| Trova nell'articolo | Turchia | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Turchia (nome ufficiale Türkiye Cumhuriyeti, Repubblica di Turchia), stato dell’Asia sudoccidentale che comprende una sezione europea nella Tracia orientale. Confina a nord-ovest con la Bulgaria e la Grecia; a nord-est con la Georgia e l’Armenia, a est con l’Iran, a sud con l’Iraq e la Siria; è bagnato a nord dal Mar Nero, a sud dal mar Mediterraneo, a ovest dal mar Egeo. La Turchia europea, che si estende sull’estrema porzione orientale della penisola balcanica, e la Turchia asiatica, che occupa la penisola anatolica (vedi Anatolia), sono separate dal Bosforo, che collega il Mar Nero con il mar di Marmara; questo comunica a sua volta con il mar Egeo attraverso lo stretto dei Dardanelli. La superficie del paese è di 779.452 km² (Turchia asiatica: 755.688 km²; Turchia europea: 23.764 km²). L’estensione costiera è di 7.200 km; la capitale è Ankara.
| 2. | Territorio |
Il territorio della Turchia – occupato in gran parte dal vasto altopiano anatolico, prevalentemente montuoso – può essere suddiviso in sette regioni fisiche: la Tracia e le terre bagnate dal mar di Marmara; la regione egea e mediterranea; la regione del Mar Nero; l’Anatolia occidentale; l’altopiano anatolico centrale; le zone montuose orientali; l’Anatolia sudorientale.
La Tracia e le terre bagnate dal mar di Marmara comprendono un fertile altopiano centrale, in parte coltivato, che a est raggiunge un’altitudine di 2.543 m nella cima del monte Olimpo (Ulu Dağ). La fascia costiera bagnata dall’Egeo e dal Mediterraneo è stretta e collinare; coltivata solo in minima parte in prossimità del confine con la Siria, si apre sulla pianura attraversata dal fiume Ceyhan; quest’ultima, collegata ai monti del Tauro da un passo noto già nei tempi antichi come Porte di Cilicia, comprende estese coltivazioni di cotone.
La regione del Mar Nero include i monti del Ponto (o Pontici, Kuzey Anadolu Dağlari), che si affacciano sulla costa con versanti scoscesi e a est raggiungono altitudini superiori ai 3.800 m. L’Anatolia occidentale è costituita da rilievi irregolari e vallate interne che separano la costa egea dall’altopiano centrale anatolico. L’altopiano centrale, che occupa gran parte del territorio turco, è interamente chiuso da rilievi; qui circa il 30% del suolo è coltivato e il punto più elevato è la vetta del monte Argeo (Erciyes Dağı, 3.916 m), in Cappadocia.
La regione orientale, corrispondente alla storica Armenia, è aspra e montuosa. Culmina nella vetta del monte Ararat (Ağrı, 5.165 m), sul quale, secondo la tradizione biblica, si arrestò l’arca di Noè al termine del diluvio universale. La sezione orientale del paese comprende inoltre numerosi rilievi di origine vulcanica, che determinano l’elevata sismicità della regione, e ospita le sorgenti dei fiumi Tigri ed Eufrate, i due maggiori fiumi del Medio Oriente. L’Anatolia sudorientale è costituita da un altopiano dolcemente collinare, coltivato per il 20% circa e chiuso da montagne a nord, est e ovest.
| 1. | Idrografia |
Quasi tutti i fiumi della Turchia hanno un regime torrentizio e non sono quindi navigabili; alcuni sono sfruttati per irrigare i terreni e per l’approvvigionamento di energia idroelettrica, altri sono poveri o privi d’acqua durante la stagione estiva. Il più lungo è il Kizilirmak, che sfocia nel Mar Nero, come il Sakarya. Il Büyük Menderes (Grande Menderes) scorre dall’Anatolia occidentale fino al mare Egeo con un percorso talmente tortuoso da aver dato vita al termine “meandro” per indicare la profonda ansa di un fiume. Il Tigri e l’Eufrate attraversano le regioni orientali della Turchia e sfociano nel golfo Persico; di rilievo è inoltre il Ceyhan che sfocia nel Mediterraneo. Infine, in Tracia, il fiume Marizza segna parte del confine tra Grecia e Turchia.
Il maggiore lago turco è il Van (con una superficie di 3.763 km²), le cui acque sono salate, così come quelle del lago Tuz. Tra i laghi di acqua dolce, tutti situati nella sezione sudoccidentale del paese, vi sono il Beyşehir, l’Eşridir e il Burdur.
| 2. | Clima |
Le zone costiere del Mediterraneo e dell’Egeo hanno estati calde e inverni miti e piovosi. A Istanbul la temperatura media si attesta sugli 0 °C a gennaio e sui 23 °C a luglio. La media annua delle precipitazioni, che si verificano soprattutto nei mesi di dicembre e gennaio, è di 723 mm.
L’altopiano centrale ha un clima continentale con estati calde e inverni più freddi. Ad Ankara si registra una temperatura media di 5 °C in gennaio e di 23 °C in luglio; in gennaio, a Erzurum, si possono registrare temperature medie di -10 °C. La media delle precipitazioni è di soli 350 mm. Il clima è di tipo alpino nelle zone montuose.
Lungo il Mar Nero il clima è mite e umido, mentre nell’Anatolia sudorientale si registrano le temperature estive più elevate della Turchia, superiori ai 30 °C nei mesi di luglio e agosto.
| 3. | Flora e fauna |
Sulla costa mediterranea ed egea le aree forestali si alternano ad ampie zone di vegetazione erbacea bassa; qui si coltivano ulivi, limoni, fichi, uva e ortaggi. Nell’altopiano centrale prevale una vegetazione steppica, dominata da graminacee. Nelle regioni orientali, dove gli inverni sono più lunghi e più freddi e i terreni adibiti in prevalenza al pascolo, si incontrano aree boschive e, a quote elevate, una vegetazione di tipo alpino. Foreste decidue e vegetazione arbustiva si trovano lungo il Mar Nero.
La fauna del paese, particolarmente ricca, annovera il cinghiale, che vive nelle foreste, mentre nelle aree più isolate vivono il lupo, la volpe, il gatto selvatico, la iena, lo sciacallo, l’orso e la martora. La capra d’angora viene allevata per la produzione di preziose lane mohair. Tra le numerose specie ornitologiche presenti nel paese vi sono uccelli rapaci quali l’aquila, il falco, la poiana e il gheppio che sorvolano migrando la regione del Bosforo. Nei torrenti di montagna vive la trota; negli stretti abbondano il tonno e altri tipi di pesce azzurro; l’acciuga è diffusa nel Mar Nero.
| 4. | Problemi e tutela dell’ambiente |
I principali problemi ambientali della Turchia sono legati ai rapidi processi di sviluppo e di modernizzazione dell’industria e dell’agricoltura. I corsi d’acqua sono inquinati da pesticidi e fertilizzanti e gli ambienti naturali, in particolare le zone umide, vengono eliminati per fare spazio alle coltivazioni, ai terreni da pascolo o a insediamenti industriali. Altri problemi sono causati dall’imponente sviluppo delle zone costiere, dalla caccia a specie minacciate o in via d’estinzione e dalla pressione che l’incremento del turismo esercita sulle aree protette.
