Mosaico
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Mosaico
3. Cenni storici

La storia della tecnica e delle applicazioni artistiche e decorative del mosaico corre parallela alla storia delle arti considerate maggiori, e costituisce un’importante testimonianza dell’evoluzione culturale e civile dei popoli che hanno utilizzato questo mezzo espressivo.

1. Le origini e i mosaici greci e romani

Tra il IV e il III millennio a.C., in Mesopotamia si affermò una sorta di decorazione musiva realizzata con piccoli cunei di terracotta dipinti di rosso, nero o bianco. Tali coni venivano infissi nelle pareti di mattoni d’argilla, creando un rivestimento insieme ornamentale e protettivo. Ne sono esempio le semicolonne di un muro dell’antica città sumera di Uruk (inizio del III millennio a.C.), oggi conservate agli Staatliche Museen di Berlino. Vedi anche Arte mesopotamica.

Pavimenti in ciottoli naturali furono diffusi a Creta e nella Grecia continentale già nell’età del Bronzo (XVII-XI secolo a.C.). In epoca classica (VI-IV secolo a.C.) furono realizzati pregevoli mosaici di ciottolo nel mondo greco, di cui rimangono notevoli reperti nelle regioni greche dell’Eubea e della Macedonia (Olinto, Pella), oltre che ad Atene, Corinto, Delfi, Olimpia, Tarsus. I mosaici policromi di Pella in Macedonia, risalenti al 300 a.C. ca., sono splendide testimonianze della perizia tecnica degli artisti della regione: il sapiente accostamento di ciottoli di sfumature diverse crea elaborati motivi figurativi, delimitati talvolta da contorni sottili di piombo o ceramica.

Nel corso del III secolo a.C. i ciottoli furono sostituiti da tessere di pietra squadrate e da tasselli di vetro o smalto. La superficie liscia delle tessere conferì ai mosaici pavimentali più resistenza e li rese meno soggetti al distacco dei pezzi, aprendo la via alla realizzazione di disegni articolati e ricchi di dettagli. La gamma dei soggetti rappresentati si ampliò, includendo figure umane, animali, piante e paesaggi.

Esempi di mosaici composti da tessere si trovano a Delo e ad Alessandria, dove quest’arte raggiunse livelli elevatissimi: fu qui che si sviluppò la tecnica del “vermicolato”, grazie alla quale è possibile ottenere straordinari effetti pittorici. Un ottimo esempio è offerto dal grande mosaico della Battaglia di Alessandro dalla Casa del Fauno a Pompei (ora a Napoli, Museo archeologico nazionale), opera di artisti alessandrini.

Il mosaico a tessere fu introdotto a Roma verso la fine del III secolo a.C. La tecnica venne impiegata sempre più frequentemente per la decorazione di pavimenti, anche nelle abitazioni private. Nelle varie province sotto il dominio romano esistevano scuole regionali, caratterizzate da un repertorio decorativo e cromatico specifico: ad esempio nelle Gallie si producevano principalmente mosaici a motivi geometrici, mentre nell’Africa settentrionale si imposero i mosaici figurativi. Di gran lusso e molto costosi erano i pavimenti in commessi di marmo (sectilia), destinati alle residenze imperiali e ai più importanti edifici pubblici, come i palazzi imperiali del Palatino a Roma e la Villa Adriana a Tivoli. Risalgono ai secoli I-III i ricchi mosaici pavimentali di Aquileia, presenti in due principali tipologie: i più antichi sono a fondo nero con tessere vitree colorate, mentre verso il 200 prevalsero decorazioni geometriche in bianco e nero. In epoca tardo-antica (IV-V secolo) alcune grandi ville vennero decorate da vastissimi complessi musivi, ad esempio a Piazza Armerina (Enna) e a Desenzano (Brescia).

Anche nell’arte paleocristiana l’impiego del mosaico conobbe grande successo: le principali basiliche di Roma avevano pareti rivestite da ampi cicli figurativi di soggetto biblico (si pensi alla navata di Santa Maria Maggiore, del V secolo).

2. I mosaici precolombiani

Le civiltà precolombiane dell’America centrale conobbero forme di arte decorativa simili a quelle del mosaico occidentale, adottate nella produzione di maschere, scudi, manici di pugnali, orecchini, specchi, statuette. Si utilizzavano tessere di turchese, di osso e di conchiglia, tagliate in forme irregolari e ben lisciate; disposte su superfici perlopiù di legno o ceramica, venivano infine rivestite di uno strato di resina vegetale. Notevoli esempi di mosaici precolombiani si possono ammirare presso il Museum of Mankind di Londra, il Museo nazionale di antropologia di Città di Messico, il Peabody Museum of Archaeology and Ethnology dell’Università Harvard (Cambridge, Massachusetts). vedi Arte precolombiana; Arte azteca.

3. I mosaici bizantini

L’arte musiva conobbe un grandissimo sviluppo nell’impero bizantino: gli esempi più antichi risalgono al V e VI secolo e sono stati rinvenuti in città anche molto distanti da Costantinopoli.

3.1. Mosaici bizantini in Italia

I mosaici bizantini più famosi giunti fino a noi sono senza dubbio quelli di Ravenna, tra cui i cicli del mausoleo di Galla Placidia e del Battistero degli Ariani, entrambi del V secolo, e, del VI secolo, i preziosissimi mosaici delle chiese di Sant’Apollinare Nuovo, Sant’Apollinare in Classe e San Vitale.

