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Sionismo
1. Introduzione

Sionismo Movimento per la riunificazione degli ebrei della diaspora in uno stato ebraico in Palestina. Sorto nel XIX secolo culminò nel 1948 con la nascita dello stato di Israele. Il nome del movimento deriva da Sion, la collina su cui era edificato il tempio di Gerusalemme, e fu usato per la prima volta nel 1890 dal filosofo ebreo austriaco Nathan Birnbaum.

2. La nascita del sionismo

Nella seconda metà del XIX secolo emersero in Germania e in Austria-Ungheria partiti che facevano dell'antisemitismo una componente essenziale del proprio programma. In Russia l'assassinio dello zar Alessandro II scatenò una reazione nazionalistica che portò a un'ondata di massacri contro gli ebrei (vedi Pogrom). Negli anni Ottanta, molti ebrei russi emigrarono in Occidente e, in particolare, negli Stati Uniti d'America. Un piccolo gruppo di ebrei, nella convinzione che la storia avrebbe riservato loro l'eterno ruolo del capro espiatorio, si insediò in Palestina, allora sotto il governo ottomano, grazie anche all'aiuto finanziario di facoltose personalità della diaspora ebraica, tra cui il barone Edmond Rothschild.

Verso la metà del XIX secolo due rabbini ortodossi, Jehuda Alkalai e Zevi Hirsch Kalisher, affermarono che toccava agli ebrei stessi creare le basi per la venuta del Messia. Nel 1862 il socialista ebreo tedesco Moses Hess pubblicò Rom und Jerusalem (Roma e Gerusalemme), in cui l'idea dell'assimilazione veniva rifiutata in nome dell'imprescindibile necessità di uno stato nazionale ebraico.

Nel 1896 Theodor Herzl pubblicò un libro dal titolo significativo, Der Judenstaat (Lo stato ebraico), in cui analizzava le cause dell'antisemitismo e proponeva, come rimedio, la creazione di uno stato ebraico. Egli nel 1897 convocò a Basilea il primo congresso sionista, in cui 200 delegati approvarono la piattaforma del movimento, il Programma di Basilea, e fondarono l'Organizzazione sionista mondiale. Al VII congresso sionista (1905), Israel Zangwill creò l'Organizzazione ebraica territoriale, con il compito di cercare una terra per la colonizzazione ebraica.

In un primo momento la proposta del movimento sionista suscitò scarse attenzioni nella diaspora ebraica, sia nella parte più riformista, favorevole all'integrazione degli ebrei nei paesi di appartenenza, sia in quella religiosa (che trovava blasfema la proposta), sia, infine, in quegli ebrei, che pur convenendo sulla necessità di uno stato ebraico, ne individuavano la sede in altri luoghi (Stati Uniti, Sudamerica, Africa). Nei primi anni del Novecento, il flusso verso la Palestina, alimentato soprattutto dagli ebrei dell'Europa orientale (esposti a frequenti episodi di intolleranza), fu costante.

3. Il 'focolare nazionale'

Nel 1917 il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la dichiarazione di Balfour, con la quale il ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli ebrei nella costituzione di un 'focolare nazionale ebraico in Palestina'. Nel primo dopoguerra il flusso migratorio dalla Russia fu bloccato dal nuovo stato sovietico. Inoltre si aprì un contrasto tra il principale esponente del sionismo americano, Louis Brandeis, e Chaim Weizmann; mentre questi legava strettamente lotta politica e colonizzazione, Brandeis, più pragmatico, poneva l'accento sulla colonizzazione, lasciando impregiudicata la questione nazionale. L'impostazione di Weizmann ebbe il sopravvento.

Durante l'amministrazione mandataria britannica sulla Palestina (1920-1948) l'insediamento ebraico (l'yishuv) crebbe da 50.000 a 600.000 coloni. La maggior parte dei nuovi immigrati fuggiva le persecuzioni del nazionalsocialismo. La coesistenza tra immigrati ebrei e arabi palestinesi divenne nel frattempo sempre più problematica. All'interno del movimento sionista emersero posizioni diverse, da Judah Magnes, che auspicava la fondazione di uno stato arabo-ebraico, a David Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele, contrario a ricercare accordi con gli arabi se non da posizioni di forza, ossia quando gli ebrei fossero diventati maggioranza.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale il governo inglese mutò politica nei confronti della Palestina per non alienarsi la simpatia del mondo arabo. Il Libro bianco del 1939 prevedeva la creazione entro dieci anni di uno stato palestinese a maggioranza araba e fissava limiti all'immigrazione ebraica. Nel 1942 i capi del sionismo proposero che uno stato democratico ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell'ordine internazionale postbellico. Ma fu la Shoah, lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, a convincere l'intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare un forte stato ebraico. Nel 1944 un'organizzazione terroristica, l'Irgun Zvai Leumi, comandata da Menahem Begin, futuro premier israeliano, iniziò a portare a segno attentati contro obiettivi inglesi e arabi.

4. Lo stato di Israele

Allo scadere del mandato britannico (1948), gli ebrei in Palestina proclamarono l'indipendenza del nuovo stato d'Israele, forti della simpatia del mondo occidentale per lo sterminio patito sotto il nazismo e dell'appoggio degli Stati Uniti, garantito dall'influenza della comunità ebraica americana sulla vita politica del paese. Nei primi anni di esistenza di Israele il movimento sionista dedicò la sua attività al consolidamento del nuovo stato e alla giustificazione della sua esistenza. Dopo la nascita dello stato ebraico, il movimento dedicò tutte le sue forze all'aliya (letteralmente 'salita', 'ascesa', cioè l'immigrazione degli ebrei della diaspora in Palestina). Negli anni Settanta e Ottanta l'attività sionista si concentrò sull'assistenza agli ebrei dell'Unione Sovietica, cui fu infine concesso di emigrare, e sul trasferimento in Israele dei falascià etiopici.

Il sionismo è stato ripetutamente denunciato dai paesi arabi come uno strumento dell'imperialismo. Nel 1975 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione, revocata nel 1991, che equiparava il sionismo al razzismo. Oggi il sionismo si basa su due principi: la sicurezza dello stato d'Israele e il diritto di ogni ebreo a stabilirvisi (la 'legge del ritorno').