Entro il 2010 sarà ultimato il grande progetto idraulico dell’Anatolia (GAP, Guneydogu Anadolu Projesi), progetto di sfruttamento delle acque che ha come scopo quello di trasformare radicalmente il Sud-Est del paese da zona arida e sottosviluppata a territorio ricco di “acqua e kilowatt”. Una volta completato, il GAP – che ha il suo cuore nella diga di Atatürk, sull’Eufrate – sarà composto da 22 dighe, 19 centrali elettriche, centri urbani e agglomerati industriali. È questo un progetto di forte impatto ambientale che, causando l’inondazione di ampie zone di territorio, ha determinato il trasferimento di migliaia di persone e minaccia di far scomparire siti archeologici e monumenti di grande importanza (vedi Zeugma).
Il territorio turco è coperto da foreste per il 13,2% (2005). La rete di aree protette della Turchia è costituita da 22 parchi nazionali, tra i quali ricordiamo il Köprülü Kanyon e il Göreme (World Heritage Site dal 1985), quattro parchi naturali, numerose riserve faunistiche e aree a protezione speciale.
La Turchia ha ratificato diversi accordi internazionali sull’ambiente, tra cui quelli riguardanti l’inquinamento atmosferico, la biodiversità, i rifiuti tossici e nocivi, la messa al bando dei test nucleari, la protezione dell’ozonosfera, delle zone umide e la salvaguardia delle balene. La Turchia prende parte al Piano d’Azione Mediterraneo per la protezione dell’ambiente mediterraneo.
| 3. | Popolazione |
Nel 2007 la popolazione della Turchia era di 71.158.647 abitanti, con una densità media di 92 abitanti per km². Circa il 67% (2005) della popolazione vive in aree urbane (nel 1945 era il 25%), con la concentrazione maggiore a Istanbul e nelle regioni costiere.
Il territorio della Turchia vide l’avvicendarsi di diverse popolazioni e civiltà, quali gli ittiti, i frigi, gli assiri, i greci, i persiani, i romani e gli arabi. Gli antenati nomadi dei turchi moderni giunsero dall’Asia centrale nell’XI secolo d.C., conquistando i territori dell’impero bizantino e arabo, influenzando la lingua e la cultura della regione e favorendo il subentrare dell’Islam al cristianesimo.
Alla fine del XX secolo i turchi costituivano circa l’86% della popolazione; oltre a comunità arabe (1,5%), greche e armene, nel paese vive una consistente minoranza curda (11%) stanziata prevalentemente nell’Anatolia orientale. A partire dalla seconda metà del XX secolo la Turchia ha conosciuto un forte fenomeno di emigrazione, soprattutto verso paesi europei (Germania) e arabi (Arabia Saudita).
| 1. | Lingua e religione |
Lingua ufficiale del paese è il turco; tra le minoranze sono parlati il curdo, l’arabo, il greco e l’armeno. Circa il 99% della popolazione è musulmana, soprattutto sunnita; nelle regioni sudorientali numerosi sono i musulmani sciiti. L’Islam cessò di essere religione di stato nel 1928.
| 2. | Istruzione e cultura |
Il sistema di istruzione turco, introdotto da Atatürk, è basato sul modello europeo. Grazie alle nuove riforme, che prevedono la frequenza gratuita e obbligatoria dai 6 ai 14 anni di età, oggi il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta raggiunge l’87,6% (2005), rispetto a un livello di analfabetismo che, all’epoca della costituzione della Repubblica, interessava il 90% della popolazione. I principali atenei del paese sono l’Università di Istanbul (1453), l’Università dell’Egeo a Smirne (1955), l’Università di Ankara (1946) e l’Università tecnica del Medio Oriente, anch’essa ad Ankara (1956).
Il paese conserva un patrimonio inestimabile di siti archeologici a testimonianza di antiche civiltà. I principali si trovano lungo la costa egea e mediterranea, dove si incontrano, tra numerose altre, le rovine di Troia, Efeso e Mileto; nella regione della Cappadocia e a nord-est di Ankara, dove si trovano interessanti resti della civiltà ittita. Istanbul, Edirne e Bursa sono sede di moschee costruite dal famoso architetto Sinan. Tra i musei del paese si ricordano il Museo del Topkapi, a Istanbul, e il Museo delle Civiltà anatoliche di Ankara. Tra le maggiori biblioteche vi sono la Biblioteca nazionale di Ankara e la Biblioteca statale Beyazit a Istanbul.
Per ulteriori approfondimenti sulla cultura del paese, vedi Letteratura turca; Letteratura persiana; Arte islamica; Musica islamica; Filosofia islamica.
| 4. | Divisioni amministrative e città principali |
La Turchia è amministrativamente suddivisa in 81 province (iller, sing. il) raggruppate in otto regioni: Tracia, Costa del Mar Nero, Marmara e coste dell’Egeo, Costa del Mediterraneo, Anatolia Occidentale, Anatolia Centrale, Anatolia Sud-orientale, Anatolia Orientale.
Oltre ad Ankara, capitale amministrativa, e a Istanbul, capitale storica e culturale, centri importanti del paese sono Smirne, Adana, Konya, Izmit, Antalya ed Erzurum.
| 5. | Economia |
Il sistema economico turco si è basato a lungo sull’agricoltura, più sviluppata lungo le coste e arretrata nelle regioni interne, e su una piccola industria di trasformazione dei prodotti agricoli, rivolta quasi esclusivamente al consumo interno. La modernizzazione del sistema, avviata negli anni Cinquanta del Novecento, si è intensificata nel decennio successivo attraverso una serie di piani nazionali, che hanno privilegiato i settori agricoli più avanzati e stimolato lo sviluppo dell’industria di base e meccanica (in particolare macchine agricole e autoveicoli). Negli anni Ottanta la crescita economica è rallentata, mantenendosi tuttavia su valori positivi fino alla seconda metà degli anni Novanta. Negli ultimi anni, ai nefasti effetti della crisi finanziaria dei mercati asiatici si sono aggiunti gli ingenti danni causati dai sismi che hanno colpito le regioni nordoccidentali, le più sviluppate del paese. Ma l’economia ha risentito anche dell’instabilità politica e dell’estesa corruzione del sistema politico e finanziario: negli ultimi dieci anni, il debito dello stato è passato dal 30 al 65% del prodotto interno lordo. Entrato in una fase recessiva nel 1999 e funestato da un’altissima inflazione, nel 2000 il paese ha dovuto ricorrere a un ingente prestito del Fondo monetario internazionale.
