Nella Roma repubblicana e imperiale furono invece poste le basi della democrazia nell’accezione moderna del termine. Furono i giuristi romani (Ulpiano, Giuliano) a sostenere che l’autorità dell’imperatore si basava sull’investitura del popolo e che il popolo stesso era da considerare creatore del diritto, sia mediante il voto sia mediante la consuetudine. In entrambi i casi, era evidente che la fonte del potere politico stava nel popolo, il quale, pur delegandolo nelle forme più diverse, ne restava il titolare ultimo.
| 3. | Il Medioevo e l’età moderna |
Un notevole influsso sullo sviluppo della teoria democratica fu esercitato anche dalla religione cristiana, che poneva l’accento sui diritti dei più deboli e sul principio dell’eguaglianza. Nel Medioevo furono comunque l’esperienza comunale in Italia, nelle Fiandre e nelle aree tedesche e la lotta alla teocrazia papale a dare vitalità al modello democratico.
Nel Defensor pacis (1324 ca.) scritto in difesa dell’imperatore e in nome di una concezione pienamente laica dell’autorità politica, Marsilio da Padova riprese la teoria dei giuristi romani con un’esposizione in positivo del paradigma democratico; egli sostenne che il potere legislativo appartiene esclusivamente al popolo, che lo esercita con il voto secondo il principio di maggioranza, mentre il potere esecutivo viene delegato dal popolo ad altri, che si impegnano a rispettare una precisa serie di condizioni. In questa prospettiva la stessa monarchia non era altro che una carica, per quanto ereditaria, fondata sull’investitura popolare.
Un contributo importante alla diffusione del modello democratico fu dato dalla Riforma protestante, che adottò in genere il congregazionalismo, secondo cui il potere nella congregazione spetta all’insieme del popolo, che lo esercita direttamente oppure secondo i meccanismi di elezione e delega. Queste idee divennero la base delle successive rivendicazioni della sovranità popolare in chiave antiautocratica (vedi Autocrazia). Ad esempio, il pensatore inglese John Locke fondò su tale principio la sua versione del governo rappresentativo, basato su un contratto stretto tra principe e popolo, in cui al popolo restava la possibilità di ritirare la delega al sovrano; le elaborazioni di Locke si presentavano quindi come una giustificazione del diritto alla resistenza e una legittimazione delle rivoluzioni popolari.
| 4. | L’ascesa delle repubbliche democratiche |
Tra il Seicento e l’Ottocento le rivoluzioni contro i regimi autocratici sfociarono spesso nell’adozione della forma repubblicana (vedi Guerra civile inglese; Rivoluzione francese; Moti del 1820-1821; Rivoluzioni del 1848). In molti casi il riferimento degli apologeti della repubblica era il modello aristocratico di stampo autoritario che veniva praticato nella Repubblica di Venezia o nel Granducato di Toscana. In altri casi il riferimento erano le città-stato riformate come Ginevra, in cui si teorizzava il ricorso alla democrazia diretta. Molto spesso le utopie repubblicane avevano una forte componente di egualitarismo democratico.
In epoca illuminista, il pensatore svizzero Jean-Jacques Rousseau sostenne che solo un governo repubblicano, adottato in uno Stato dalle piccole dimensioni dove fosse possibile la gestione diretta del potere da parte del popolo, era compatibile con i valori democratici. A suo parere solo in un contesto simile avrebbe potuto prender corpo quella volontà generale, infallibile e indivisibile, attraverso la quale il popolo sarebbe stato in grado di esercitare il potere di fare le leggi, assicurando la partecipazione al processo a tutti i cittadini.
Fu però l’esperimento repubblicano degli Stati Uniti d’America a diffondere l’ideale di una repubblica democratica basata sull’applicazione del principio del suffragio universale (con l’esclusione degli schiavi, delle donne, dei minori). Vedi Dichiarazione d’indipendenza americana.
| 5. | La democrazia tra liberalismo e socialismo |
Nel corso dell’Ottocento liberali e socialisti discussero con accanimento della natura della democrazia. Secondo i primi – particolarmente interessati al tema si rivelarono Benjamin Constant, John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville – la democrazia diretta era per molti versi incompatibile con le libertà civili (libertà di pensiero, d’associazione, di stampa ecc.) che solo uno stato liberale poteva garantire. La democrazia rappresentativa, che evitava il pronunciamento diretto della popolazione e quindi i pericoli insiti nella “tirannia della maggioranza”, era invece intesa come il frutto dell’ampliamento della libertà politica, che si allargava sino a comprendere tutti i cittadini dello Stato. Per i liberali l’enfasi non cadeva sulla semplice partecipazione, ma sulla natura della partecipazione stessa, che veniva anch’essa interpretata come l’espressione di una specifica libertà.
In quanto ai socialisti, essi fondarono la loro versione della democrazia sulla critica della rappresentanza, che implicava la sola libertà politica; il loro programma puntava a una trasformazione sociale ed economica della società ottenibile unicamente con l’applicazione delle regole della democrazia diretta non solo agli organi politici, ma anche a quelli economici.
La Comune di Parigi spinse molti pensatori – tra cui Karl Marx, Lenin, Rosa Luxemburg – a teorizzare una “democrazia dei consigli”, in cui libere associazioni di operai avrebbero preso decisioni a maggioranza riguardanti le stesse attività produttive, mentre sul piano amministrativo sarebbero stati eletti rappresentanti con mandato limitato e soggetti a revoca immediata.
Gli sviluppi successivi segnarono dapprima una crisi dello Stato liberale – messo in discussione dall’avanzata dei totalitarismi e dai successi del socialismo reale in Unione Sovietica – poi, dopo la seconda guerra mondiale e soprattutto dopo il tracollo dei regimi comunisti dei paesi dell’Est europeo (vedi Blocco orientale), la vittoria della democrazia liberale, adottata, almeno formalmente, dalla maggioranza degli stati esistenti all’inizio del XXI secolo.