| Sionismo | Articolo | ||||
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| 2. | La nascita del sionismo |
Nella seconda metà del XIX secolo emersero in Germania e in Austria-Ungheria partiti che facevano dell'antisemitismo una componente essenziale del proprio programma. In Russia l'assassinio dello zar Alessandro II scatenò una reazione nazionalistica che portò a un'ondata di massacri contro gli ebrei (vedi Pogrom). Negli anni Ottanta, molti ebrei russi emigrarono in Occidente e, in particolare, negli Stati Uniti d'America. Un piccolo gruppo di ebrei, nella convinzione che la storia avrebbe riservato loro l'eterno ruolo del capro espiatorio, si insediò in Palestina, allora sotto il governo ottomano, grazie anche all'aiuto finanziario di facoltose personalità della diaspora ebraica, tra cui il barone Edmond Rothschild.
Verso la metà del XIX secolo due rabbini ortodossi, Jehuda Alkalai e Zevi Hirsch Kalisher, affermarono che toccava agli ebrei stessi creare le basi per la venuta del Messia. Nel 1862 il socialista ebreo tedesco Moses Hess pubblicò Rom und Jerusalem (Roma e Gerusalemme), in cui l'idea dell'assimilazione veniva rifiutata in nome dell'imprescindibile necessità di uno stato nazionale ebraico.
Nel 1896 Theodor Herzl pubblicò un libro dal titolo significativo, Der Judenstaat (Lo stato ebraico), in cui analizzava le cause dell'antisemitismo e proponeva, come rimedio, la creazione di uno stato ebraico. Egli nel 1897 convocò a Basilea il primo congresso sionista, in cui 200 delegati approvarono la piattaforma del movimento, il Programma di Basilea, e fondarono l'Organizzazione sionista mondiale. Al VII congresso sionista (1905), Israel Zangwill creò l'Organizzazione ebraica territoriale, con il compito di cercare una terra per la colonizzazione ebraica.
In un primo momento la proposta del movimento sionista suscitò scarse attenzioni nella diaspora ebraica, sia nella parte più riformista, favorevole all'integrazione degli ebrei nei paesi di appartenenza, sia in quella religiosa (che trovava blasfema la proposta), sia, infine, in quegli ebrei, che pur convenendo sulla necessità di uno stato ebraico, ne individuavano la sede in altri luoghi (Stati Uniti, Sudamerica, Africa). Nei primi anni del Novecento, il flusso verso la Palestina, alimentato soprattutto dagli ebrei dell'Europa orientale (esposti a frequenti episodi di intolleranza), fu costante.