Il prodotto interno lordo nel 2005 è stato di 362.502 milioni di dollari USA, pari a 5.030,20 dollari pro capite; il settore industriale vi partecipa nella misura del 23,7%, quello agricolo per il 11,9%, i servizi per il 64,5%. Nel 2005 il tasso di disoccupazione era pari al 10,3%.
| 1. | Agricoltura e allevamento |
Il settore agricolo, tuttora piuttosto arretrato, è basato su un fitta rete di piccoli fondi di modesta capacità produttiva. Le forti differenze territoriali e climatiche consentono una coltivazione diversificata. Frumento, orzo, mais, barbabietola da zucchero, pomodori, olive, meloni, uva, mele e fichi sono i principali prodotti agricoli, ai quali si affianca una pregiata produzione di tabacco. La coltivazione del papavero da oppio è diffusa nell’interno anatolico, mentre nelle pianure del versante marittimo meridionale si coltiva il cotone, di cui il paese è uno dei maggiori produttori mondiali. Rinomata la coltivazione industriale delle rose.
L’allevamento di bovini e ovini rappresenta una voce economica importante (le capre producono la pregiata lana mohair) e occupa circa la metà degli addetti del settore agricolo. Di scarso rilievo è la silvicoltura; la pesca, in espansione, è praticata soprattutto nel mar di Marmara e nel Bosforo. Il settore primario occupa il 30% (2005) della forza lavoro.
| 2. | Risorse energetiche e minerarie |
La Turchia possiede giacimenti di cromo, di cui è uno dei maggiori produttori mondiali. Rilevanti anche le produzioni di piombo, ferro, zinco, boro, rame e argento. Si estraggono inoltre lignite, bauxite, manganese, antimonio, zolfo e sepiolite, utilizzata per la fabbricazione di pipe. Oltre a riserve di carbone vi sono esigui giacimenti petroliferi, presenti nel sud-est del paese. Il 26,17% (2003) dell’elettricità è prodotta da centrali idroelettriche, mentre il 73,68% deriva da centrali alimentate a carbone o petrolio.
| 3. | Industria |
L’industria turca è fiorente nei settori della lavorazione dei prodotti alimentari (industria conserviera e pastifici) e del tessile (cotonifici, lanifici, setifici). Sviluppati anche i settori siderurgico, meccanico e chimico. Oltre alla manifattura del tabacco e alle industrie della concia e del cuoio, un’attività fiorente è rappresentata dalla produzione di tappeti. Il comparto industriale occupa il 25% (2005) della forza lavoro.
| 4. | Commercio e finanza |
Il valore delle importazioni supera quello delle esportazioni; nel 2003 le importazioni ammontavano a 69,3 miliardi di dollari e le esportazioni a 47,3 miliardi di dollari. Le importazioni principali sono costituite da petrolio, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, fertilizzanti, ferro e acciaio; le maggiori esportazioni riguardano prodotti tessili e agricoli. Un’importante fonte di entrate è rappresentata dal turismo. I maggiori partner commerciali della Turchia sono la Germania, l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti.
L’unità monetaria è la lira turca, emessa dalla Banca centrale della Repubblica di Turchia, fondata nel 1930. Nel gennaio 2005 è stato riformato il sistema monetario con l’adozione di una “lira pesante”, corrispondente a un milione delle vecchie lire. La Borsa Valori si trova a Istanbul.
| 5. | Trasporti e vie di comunicazione |
La Turchia dispone di una rete ferroviaria di soli 8.697 km, gestita dallo stato e insufficiente a garantire collegamenti in tutto il paese. Maggiormente sviluppata è la rete stradale (354.421 km nel 2002), comprendente un’arteria che da Istanbul arriva al confine con l’Iran attraversando Ankara ed Erzurum. Intenso è il traffico via mare, che ha il suo centro nei trafficati porti di Istanbul e Smirne; altri porti importanti del paese sono Trebisonda, Giresun, Samsun e Zonguldak, sul Mar Nero, e Iskenderun e Mersin nel sud. Istanbul, Ankara, Adana, Antalya e Smirne sono sede di aeroporti.
| 6. | Ordinamento dello stato |
Sorta dalle ceneri dell’impero ottomano nel 1923, la Turchia è una Repubblica parlamentare. Le sue istituzioni sono tuttavia fortemente condizionate dalle forze armate, il cui ruolo politico è stabilito nell’ultima Costituzione del 1982, emendata nel 1995.
| 1. | Potere esecutivo |
Il presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento con un mandato di sette anni, nomina il primo ministro e, su indicazione di questi, un consiglio dei ministri. Il primo ministro viene scelto di norma nella persona del leader del partito o della coalizione di maggioranza. Oltre che al Parlamento, l’esecutivo deve rispondere della sua attività al Consiglio di sicurezza nazionale, composto da tre membri nominati dalle forze armate con funzioni consultive e di supervisione.
| 2. | Potere legislativo |
Il potere legislativo compete alla Grande assemblea nazionale (Türkiye büyük millet meclisi), un Parlamento unicamerale composto da 550 membri eletti a suffragio universale ogni cinque anni. Il diritto di voto è esteso a tutti i cittadini a partire dai 18 anni di età.
| 3. | Potere giudiziario |
L’ordinamento giudiziario prevede una Corte costituzionale, i cui membri sono nominati dal presidente, e una Corte d’appello, eletta dal Consiglio supremo dei giudici e procuratori. La pena di morte è stata completamente abolita nel 2004.
| 4. | Istituzioni periferiche |
La Turchia comprende 81 province, ciascuna amministrata da un governatore.
| 5. | Difesa |
Il servizio militare è obbligatorio per tutti i cittadini maschi abili a partire dai 20 anni di età. Le forze armate contavano, nel 2004, 514.850 effettivi. Dal 1974 la Turchia occupa militarmente la regione settentrionale dell’isola di Cipro che, autoproclamatasi Repubblica turca di Cipro del Nord, non è riconosciuta dalla comunità internazionale.
| 6. | Forze politiche |
Il sistema elettorale turco prevede una severa soglia di sbarramento nazionale del 10%. A superarla, nelle elezioni legislative del 2007 sono state solo tre formazioni: il Partito della giustizia e dello sviluppo (Adalet ve Kalkýnma Partisi, AKP; islamici moderati), il Partito repubblicano del popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP; moderati) e il Partito di azione nazionale (Millyetçi hareket partisi, MHP; estrema destra), emanazione della formazione paramilitare dei “Lupi Grigi”. Del nuovo Parlamento turco fanno parte anche 26 deputati indipendenti (erano 8 in quello scorso) eletti su base provinciale; gli indipendenti sono eletti in gran parte dalla comunità curda delle regioni sudorientali.
| 7. | Storia |
La prima grande civiltà dell’Anatolia fu quella degli ittiti (XX-XII secolo a.C.), distrutta dai cosiddetti “popoli del mare”, che invasero l’Asia Minore e la Siria verso la fine del XII secolo a.C.; fra questi, i frigi stabilirono un regno che divenne la potenza dominante in Anatolia nei secoli IX-VIII a.C. Attorno al 700 a.C., il regno frigio fu invaso e distrutto dal popolo nomade dei cimmeri. Nel VII secolo a.C. sulla costa egea fiorì il regno di Lidia, con capitale Sardi, che fu rovesciato dal re persiano Ciro il Grande nel 546 a.C.
| 1. | Dai persiani ai mongoli |
Dalla metà del VI secolo gran parte dell’Asia Minore restò sotto il dominio persiano, fino al 334 a.C., quando la regione fu conquistata da Alessandro Magno; in seguito, tra il II e il I secolo a.C., ebbe luogo l’occupazione romana.
