Fotografia
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7. Pellicole fotografiche

Le pellicole variano in base alla loro sensibilità alla lunghezza d’onda della luce visibile. Le prime pellicole in bianco e nero erano sensibili solo a basse lunghezze d’onda, e cioè al blu, mentre erano “cieche” nei confronti degli altri colori, ad esempio il rosso. In seguito vennero aggiunti coloranti all’emulsione in modo che le particelle d’argento divenissero sensibili a un maggior numero di colori: nacque così la pellicola pancromatica. In essa coloranti di tonalità rossa furono aggiunti all’emulsione, rendendola sensibile a tutto lo spettro visibile. Questo decisivo miglioramento rese la pancromatica la pellicola più usata.

La pellicola istantanea, introdotta da Polaroid alla fine degli anni Quaranta del Novecento, realizza stampe entro pochi secondi o minuti dallo scatto. Ciò è possibile poiché lo sviluppo e l’emulsione sono riuniti nel medesimo supporto o sulla stampa stessa. Con questo tipo di macchina tutto il processo della fotografia, dall’esposizione alla stampa, ha luogo all’interno dell’apparecchio.

1. Pellicole a colori

La struttura e la composizione della maggior parte delle pellicole negative e delle diapositive a colori si basa sui principi della sintesi cromatica sottrattiva, in cui i tre colori primari – giallo, magenta e ciano – si combinano con i loro complementari per riprodurre l’intera gamma cromatica. La pellicola a colori consta di tre emulsioni di alogenuri d’argento comprese in un unico supporto: l’emulsione superiore, sensibile soltanto al blu, poggia su un filtro giallo che evita il passaggio della luce blu, ma che trasmette i verdi e i rossi alla seconda emulsione che, a sua volta, assorbe il verde ma non il rosso, al quale è invece sensibile l’emulsione inferiore. Quando la pellicola viene esposta alla luce, su ciascuna delle tre emulsioni si forma un’immagine latente in bianco-nero.

Durante lo sviluppo, l’azione chimica crea un’immagine nell’argento, proprio come avviene sulla pellicola in bianco e nero; il reagente si combina poi con i copulanti presenti in ciascuna delle emulsioni formando le immagini ciano, giallo e magenta. Quindi, dopo il bagno detto “di sbianca”, sulla pellicola rimane solo l’immagine negativa nei colori primari. Nelle diapositive il procedimento è leggermente diverso: i cristalli di sali non esposti, e non convertiti in argento durante lo sviluppo iniziale, vengono trasformati in immagini positive durante una seconda fase di sviluppo; in seguito, la pellicola viene immersa nel bagno di sbianca e fissata.

2. Formati e pellicole

Differenti tipi di apparecchi fotografici richiedono diversi formati di pellicole. La macchina tradizionale più usata è quella 35 mm, o di piccolo formato, che produce 12, 24 o 36 immagini di 24 x 36 mm per ciascun rullo. Il film è avvolto in un rocchetto e conservato dentro un contenitore o una cartuccia a prova di luce. Le pellicole 35 mm sono altresì disponibili in bobine, lunghi rulli che possono essere tagliati e caricati in singole cartucce. Oltre al piccolo formato ne esiste anche uno medio, con pellicole da 120 oppure 220 mm, che produce immagini di varia misura come il 6 x 6, il 6 x 7 o il 6 x 9 cm, in base alla configurazione della macchina.

Infine, per le macchine di dimensione superiore, cioè banchi ottici o macchine a soffietto, si utilizzano pellicole piane. Le dimensioni standard di queste pellicole corrispondono a quelle degli apparecchi che le impiegano: 10 x 12, 13 x 18, 18 x 24 o 20 x 25 cm. Macchine di maggiori dimensioni (30 x 40 cm) sono usate per impieghi speciali e di limitata diffusione.

3. Velocità delle pellicole

Le pellicole sono classificate in base al formato e alla sensibilità. La sensibilità alla luce della pellicola si definisce “velocità” e determina la quantità di esposizione richiesta per fotografare un soggetto in determinate condizioni di illuminazione. Il produttore assegna una scala numerica standardizzata, in cui i numeri maggiori corrispondono a un film “veloce”, quelli più bassi a un’emulsione più “lenta”. Gli standard stabiliti dall’ISO (International Organization for Standardization) sono adottati in tutto il mondo, sebbene alcuni produttori europei usino ancora lo standard tedesco DIN (Deutsche Industrie Norm). Il sistema ISO combina la scala DIN con quella americana, detta ASA. Il primo numero della cifra ISO è equivalente al valore ASA, mentre il secondo corrisponde al valore DIN.

Le pellicole “lente” sono generalmente classificate tra 25/15 e 100/21 ISO, ma ne esistono di ancor meno sensibili per impieghi speciali. Le emulsioni tra 125/22 e 200/24 ISO sono di sensibilità media mentre, al di sopra di tale valore, esse vengono considerate “veloci”. Esistono anche film superveloci oltre 400/27 ISO, che possono essere “spinti” ben oltre la loro sensibilità nominale prolungando il tempo di sviluppo; è stata inoltre creata una gamma di pellicole molto veloci, come le Kodak T-Grain, alterando la forma dei cristalli: più una superficie è piatta, più ampia è l’area offerta all’azione della luce.

La struttura della grana delle pellicole più veloci è generalmente più evidente e pesante rispetto a quella delle emulsioni meno sensibili; è infatti provato che la grana, se sottoposta a ingrandimenti particolarmente spinti, può evidenziarsi in chiazze. Le foto realizzate con pellicole poco sensibili, invece, anche se ingrandite appaiono meno “sgranate”. Queste pellicole consentono generalmente una maggiore risoluzione, ossia una maggiore precisione, una migliore resa dei dettagli e una più ampia gamma di toni. Qualora sia necessario “catturare” un soggetto in movimento è comunque consigliabile usare una pellicola veloce.

4. Latitudine di esposizione

Ogni pellicola ha una gamma di esposizioni possibili, ossia una particolare “latitudine di esposizione”. La latitudine è il margine di errore entro il quale il film, una volta sviluppato e stampato, può comunque rendere i colori reali e i valori tonali della scena fotografata. I termini sovraesposizione e sottoesposizione sono impiegati per caratterizzare le deviazioni, intenzionali o meno, dall’esposizione ottimale. La pellicola esposta alla luce più a lungo del dovuto sarà solitamente “impenetrabile” nelle zone più luminose con una conseguente perdita di contrasto e un aumento della grana. La sottoesposizione, d’altra parte, produce negativi “leggeri”, quasi trasparenti, in cui non vi sono sufficienti cristalli d’argento per un’accurata resa delle zone d’ombra.

Nelle pellicole con una latitudine ristretta, un’esposizione misurata per le ombre causerà probabilmente una sovraesposizione delle zone più chiare: pertanto, maggiore è la latitudine di esposizione, maggiore risulterà la capacità di produrre stampe soddisfacenti. Le pellicole negative, sia a colori che in bianco e nero, offrono generalmente una latitudine sufficiente per permettere al fotografo un certo margine di errore. Le diapositive, invece, hanno una latitudine inferiore.