| Fotografia | Articolo | ||||
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| 22. | L’arte della fotografia |
La produzione di immagini fotografiche può essere distinta in tre grandi categorie: il reportage, la fotografia artistica e quella commerciale. Il reportage comprende il fotogiornalismo e le foto di documentario, dove la tecnica impiegata non implica la manipolazione dell’immagine. In questi casi, infatti, il reporter utilizza esclusivamente quelle tecniche di ripresa e sviluppo necessarie a realizzare la foto. È questo un approccio obiettivo, sebbene l’occhio del fotografo inevitabilmente compia una selezione sui fatti da documentare; questa selezione può essere pianificata prima o effettuata direttamente sul campo. Anche gli scatti più neutri e oggettivi possono essere comunque utilizzati per propaganda o pubblicità. La fotografia artistica, d’altra parte, è completamente soggettiva: l’illuminazione, la messa a fuoco e l’angolo di ripresa possono essere manipolati per alterare l’immagine; allo stesso modo, anche sviluppo e stampa possono essere modificati al fine di produrre risultati creativi.
| 1. | Reportage |
Da un punto di vista generale si può dire che, in quanto registrazione di immagini percepite dall’obiettivo della macchina e dall’occhio umano, tutta la fotografia sia reportage. A partire dalla fine dell’Ottocento, tuttavia, si operò una distinzione teorica tra i fotografi che continuavano a usare questo mezzo per un’oggettiva registrazione di ciò che vedevano e coloro che consideravano la fotografia una nuova forma d’arte visiva. La fotografia documentaristica, nella quale rientra anche il reportage sociale, cerca di armonizzare e conciliare queste due posizioni.
| 2. | Fotografia documentaristica |
Fra i primi documentaristi vi fu il fotografo britannico Roger Fenton che scattò alcune immagini della guerra di Crimea. La cruda realtà della guerra di secessione americana fu invece documentata da Mathew Brady, Alexander Gardner e Timothy O’Sullivan. Dopo la guerra Gardner e O’Sullivan, insieme a Carleton E. Watkins, si dedicarono alla fotografia di paesaggio: le loro immagini dell’Ovest degli Stati Uniti inaugurarono la stagione dei documentari naturalistici. Oltre a loro vi furono Eadweard Muybridge, conosciuto per i suoi studi sul movimento, William Henry Jackson, le cui immagini di Yellowstone fecero sì che la regione fosse dichiarata parco nazionale, e Edward S. Curtis, che documentò la vita degli indiani d’America; grazie alle chiare e dettagliate stampe di questi fotografi rimarrà traccia permanente di un paese al tempo selvaggio e incontaminato.
Vedute di altri luoghi suggestivi ed esotici si trovano nel lavoro di alcuni fotografi britannici del XIX secolo: essi coprirono enormi distanze per registrare paesaggi e le condizioni di vita dei popoli dei paesi più lontani. Francis Bedford, ad esempio, fotografò il Medio Oriente nel 1860; nel corso di tre spedizioni dal 1863 al 1866, il connazionale Samuel Bourne scattò circa 900 foto sull’Himalaya; Francis Frith lavorò in Egitto a partire dal 1860: le sue fotografie dei siti archeologici e dei monumenti (molti oggi distrutti o dispersi) rivestono ancora un grande valore per i ricercatori, così come le immagini scattate tra il 1849 e il 1851 dal fotografo francese Maxime Ducamp.
Con la diffusione della lastra negativa a secco studiata da Charles Bennet, il compito dei fotografi viaggiatori diventò sul finire del secolo certamente meno arduo. In questo modo la lastra, anziché dover essere trattata finché era umida, poteva essere sviluppata ovunque in un secondo momento; riscoperte in anni recenti, queste foto documentaristiche sono state apprezzate da un pubblico sempre più numeroso e sono divenute oggetto di diverse mostre e libri fotografici.
| 3. | Documentaristica sociale |
Invece di viaggiare fino ai confini del mondo, alcuni fotografi dell’Ottocento scelsero di documentare le condizioni di vita nei loro paesi. Negli anni Settanta il fotografo britannico John Thomson ritrasse la vita quotidiana della classe lavoratrice londinese e pubblicò le sue foto in un libro, Street Life in London, edito nel 1877. Negli stessi anni il reporter americano di origine danese Jacob August Riis realizzò una serie di servizi sui bassifondi di New York, raccogliendo il suo lavoro in due volumi intitolati Come vive l’altra metà (1890) e Il bambino e il povero (1892). Tra il 1905 e il 1910 Lewis Wickes Hine immortalò gli oppressi d’America: minatori, fabbri, operai siderurgici, i ragazzi sfruttati e i poveri immigranti europei. Anche il lavoro di James van der Zee, benché non avesse intenti documentaristici, costituisce, nelle sue immagini degli abitanti di Harlem e New York, un’inestimabile testimonianza della vita della comunità nera americana.