Dopo la divisione dell’impero romano nel IV secolo d.C., l’Asia Minore divenne parte dell’impero bizantino e subì la pressione persiana e araba. Durante l’XI secolo la penisola anatolica venne invasa dai turchi selgiuchidi, che nel 1071 sgominarono l’esercito bizantino nella battaglia di Manzikert. Musulmani sunniti, i selgiuchidi dominarono su una vasta area estesa tra l’Iran e l’Anatolia, dove fondarono il potente sultanato di Rum, con capitale Konya. Indeboliti da divisioni dinastiche e tribali, i selgiuchidi furono infine travolti dall’invasione dei mongoli, culminata nel saccheggio di Baghdad del 1258. Il sultanato di Konya passò sotto l’autorità mongola, mentre il resto dell’Anatolia si divise tra piccoli principati; tra questi, nel corso dei decenni successivi, si fece strada il regno di Osman I, il fondatore della dinastia degli ottomani, che nel 1325 trasferì a Bursa la sua capitale.
| 2. | L’impero ottomano |
Gli ottomani si imposero alla guida delle popolazioni turcomanne in lotta con i bizantini nell’Anatolia nordoccidentale, costruendo la loro grandezza sul declino degli stati cristiani.
L’espansione ottomana in Europa ebbe inizio durante il regno di Orkhan (1326-1359). Succeduto al padre Osman, Orkhan sostenne l’ascesa di Giovanni VI Cantacuzeno sul trono bizantino, ottenendone in cambio la Tracia e la Macedonia. Alle conquiste territoriali, Orkhan fece corrispondere la creazione di un’amministrazione centralizzata, al cui vertice era un consiglio (“divano”) guidato da un Gran Visir. Egli organizzò anche un potente esercito intorno alle milizie scelte dei giannizzeri. Approfittando delle rivalità tra Costantinopoli e le potenze europee, Murad I, con la vittoria nella battaglia del Kosovo (1389), in cui trovò la morte, rafforzò le basi dell’impero, che continuò a estendersi sotto Bayazid I. Questi conquistò altri territori nei Balcani e si oppose efficacemente alla crociata lanciata nel 1396 dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo.
| 3. | Dalla crisi al massimo splendore |
Nel 1402, i mongoli di Tamerlano, che si erano già impadroniti dell’altopiano iranico e di buona parte dell’Asia centrale, invasero l’Anatolia sconfiggendo ad Ankara le truppe di Bayazid, che morì prigioniero l’anno successivo.
Maometto I, il più giovane figlio di Bayazid, restaurò l’unità dell’impero, lottando contro i vassalli turcomanni e cristiani d’Europa e d’Anatolia (1402-1413). Suo figlio Murad II riaffermò il potere ottomano in Europa fino al Danubio, sconfiggendo i principi cristiani di Serbia e Bulgaria e concedendone i domini a funzionari musulmani. Durante il suo regno, la capitale Adrianopoli (Edirne) diventò un importante centro culturale e artistico. Maometto II occupò i restanti principati cristiani a sud del Danubio e le sue conquiste culminarono nel 1453 nella presa di Costantinopoli (che diventò la capitale dell’impero) e nella sottomissione dell’Anatolia fino all’Eufrate. Bayazid II consolidò le strutture di governo dei territori occupati dai suoi predecessori, consentendo a Selim I di sconfiggere i mamelucchi (1517) e incorporare nell’impero l’Anatolia orientale, la Siria, la Palestina, l’Egitto e parti della penisola arabica.
Solimano I il Magnifico completò l’espansione ottomana lungo il Danubio, fino a conquistare l’Ungheria e saccheggiare Vienna (1529). Sotto il suo regno l’impero ottomano raggiunse il massimo splendore. Solimano rafforzò le istituzioni dello stato, avvalendosi di un efficace governo e di un validissimo corpo di funzionari. Grazie all’abbondante flusso di tributi, organizzò un potentissimo esercitò e una temibile flotta e stimolò le arti e le scienze. Oltre agli apparati politico e amministrativo, riorganizzò la giustizia, guadagnandosi il titolo di Qanuni (“il Legislatore”).
| 4. | La riforma tradizionalista |
Giunto al culmine della sua potenza, l’impero ottomano si avviò verso un lento declino, il quale, dovuto sia al rafforzarsi delle pressioni esterne, sia al deteriorarsi della situazione economica, si protrasse fino alla prima guerra mondiale. Due furono i tentativi di contrastare la crisi: la cosiddetta riforma tradizionalista, avviata nel XVII secolo, intesa a restaurare le vecchie istituzioni, e la riforma modernista (XIX secolo), ispirata anche a modelli culturali e istituzionali di tipo occidentale.
Alla fine del XVI secolo, la classe dirigente formatasi con l’apporto di molti cristiani convertiti durante il regno di Solimano, iniziò a sfruttare per i propri interessi il ruolo che lo stato le conferiva. Alla crescita demografica e alla crisi economica corrisposero frequenti carestie e il diffondersi di rivolte e del brigantaggio. L’impero si divise così in un gran numero di piccoli potentati locali, più o meno autonomi dal potere centrale. Nel 1571, con la vittoria della flotta della Lega santa su quella ottomana nella battaglia di Lepanto, si profilò nuovamente la minaccia europea. Gli ottomani reagirono creando una nuova flotta, assicurandosi il controllo del Mediterraneo per un altro cinquantennio, ma la loro supremazia nei Balcani era ormai compromessa e la sconfitta subita dagli Asburgo (1593-1606) si risolse nella perdita dei tributi provenienti dalla regione.
Nel 1623, la conquista di Baghdad e dell’Iraq orientale da parte dello scià di Persia Abbas I indusse Murad IV a riformare l’esercito e la burocrazia, onde ridare efficienza e vigore allo stato; nel 1638 gli ottomani scacciarono i persiani dall’Iraq e conquistarono il Caucaso.
Con il successore di Murad, riprese tuttavia il declino dell’impero, che cominciò a perdere porzioni consistenti di territorio. Al termine della disastrosa campagna di Kara Mustafa Pascià, sconfitto a Vienna nel 1683, Ungheria e Transilvania vennero cedute all’Austria; la Dalmazia, il Peloponneso e importanti isole dell’Egeo a Venezia; Podolia e Ucraina meridionale passarono alla Polonia; e infine Azov e le terre a nord del Mar Nero divennero dominio russo, come stabilito dal Trattato di Karlowitz (1699; vedi Guerre turco-polacche).