L’influenza di Bisanzio si fece sentire soprattutto a Venezia, dove l’arte musiva trovò la sua massima espressione nelle chiese di Santa Margherita e San Teodoro, e soprattutto nella basilica di San Marco (il cui interno è interamente rivestito di mosaici risalenti a periodi diversi). La fiorente produzione veneziana è testimoniata dalla presenza in città, oltre che di vere e proprie botteghe di mosaicisti, anche di maestri vetrai specializzati nella fabbricazione di tessere; i capolavori veneziani risalgono soprattutto ai secoli XII e XIII, quando furono eseguiti la maggior parte dei mosaici della basilica e quelli del Duomo di Torcello. La maniera bizantina si impose decisamente con l’immigrazione di maestranze da Costantinopoli; nello stesso tempo molti artisti veneziani si trasferirono a Roma. Anche molte chiese romane furono così decorate a mosaico: le più note sono Santa Maria in Trastevere (1130-1143), San Paolo fuori le Mura (1218), San Giovanni in Laterano (1291) e Santa Maria Maggiore (1295).

Nel XII secolo la corte normanna di Palermo dispose la decorazione a mosaico della parte absidale della Cattedrale, della Cappella Palatina (1130-1143), della Martorana (Santa Maria dell’Ammiraglio, 1143), della Zisa. Ricchi mosaici di epoca normanna decorano anche la Cattedrale di Cefalù (1148) e il Duomo di Monreale (XII-XIII secolo): tessere vitree di colori brillanti spiccano sul fondo oro componendo scene bibliche grandi e luminose.

3.2. Mosaici bizantini in Oriente

I mosaici figurativi bizantini che ornavano i monumenti religiosi di Costantinopoli andarono in gran parte distrutti durante il periodo dell’iconoclastia (VIII-IX secolo). Ciononostante, alcuni mosaici anteriori a quest’epoca e alcune decorazioni non figurative sono stati risparmiati, come il monogramma su fondo oro che orna l’abside della chiesa di Sant’Irene, vicino a Santa Sofia. Splendidi mosaici profani sono sopravvissuti alla distruzione del palazzo degli imperatori bizantini a Costantinopoli.

Risalgono al periodo post-iconoclasta alcuni mosaici di raffinata fattura e grande ricchezza figurativa della chiesa di Santa Sofia (risalenti ai secoli X-XII) e in quella di San Salvatore (XIV secolo). Vedi anche Arte bizantina.

4. I mosaici islamici

Tra i massimi esempi dell’arte musiva islamica spiccano la Cupola della Roccia a Gerusalemme e la Grande Moschea di Damasco. La Cupola della Roccia, costruita alla fine del VII secolo, è decorata da magnifici mosaici a motivi floreali (foglie d’acanto, palme), delle tonalità dominanti verde e blu su fondo oro. Terminata all’inizio dell’VIII secolo, la Moschea Grande di Damasco esibisce elaborati mosaici sia sulla facciata esterna sia all’interno. Tra le regioni europee del mondo islamico che maggiormente hanno conservato tracce dell’antico splendore musivo ricordiamo la Spagna, dove tuttora esibiscono le loro luminose decorazioni l’Alhambra di Granada e la Moschea Grande di Cordova.

5. I mosaici occidentali dal Rinascimento ai nostri giorni

Durante il Rinascimento i maggiori centri di produzione del mosaico si trovavano a Venezia e a Roma. Nella città lagunare fornirono cartoni da mosaicare pittori famosi quali Tiziano, Lorenzo Lotto, Tintoretto e Veronese. La fortuna di quest’arte declinò nei secoli successivi, nonostante fossero rimaste attive note famiglie di mosaicisti (ad esempio gli Zuccato e i Bianchini) e laboratori specialisti: tra Seicento e Settecento si andò affermando l’idea che il mosaico fosse da considerarsi una mera riproduzione meccanica della pittura, di minore dignità.

Nella Roma rinascimentale, gli unici due episodi di rilievo nel campo dell’arte musiva furono la decorazione della chiesa di Santa Maria del Popolo, basata su cartoni di Raffaello, e l’esecuzione delle pale d’altare di San Pietro. Solo nel Settecento si assistette a una rinascita d’interesse verso questa tecnica artistica, con l’istituzione dello Studio Vaticano (1727), il cui laboratorio di restauro ispirò iniziative simili anche a Parigi, Londra e San Pietroburgo.

Nel XIX secolo l’arte del mosaico visse momenti di feconda ripresa, dando ancora prova delle sue grandi potenzialità decorative ed espressive. I migliori esempi si ritrovano nell’ambito delle correnti neogotiche e nell’Art Nouveau, dove eccelse il modernista spagnolo Antoni Gaudí (tra le sue numerose opere decorate a mosaico ricordiamo Casa Battló e il Parco Güell a Barcellona) e il pittore austriaco della Secessione viennese Gustav Klimt (si veda la sua decorazione in Casa Stoclet, 1905-1909).

Nel Novecento si è teso a rivalutare l’arte musiva soprattutto nella decorazione architettonica, per la quale sono spesso state adottate le tendenze e gli stili in voga nella pittura. Un esempio di tale orientamento sono i grandi mosaici che rivestono numerosi edifici di Città di Messico (vedi Muralismo). In Italia, non sono mancati artisti versatili che nel corso della loro personale ricerca espressiva si sono cimentati con la tecnica del mosaico (Aldo Carpi, Pietro Cascella, Felice Casorati).