Passando dagli Stati Uniti all’Europa, le immagini urbane dei fotografi francesi Robert Doisneau ed Eugène Atget si situano a metà strada fra l’arte e il documentario: l’espressione della loro personale visione, che deriva anche dalla superba composizione, va ben oltre una funzione puramente documentativa. Va ricordato che il lavoro di Atget è stato conservato grazie al paziente lavoro di catalogazione della fotografa statunitense Berenice Abbott.
| 4. | Fotogiornalismo |
Il fotogiornalismo si distingue dalla fotografia documentaristica per il suo modo di raccontare visivamente una particolare storia. I fotogiornalisti lavorano quotidianamente per giornali, riviste o agenzie di stampa, coprendo con le loro immagini eventi diversi, dallo sport alla cultura, alla politica. Uno dei più importanti fotogiornalisti fu Henri Cartier-Bresson. Cofondatore insieme a George Rodger, David Chim Seymour e Robert Capa della Magnum, la più importante agenzia fotogiornalistica del mondo, a partire dal 1930 Bresson si impegnò a documentare quello che egli stesso definì l’“istante decisivo”: era infatti convinto che la dinamica di ogni tipo di evento raggiungesse un momento di massima tensione che il fotografo doveva cercare di catturare con lo scatto.
Un altro fotogiornalista francese fu Brassaï, che con le sue immagini documentò la vita dei quartieri e dei locali notturni parigini. Il reportage di guerra riveste un’importanza rilevante in questa branca della fotografia, e Robert Capa ne è considerato il maggior esponente. Iniziò la sua carriera fotografando la guerra civile spagnola, fu testimone dello sbarco in Normandia e della guerra d’Indocina, nella quale perse la vita.
Sul finire degli anni Trenta riviste come “Life” e “Look” negli Stati Uniti subordinarono il testo ai servizi fotografici. La formula diventò particolarmente popolare con lo staff dei grandi fotografi di “Life”, tra i quali Margaret Bourke-White e William Eugene Smith. Queste riviste produssero ampi servizi fotografici sul secondo conflitto mondiale e la guerra di Corea, con immagini scattate da Bourke-White, Capa, Smith, David Douglas Duncan e molti altri fotogiornalisti. Utilizzando la fotografia come strumento di denuncia sociale, Smith documentò i terribili effetti dell’avvelenamento da mercurio a Minamata, un villaggio giapponese di pescatori contaminato dagli scarichi di un locale impianto industriale. Analoga funzione ebbero i lavori di Ernest Cole, che esplorò le miserie dell’apartheid in Sudafrica; quelli di Joseph Koudelka, famoso per la sua splendida narrazione visiva della vita dei rom dell’Est europeo, e i reportage di Ferdinando Scianna.
| 5. | Fotografia commerciale e pubblicitaria |
Sin dal 1920 la fotografia è stata usata nella pubblicità come veicolo per influenzare i gusti dei consumatori. I fotografi commerciali si servono di sofisticate tecniche per rendere i soggetti attraenti e stimolanti, e l’impatto di questo tipo di immagine ha prodotto una forte influenza culturale; inoltre, la fotografia pubblicitaria ha avuto una forza trainante nell’evoluzione della riproduzione fotografica di alta qualità sulla carta stampata. Tra i maestri della fotografia commerciale si ricordano Irving Penn e Cecil Beaton per i ritratti di personaggi famosi, Richard Avedon per le immagini di glamour e moda, Helmut Newton per le foto provocanti che colpiscono, talvolta orientandolo, l’immaginario erotico. Tra gli italiani, da ricordare è Oliviero Toscani, autore, a partire dagli anni Settanta, di numerose campagne pubblicitarie che hanno fatto scalpore.
| 6. | Fotografia d’arte |
Il pionieristico lavoro di Daguerre e Talbot portò a due distinti metodi nella fotografia degli albori. Il dagherrotipo, positivo apprezzato per la risoluzione e il dettaglio, fu largamente impiegato per ritratti di famiglia, come sostituto dei costosi ritratti pittorici. Il calotipo di Talbot, d’altra parte, era meno fedele, ma aveva il vantaggio di consentire, tramite il negativo, una produzione teoricamente illimitata di copie. Negli anni intorno alla metà dell’Ottocento David Octavius Hill e il fotografo Robert Adamson fecero ampio uso di questo sistema per realizzare ritratti fotografici; le foto sono tutt’oggi considerate preziose rivelazioni della vita e del costume dell’epoca.