L’impero ottomano mostrò tuttavia di avere ancora energie, e nel 1711 venne sbaragliata una spedizione organizzata dallo zar Pietro il Grande, che fu costretto a restituire i territori ottenuti con il trattato di Karlowitz. Immediatamente dopo, però, la guerra con Venezia e con l’Austria (1714-1717) portò alla perdita di Belgrado e della Serbia del nord. Fino all’ultimo decennio del XVIII secolo si verificarono periodici scontri con l’Austria e la Russia (vedi Guerre russo-turche). In questo periodo si aprì, con la cosiddetta “questione d’Oriente”, la corsa delle grandi potenze europee – Gran Bretagna, Russia, Francia e Austria – alla spartizione delle spoglie di un impero ritenuto prossimo al crollo.
| 5. | La riforma modernista: le tanzimat |
Nel corso del XIX secolo, agli attacchi esterni si aggiunsero le lotte per l’indipendenza dei popoli soggetti all’autorità ottomana. L’impero si trovò così davanti a una drastica scelta: riformarsi profondamente o andare incontro a un progressivo smembramento, uscendo dal novero delle grandi potenze. Con Selim III venne avviato un processo di ristrutturazione dello stato, che si intensificò con i suoi successori con l’adozione di modelli organizzativi e istituzionali moderni, di ispirazione occidentale: si aprì così la stagione delle tanzimat (“riforme”, 1839-1876).
Iniziate sotto Mahmud II e continuate durante il controverso regno di Abdul-Hamid II (che nel 1876 promulgò una Costituzione, abrogandola dopo due anni), le tanzimat operarono una modernizzazione dell’impero a tutti i livelli: riorganizzazione dello stato, riforma dell’esercito e dell’educazione, lavori pubblici su larga scala, costruzione di nuove città, strade, ferrovie e linee telegrafiche. La riaffermazione dell’autorità centrale portò anche alla repressione delle diverse istanze nazionalistiche, che tuttavia non si spensero. I greci furono i primi a ottenere l’indipendenza, nel 1830. Nel 1840 fu la volta dell’Egitto, che passò sotto il controllo della Gran Bretagna. La guerra di Crimea (1854-55) privò l’impero della Moldavia e della Valacchia. Nel 1878, dopo una nuova guerra contro la Russia gli ottomani persero la Serbia e altri territori nei Balcani e nel Maghreb. Gli armeni, a loro volta desiderosi di ottenere l’indipendenza, furono sottoposti a una violenta persecuzione, che iniziata nel 1894, raggiunse il suo culmine durante la prima guerra mondiale, causando più di un milione di vittime.
Agli inizi del XX secolo un movimento di intellettuali liberali, i Giovani Turchi, avanzò precise richieste di riforma amministrativa. Nello stesso tempo andarono rafforzandosi nell’impero le istanze indipendentiste, sia nel Medio Oriente sia nei Balcani, ambiti dall’Austria e dalla Russia. L’annessione della Bosnia all’Austria, nel 1908, fu la scintilla che fece esplodere il risentimento degli ambienti progressisti e nazionalisti: lo stesso anno i Giovani Turchi imposero al sultano il ripristino della Costituzione del 1876 e del regime parlamentare. Abdul-Hamid tentò una controrivoluzione nell’aprile del 1909, sciogliendo il Parlamento e arrestandone numerosi membri, ma l’esercito, guidato dai Giovani Turchi, marciò sulla capitale e depose il sultano.
| 6. | Prima guerra mondiale e fine dell’impero |
Ripristinati la Costituzione e il Parlamento, il nuovo governo avviò un programma di riforme che coinvolse tutti i settori della società ed ebbe il suo culmine nella secolarizzazione dell’insegnamento e della giustizia, e nel riconoscimento dei diritti civili e politici alle donne. In seguito, soprattutto dopo la sconfitta subita nella prima guerra balcanica, nel movimento dei Giovani Turchi si fecero strada sentimenti ultranazionalisti che favorirono il ritorno di una politica autoritaria e l’affermazione al potere di un triumvirato guidato da Enver Pascià.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, la promessa tedesca di appoggiare il recupero dei territori balcanici perduti indusse il triumvirato ad abbandonare l’iniziale posizione di neutralità per entrare in guerra a fianco degli Imperi Centrali (1914). Gli ottomani contrastarono efficacemente gli eserciti degli Alleati nella campagna di Gallipoli e in Iraq, ma non riuscirono a fermare la rivolta araba e i successivi attacchi delle forze britanniche e russe, che invasero da nord e da sud l’Anatolia. Debilitato dalle rivolte interne, dalla carestia e dall’insorgere di violente epidemie, l’impero ottomano si disintegrò sotto i colpi dell’offensiva alleata.
Dopo la resa, la conferenza di pace di Parigi tolse alla Turchia le province arabe e balcaniche e pose le regioni anatoliche sotto il controllo delle potenze vincitrici. Nel 1922 la Grecia invase l’Anatolia sudoccidentale: le umilianti condizioni di pace accettate dal sultano, unite all’invasione del territorio nazionale, favorirono il sorgere di un movimento nazionalista turco, che sotto la guida di Mustafa Kemal Atatürk iniziò una guerra per la liberazione dell’Anatolia e l’ottenimento della piena indipendenza turca (1918-1923). Atatürk riuscì a espellere dal paese gli eserciti stranieri, imponendo l’abolizione del trattato di Sèvres e la sua sostituzione con il nuovo trattato di Losanna (1923), secondo il quale le regioni della Tracia orientale e dell’Anatolia formavano uno stato unito, nazionale e indipendente. A seguito di questa vittoria fu proclamata la Repubblica di Turchia, con capitale Ankara, e il governo del sultano a Istanbul cessò ufficialmente di esistere (1923).
| 7. | La Repubblica turca |
Guidata da Atatürk nei suoi primi quindici anni di vita, la Repubblica turca si fondò sui sei principi di base incorporati nella Costituzione: governo repubblicano (basato sulla sovranità popolare); nazionalismo turco (che enfatizzava la specificità turca rispetto all’elemento arabo e l’indipendenza da influenze straniere); populismo (con l’idea che la Grande assemblea nazionale dovesse rappresentare tutti gli interessi economici e sociali del paese); laicismo (che implicava la completa separazione tra religione e stato); statalismo (intervento dello stato nei principali settori della vita economica con funzione di guida); rivoluzione (tutti i cambiamenti dovevano essere realizzati contemporaneamente, così da permettere alla società turca una modernizzazione e uno sviluppo estremamente rapidi).