Sino alla fine dell’Ottocento la fotografia era concepita come alternativa al disegno e alla pittura. I primi modelli di critica applicata alla fotografia furono perciò quelli consueti; in altre parole, la fotografia era vista come una “scorciatoia” all’arte, come del resto l’avevano interpretata Hill e Adamson. Di fatto, intorno al 1870 si iniziò a ritoccare le tinte fotografiche per ottenere effetti simili a quelli della pittura.
| 7. | La fotografia affrancata dalla pittura |
Con il Novecento la fotografia venne acquisendo una sempre maggiore autonomia rispetto alle arti figurative, liberandosi dalla definizione di “sorella minore” della pittura e giungendo a imporre a quest’ultima un serio ripensamento sul fondamento del suo essere arte. Il processo di affrancamento fu graduale. I ritratti di Julia Margaret Cameron sono fotografie di amici, letterati inglesi e membri di circoli scientifici, ripresi con una luce a volte drammatica, che rivela chiaramente il carattere dei soggetti. I lavori di Nadar costituiscono un’altra eccezione alla corrente generale. Scattate su fondo neutro, con una luce diffusa per esaltare i dettagli, le sue cartes de visite, foto in formato di biglietto da visita, sono una serie di semplici ma incisivi ritratti dell’intellighenzia parigina dell’epoca.
In seguito le sequenze di scatti di animali e persone in movimento effettuate da Eadweard Muybridge rivelarono ad artisti e scienziati dettagli prima inosservabili. Con il suo lavoro, il fotografo britannico Peter Henry Emerson mostrò ai fotografi come ispirarsi direttamente alla natura e limitare la manipolazione tecnica. Il suo libro La fotografia naturalistica per studenti d’arte (1889) si basa sulla convinzione che la fotografia sia un’arte in sé, indipendentemente dalla pittura. In Italia, le relazioni tra arte e pittura furono studiate da Francesco Paolo Michetti e da Anton Giulio Bragaglia nell’ambito degli esperimenti futuristi sul movimento.
| 8. | Il movimento Photo-Secession |
Nel 1887 Emerson, giudice di un concorso di fotografia, premiò Alfred Stieglitz, un giovane fotografo americano studente all’estero, i cui lavori rispettavano alla perfezione i suoi canoni estetici. Nel 1890 Stieglitz ritornò negli Stati Uniti dove si concentrò su fotografie di New York in differenti stagioni e con diverse condizioni meteorologiche. Nel 1902 fondò il movimento Photo-Secession che sosteneva la fotografia come forma d’arte indipendente. Membri del gruppo erano Gertrude Käsebier, Edward Steichen, Clarence White e molti altri. Il movimento aveva anche una rivista, “Camera Work”, pubblicata dal 1902 al 1917. Dopo che i foto-secessionisti si sciolsero, Stieglitz continuò a incoraggiare nuovi talenti, facendoli esporre presso la sua galleria: fra questi si ricordano Paul Strand, Edward Weston, Ansel Adams e Imogen Cunningham.
Prima della Grande Guerra, Stieglitz, Steichen e Strand usarono tecniche di stampa su una carta con grana particolare, al fine di produrre effetti impressionistici che ricordavano le antiche stampe giapponesi o le atmosfere dei dipinti di J.A. Whistler. Negli anni Venti, tuttavia, il loro stile mutò e i foto-secessionisti si concentrarono su immagini che, astraendosi dalla forma del soggetto, si concentravano sulla cattura dei più piccoli dettagli: in questo modo, sostenevano, si riusciva a suscitare un intenso e preciso effetto emotivo rimanendo comunque liberi dall’influenza della pittura. Alcuni lavori di Strand furono pubblicati da Stieglitz negli ultimi due numeri di “Camera Work”: essi segnavano l’abbandono dei soggetti tradizionali della fotografia, ritratti e vedute, in favore di un recupero dei valori estetici trasmessi dagli oggetti della vita quotidiana.