Durante il governo di Atatürk la Turchia registrò sostanziali progressi in ogni campo e stabilì buone relazioni con i vicini balcanici; ebbe invece scarsi contatti con i paesi musulmani, temendo che potessero interferire con il processo di laicizzazione dello stato. Nei confronti delle minoranze e in particolare quella curda, Atatürk perseguì a sua volta una severa politica repressiva.
| 8. | La seconda guerra mondiale e le sue conseguenze |
Nel 1938, alla morte di Atatürk, il suo più stretto collaboratore Ismet Inönü assunse la presidenza della repubblica e la guida del Partito repubblicano del popolo (RPR). Memore della terribile esperienza della prima guerra mondiale, Inönü mantenne la Turchia neutrale per gran parte del secondo conflitto mondiale e solo nel febbraio 1945 dichiarò guerra a Germania e Giappone. L’Unione Sovietica tentò di includere la Turchia nella propria sfera d’influenza, provocando l’accentuazione della “vocazione occidentale” del paese, consolidata dai generosi aiuti economico-militari assicurati dal piano Marshall. La scelta occidentale trovò piena attuazione nel 1952 con l’adesione alla NATO e nel 1955 con la firma del patto di Baghdad.
Grazie al massiccio aiuto dell’Europa e degli Stati Uniti, la Turchia godette di una rapida crescita economica. Inönü introdusse anche una certa liberalizzazione politica, consentendo la costituzione di partiti. Negli anni Cinquanta il potere rimase saldamente nelle mani del Partito democratico, nato da una scissione del RPR. Con Celâl Bayar alla presidenza e Adnan Menderes alla guida del governo, la Turchia perseguì una politica economica volta ad attrarre investimenti stranieri, mentre all’interno venne abbandonata la politica di laicizzazione e incoraggiata la partecipazione delle organizzazioni islamiche nel settore educativo. Una forte crisi economica e l’attitudine repressiva del governo del Partito democratico provocarono, a partire dal 1955, il diffondersi di un forte malcontento. Nel 1960 un colpo di stato militare rovesciò il governo. Nel 1961 fu introdotta una nuova Costituzione intesa a impedire svolte autoritarie; nello stesso anno, condannati per corruzione, Menderes e due suoi ministri vennero giustiziati.
Negli anni Sessanta, la Turchia conobbe un periodo di grande instabilità. La politica nazionale si polarizzò intorno ai due partiti maggiori, spesso alleati tra loro in coalizioni litigiose e deboli: il Partito repubblicano del popolo, guidato da Bülent Eçevit, e il Partito della giustizia, erede del Partito democratico, capeggiato da Süleiman Demirel, più tradizionalista. Ai due estremi del quadro parlamentare, formazioni socialiste e comuniste si opponevano ai nazionalisti turchi e islamici.
| 9. | La questione di Cipro |
Nella confusa frammentazione politica che dominò il periodo, l’influenza occidentale rimase salda e indiscussa sino al 1974, quando la Turchia occupò Cipro per contrastare il colpo di stato fomentato dalla Grecia e proclamò sui territori controllati dal proprio esercito una Repubblica indipendente. Nonostante il blocco degli aiuti economici e militari statunitensi, a cui il governo di Ankara replicò con la chiusura delle basi americane sul proprio territorio, le truppe turche rimasero nel nord di Cipro a sostegno del governo separatista turco-cipriota.
| 10. | Il governo militare |
Negli anni Settanta alla guida del paese si alternarono governi di coalizione guidati dai due principali leader Eçevit e Demirel. Entrambi, per conquistarsi il sostegno dell’elettorato, perseguirono una politica di allargamento dell’intervento statale nell’economia, che portò in breve tempo a una grave crisi finanziaria. Sullo sfondo di una nuova ondata di atti terroristici e di violenti scontri, il 12 settembre 1980 un nuovo colpo di stato militare portò al potere il generale Kenan Evren. Organo unico di governo divenne il Consiglio di sicurezza nazionale (CSN), presieduto da Evren; il capo di stato maggiore, l’ammiraglio Bülent Ulusu, fu nominato primo ministro. Sospesa la Costituzione, il governo militare impose la legge marziale, impedì ogni attività politica e sindacale e varò un severo piano di austerità. L’esercito imprigionò anche migliaia di oppositori e impose sulla stampa una rigorosa censura.
| 11. | Tra democrazia e autoritarismo |
Nel 1982 la Turchia compì un primo passo verso la normalizzazione con l’introduzione di una nuova Costituzione e la nomina di Evren alla presidenza della repubblica. Dopo la legalizzazione di alcuni partiti politici, le elezioni parlamentari del novembre del 1983 sancirono la vittoria del Partito della madrepatria (ANAP), di tendenze conservatrici, e il suo leader Turgut Özal diventò primo ministro. Özal tentò di rilanciare l’economia del paese attuando una politica liberista, confermando nel contempo un’attitudine repressiva contro le opposizioni e la minoranza curda, in seno alla quale aveva conquistato terreno una componente separatista. Nel 1989 Özal fu eletto alla presidenza del paese e venne sostituito alla guida del governo da Yildirim Akbulut.
Le elezioni del 1991 videro prevalere il Partito della giusta via (DYP) di Demirel. Eletto alla presidenza della repubblica alla morte di Özal, nel 1993 Demirel affidò la guida del partito e del governo a Tansu Çiller, che rafforzò la politica di austerità dei precedenti governi e lanciò un’estesa offensiva militare contro le roccaforti della guerriglia separatista curda. Nel 1994, tredici deputati curdi, tra cui Leyla Zana, vennero destituiti; sette di essi furono in seguito condannati a pesanti pene detentive (per questo caso la Turchia sarebbe stata condannata nel 2002 dalla Corte europea per i diritti umani). Travolta da una serie di scandali finanziari, Çiller venne costretta alle dimissioni nell’estate del 1995. Nel dicembre dello stesso anno le elezioni anticipate videro l’affermazione del Partito della prosperità (Refah), di ispirazione islamica, guidato da Necmettin Erbakan. La vittoria del Refah, dovuta soprattutto al crescente malcontento per le politiche di austerità e per la diffusa corruzione del ceto politico, evidenziò allo stesso tempo la ripresa del fenomeno religioso islamico nella società laica turca.
Il successo del Refah sollevò i timori dei militari, garanti della laicità dello stato nato dalla rivoluzione di Atatürk, ma anche supervisori, attraverso il Consiglio di sicurezza nazionale istituito con la Costituzione del 1982, delle scelte politiche del paese. Dopo diversi mesi di difficili trattative, Erbakan formò un governo con il DYP di Tansu Çiller, il quale, dopo breve tempo, a causa delle forti pressioni esercitate dal Consiglio di sicurezza nazionale, abbandonò la coalizione. Sotto la minaccia dei militari, nel giugno 1997 Erbakan fu costretto a lasciare il governo. Al suo posto si insediò un nuovo governo di coalizione capeggiato da Mesut Yilmaz del Partito della madrepatria. L’offensiva contro il Refah continuò nel 1998, quando il partito, accusato di cospirare contro il regime laico, venne sciolto dalla Corte costituzionale e al suo leader Erbakan venne interdetta ogni attività politica per cinque anni.
| 12. | La questione curda |
Pur non partecipando direttamente alla guerra del Golfo, la Turchia sostenne la coalizione capeggiata dagli Stati Uniti per liberare il Kuwait invaso nell’agosto 1990 dalle truppe irachene. La violenta risposta dell’esercito di Saddam Hussein a un tentativo di sollevazione attuato dalle popolazioni curde del Nord iracheno causò alla fine del conflitto un drammatico esodo verso la Turchia, che aggravò la già delicata situazione delle regioni sudorientali dell’Anatolia a maggioranza curda.