| 9. | La manipolazione dell’immagine |
La fotografia, d’altronde, non ebbe solo a liberarsi dall’influenza della pittura. In Europa, negli anni Venti, la provocatoria poetica del movimento dada trovò espressione nella fotografia artistica dei lavori di Lázsló Moholy-Nagy e Man Ray. Per realizzare le loro stampe, entrambi impiegarono particolari tecniche di manipolazione dell’immagine, al punto che, per i loro fotogrammi (Rayografie), i due artisti arrivarono a produrre immagini astratte semplicemente disponendo oggetti sulle pellicole o su carta sensibile. Sperimentarono inoltre un metodo di riesposizione della stampa durante il processo di sviluppo, la “stampa solarizzata”, che consentiva di invertire i toni del bianco e del nero e di esasperare i contorni delle figure. Come la fotografia liberò la pittura dal ruolo di imitatrice della realtà, così ora dadaismo e surrealismo cercavano di estendere il dominio dell’arte fotografica al di là delle semplici tecniche di presa diretta.
| 10. | Il Gruppo f/64 |
Negli Stati Uniti rimase comunque un gruppo di fotografi che, seguendo Stieglitz, continuava a sostenere l’idea di una fotografia diretta. Negli anni Trenta diversi fotografi californiani formarono un gruppo chiamato f/64 (f/64 è l’apertura di diaframma che, su determinati obiettivi, consente la massima profondità di campo). I membri dell’f/64, tra cui Weston, Adams, Cunningham e Dorothea Lange, sostenevano che il fotografo dovesse realizzare solo immagini e dettagli con una messa a fuoco ad alta precisione. Adams e la Lange si concentrarono prevalentemente sugli abitanti delle zone rurali dell’Ovest, nonché sugli effetti di luce nei paesaggi; Weston e Cunningham si dedicarono a ritrarre soggetti cercando di evidenziare l’armonia delle forme naturali.
| 11. | Tendenze recenti |
A partire dagli anni Cinquanta, da quando cioè la distinzione tra la foto d’arte e quella di documentazione non è stata più così netta, sono state elaborate diverse teorie su ciò che si intende per fotografia. Un deciso carattere introspettivo, ad esempio, caratterizza il lavoro di Minor Martin White e Aaron Siskind, i quali utilizzarono le foto come equivalenze di emozioni e pensieri personali (come Stieglitz descrisse il suo ultimo lavoro). Altri fotografi, come Robert Frank e Garry Winograd, si dedicarono a indagini sociali e antropologiche. Una terza tendenza si indirizzò verso la fotografia elaborata. Dall’inizio degli anni Sessanta drastici esperimenti di elaborazione hanno reso la fotografia sempre più impersonale e astratta. Sono stati recuperati i primi metodi di stampa, ritocco e pittura di fotografie. Un esempio sono le fototrasformazioni di Lucas Samaras o le immagini ottenute con più negativi di Jerry Uelsmann o, ancora, quelle sconnesse ed espressioniste di Cindy Sherman.
A partire dagli anni Sessanta iniziò a esere riconosciuta dignità artistica anche alla fotografia a colori; tra i più importanti autori si ricordano Eliot Porter, noto per i suoi dolci paesaggi, Marie Cosindas, che creò eleganti nature morte e ritratti su Polaroid, William Eggleston, famoso per l’intensità delle sue foto di oggetti, e Stephen Shore, celebre per i suoi paesaggi urbani. Tra i grandi fotografi della fine del Novecento ricordiamo anche Robert Mapplethorpe, che esordì negli anni Settanta con scatti su Polaroid, per arrivare, negli ultimi anni Ottanta, a un raffinato e scultoreo bianco e nero.
| 12. | Riconoscimento della fotografia come forma d’arte |
La fotografia è oggi saldamente riconosciuta come forma d’arte. Un crescente numero di scuole offre titoli e diplomi in belle arti con specializzazione in fotografia. Le stampe originali sono vendute ai collezionisti dalle gallerie specializzate e, a riprova di un’ormai solida consacrazione sul mercato dell’arte, le foto (così come le attrezzature) d’interesse storico sono battute nelle più importanti case d’asta accanto a quadri e mobili, sculture e gioielli. Libri di fotografi, cataloghi, saggi critici e storie della fotografia riempiono gli scaffali delle librerie e nelle edicole sono distribuiti riviste e periodici specializzati. Seguendo l’esempio del newyorkese MoMA (Museum of Modern Art), ormai quasi tutti i più importanti musei del mondo vantano ricche collezioni, nonché sezioni intere dedicate alla fotografia.