Dal 1984 una guerra non ufficiale oppose infatti il governo di Ankara ai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un gruppo di ispirazione marxista capeggiato da Abdullah Öcalan. Nato in seno al movimento nazionalista curdo, il PKK intraprese una lotta armata rivolta a istituire uno stato curdo indipendente. Nel 1995, l’esercito turco scatenò una vasta offensiva militare contro la guerriglia curda, penetrando per 40 chilometri in territorio iracheno. Tuttavia, i forti colpi inferti alla guerriglia non risolsero il problema politico costituito dai rapporti tra stato turco e minoranza curda, le cui conseguenze varcarono le frontiere della Turchia investendo le stesse relazioni internazionali di Ankara. Il conflitto causò peraltro, in poco più di dieci anni, migliaia di morti e un esodo verso le periferie delle grandi città di circa due milioni di persone e comportò una forte limitazione dei diritti civili e politici, che colpì partiti politici legali (come il partito curdo Hadep), associazioni per i diritti umani, giornalisti, intellettuali: tacciati di contiguità con il PKK, essi furono sottoposti a una severa repressione da parte delle autorità turche.
I conflitti interni turchi finirono per influire pesantemente sui rapporti internazionali del paese, condizionandone gli sviluppi. Infatti, se come membro della NATO e come importante mercato la Turchia rivestiva un grande ruolo strategico e godeva del determinante sostegno degli alleati occidentali, la delicata questione dei diritti umani, assommandosi a quella di Cipro, causava un continuo rinvio dell’ingresso del paese nell’Unione Europea.
Alla fine del 1998, la questione curda e il contrasto con l’Unione Europea si riproposero con la complessa vicenda che ebbe per protagonista Öcalan, il presidente del PKK. Da tempo ricercato dalle autorità turche e costretto a lasciare la Siria e poi la Russia per le forti pressioni esercitate dalla Turchia sui governi dei due paesi, Öcalan approdò in Italia con l’intento di lanciare al governo di Ankara una proposta di pace. Costretto a riprendere la fuga, il leader del PKK venne catturato a Nairobi da agenti del servizio segreto turco; condannato a morte dopo uno sbrigativo processo interdetto alla stampa, Öcalan rilanciò l’offerta di pace annunciando contestualmente la sospensione dell’attività armata e il ritiro dei combattenti del PKK dalla Turchia.
| 13. | Ripresa del nazionalismo |
La questione curda, attraverso la vicenda di Öcalan, conquistò per settimane le prime pagine dei giornali internazionali, sollevando in Turchia un’ondata nazionalista e una forte animosità nei confronti dei paesi europei, che influirono pesantemente sulle successive elezioni legislative dell’aprile 1999. Registrando una leggera prevalenza del Partito socialdemocratico del premier uscente Eçevit (succeduto alla fine del 1998 a Yilmaz), le elezioni riconfermarono sostanzialmente un quadro politico instabile, ma decisamente spostato a destra. Infatti, alla sonora sconfitta dei partiti moderati degli ex premier Yilmaz e Çiller, corrispose una forte affermazione del Partito di azione nazionale (MHP), espressione del movimento di estrema destra dei Lupi Grigi, già protagonista della repressione contro i curdi e contro i militanti dei partiti di sinistra ai tempi della dittatura militare, e balzato alle cronache internazionali in occasione dell’attentato a Giovanni Paolo II. Il partito islamico moderato succeduto al Refah, il Fazilet (Partito della virtù), pur conquistando 111 dei 550 seggi dell’Assemblea nazionale, fu emarginato dal gioco politico e peraltro presto sottoposto a procedura di scioglimento per “minaccia all’ordinamento laico dello stato”. Eçevit formò un governo con il Partito della madrepatria e con il Partito di azione nazionale, suscitando una negativa reazione dei paesi dell’Unione Europea.
Allo scopo di favorire una distensione dei rapporti con i paesi europei, il nuovo Parlamento approvò una riforma costituzionale che rese del tutto civile il Consiglio di sicurezza dello stato e sospese l’esecuzione di Öcalan (la cui condanna fu tuttavia confermata dalla Corte di cassazione) in attesa che venisse esaminato il ricorso presentato da questi presso la Corte europea per i diritti umani (nel 2005 la Corte condannò la Turchia per i maltrattamenti inflitti al leader curdo e per aver impedito un “giudizio equo”, chiedendo la ripetizione del processo).
Le relazioni internazionali della Turchia risentirono anche dell’annoso conflitto con la Grecia, che subì un ulteriore deterioramento in seguito all’acquisto, da parte di Cipro, di missili terra-aria dalla Russia. La Turchia (ostile alla strategia comune di difesa messa a punto da Cipro e Grecia, che consentiva a quest’ultima di utilizzare per i propri aerei la base cipriota di Paphos) minacciò infatti di intervenire militarmente contro Cipro qualora i missili fossero stati installati sull’isola. Le relazioni diplomatiche tra Atene e Ankara, giunte sul punto di una gravissima crisi, migliorarono a partire dall’estate del 1999, quando la Grecia intervenne tempestivamente nel nord-ovest della Turchia colpito da un disastroso terremoto, salvando migliaia di vite umane. In settembre il ministro degli Esteri greco annunciò la disponibilità del governo di Atene a riconsiderare la sua posizione in merito all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, al quale la Grecia si era sempre opposta. Alla fine dell’anno, dopo molti rinvii, la candidatura di Ankara venne accolta dal Consiglio europeo di Helsinki.
| 14. | Crisi economica e politica |
La Turchia si trovò nuovamente di fronte all’esigenza di riformare profondamente le sue istituzioni politiche, giuridiche ed economiche per accogliere le richieste dell’Unione Europea e in particolare quelle in materia di diritti umani. Nel maggio 2000, l’elezione alla presidenza della repubblica di Ahmet Necdet Sezer fu accolta positivamente dalle forze democratiche del paese. Già presidente della Corte suprema, Sezer si era distinto per la sua posizione a favore di una revisione delle norme costituzionali e per una limitazione dei poteri del Consiglio di sicurezza. Ad agosto Sezer si scontrò per la prima volta con il governo e con il vertice delle forze armate, respingendo un decreto che stabiliva il licenziamento di 400 impiegati statali sospettati di simpatie per i movimenti fondamentalisti islamici e i nazionalisti curdi.
Nei mesi seguenti, una nuova offensiva dell’esercito nei territori curdi e una riforma carceraria che prevedeva il totale isolamento dei detenuti politici posero nuovamente il paese al centro dell’attenzione internazionale. In autunno, centinaia di detenuti intrapresero uno sciopero della fame contro la riforma e 32 di essi persero la vita durante le operazioni di evacuazione forzata. Lo sciopero della fame si estese in seguito ai familiari dei detenuti, causando in pochi mesi altre decine di vittime e riaccendendo il conflitto con i paesi europei e in primo luogo con la Francia, il cui Parlamento aveva approvato una legge che riconosceva ufficialmente lo sterminio del popolo armeno attuato tra il 1915 e il 1920 dall’impero ottomano. La polemica evidenziò anche la forte resistenza esercitata da una parte del mondo politico e dell’esercito al progetto di adesione all’Unione Europea.
Alla fine del 2000, il paese fu investito da una violenta crisi finanziaria che ebbe il suo epicentro nel sistema bancario. L’utilizzo spregiudicato del credito da parte dei partiti di governo durante gli anni Novanta aveva infatti portato sull’orlo della bancarotta importanti istituti bancari. La crisi si acuì ulteriormente nel febbraio 2001, quando il governo fu costretto a lasciar fluttuare la lira (ancorata al dollaro dal dicembre 1999), che perse il 30% del suo valore. Per affrontare la grave emergenza, in marzo Eçevit chiamò alla guida del ministero del Tesoro Kemal Dervis, un alto funzionario della Banca Mondiale, affidandogli poteri speciali. A maggio il Fondo monetario internazionale concesse alla Turchia un prestito di 19 milioni di dollari, condizionandolo a radicali tagli al bilancio dello stato. A giugno si concluse presso la Corte costituzionale di Ankara il procedimento avviato all’indomani delle lezioni legislative del 1999 contro il Fazilet (Partito della virtù); il partito islamista moderato, nato dal dissolto Refah di Necmettin Erbakan, venne a sua volta messo al bando. Lo scioglimento del Fazilet determinò la nascita del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), guidato da Recep Tayyip Erdogan.
Nell’ottobre 2001 il Parlamento approvò la partecipazione di truppe turche alla campagna Enduring Freedom (“Libertà duratura”), lanciata dagli Stati Uniti contro il regime afghano dei taliban in seguito alla grave offensiva terroristica dell’11 settembre (vedi anche vedi Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001). A partire dallo stesso mese il Parlamento turco iniziò la revisione degli articoli della Costituzione che, restringendo i diritti umani, politici, sindacali, costituivano un ostacolo all’entrata del paese nell’Unione Europea.
| 15. | Nuovo quadro politico |
Nel congresso riunitosi nell’aprile del 2002 a Bruxelles, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) annunciò la decisione di sciogliersi e di dare vita a una nuova formazione politica, il Kadek (Congresso per la libertà e la democrazia in Kurdistan), di cui fu nominato presidente Abdullah Öcalan. Negli anni seguenti la nuova formazione tentò di avanzare delle proposte di trattativa, che vennero tuttavia ignorate dal governo turco. A giugno la Turchia assunse il comando della Forza internazionale di sicurezza (ISAF) in Afghanistan.
Per soddisfare le richieste dell’Unione Europea, in luglio il Consiglio per la sicurezza nazionale revocò lo stato di emergenza in alcune province orientali a maggioranza curda e nel mese successivo il Parlamento votò a grande maggioranza l’abolizione della pena di morte; il provvedimento figurava tra le principali condizioni poste dall’Unione Europea per proseguire il processo di associazione della Turchia.
Con le dimissioni di diversi ministri, alla fine di luglio scoppiò una grave crisi politica, in seguito alla quale vennero convocate le elezioni anticipate. Per ostacolare l’affermazione del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), data per certa da tutti i sondaggi, a settembre venne dichiarato ineleggibile il suo leader Recep Tayyip Erdogan. Le elezioni del 3 novembre diedero tuttavia la vittoria all’AKP, sconvolgendo profondamente il quadro politico turco. L’AKP, con il 34,3% dei voti, conquistò una solidissima maggioranza (363 dei 550 seggi del Parlamento turco); l’unico altro partito che riuscì a superare la severa soglia di sbarramento del 10% e a inviare propri rappresentanti in Parlamento fu il Partito repubblicano del popolo, che con il 19,4% dei voti ottenne 168 seggi.
La vittoria dell’AKP, sebbene attesa, provocò un profondo malumore nelle forze armate, il cui margine di manovra era tuttavia ridotto rispetto al passato. L’AKP poté quindi formare il nuovo governo, affidandone la guida al vicepresidente del partito Abdullah Gül. Nel marzo 2003 un apposito provvedimento legislativo consentì a Erdogan di concorrere a elezioni suppletive, vinte le quali assunse ufficialmente la guida del governo.
Contrario al nuovo intervento militare in Iraq, il governo vietò il passaggio di truppe statunitensi in territorio turco, consentendo tuttavia alla coalizione anglo-americana l’uso dello spazio aereo. Nel giugno 2003, per soddisfare le richieste dell’Unione Europea, il Parlamento turco approvò nuove leggi che estesero la libertà di espressione, consentendo anche l’utilizzo pubblico della lingua curda, e restrinsero il ruolo politico delle forze armate. A novembre, un’ondata di attentati contro una sinagoga e il consolato e una banca britannici causarono a Istanbul più di 50 vittime e centinaia di feriti. Nel gennaio 2004, il Parlamento confermò definitivamente l’abolizione della pena di morte e in settembre introdusse una legge contro la violenza alle donne.
Nel gennaio 2005 venne riformato il sistema monetario con l’adozione di una “lira pesante”. A ottobre, dopo una lunga e impervia trattativa, venne ufficialmente avviato il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, parzialmente congelato nel dicembre 2006 dopo il rifiuto di Ankara di aprire i propri porti al traffico delle merci cipriote.
| 16. | Sviluppi recenti |
Nel gennaio 2007 il giornalista armeno Hrant Dink cade vittima di un nazionalista davanti alla redazione del suo giornale. L’assassinio di Dink (più volte perseguito dalla giustizia turca per i suoi articoli sul genocidio degli armeni e sulle violazioni dei diritti umani) viene definito dal premier Erdogan un “attentato alla pace e alla stabilità del paese”.
In aprile, la candidatura alla presidenza (poi ritirata) di Abdullah Gül solleva una grave crisi politica e istituzionale; la candidatura di Gül, esponente di un partito confessionale, è infatti ritenuta dall’esercito e dalle opposizioni una minaccia alla laicità dello stato.
Le elezioni legislative di luglio registrano una nuova vittoria del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) del premier Erdogan. In agosto, tra nuove controversie, Abdullah Gül è infine eletto, con la maggioranza semplice, alla presidenza della Turchia.