| Trova nell'articolo | James, William | Articolo |
| 1. | Introduzione |
James, William (New York 1842 - Chocorua, New Hampshire 1910), filosofo e psicologo statunitense, uno dei fondatori del pragmatismo. Fratello dello scrittore Henry James, William studiò in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1869 si laureò in medicina alla Harvard University, dove, a partire dal 1872, insegnò fisiologia (poi psicologia fisiologica), psicologia e filosofia.
| 2. | Psicologia |
La prima opera di James, i Principi di psicologia (1890), introdusse il principio del funzionalismo, secondo cui, in accordo con le teorie evoluzionistiche, la mente è il risultato di un’interazione organica ed evolutiva con l’ambiente, sia naturale che sociale.
Egli criticò in particolare l’associazionismo, secondo cui la mente apprende tramite combinazione (o associazione mentale) di elementi semplici e irriducibili, e affermò che nella coscienza non si possono distinguere stati psichici elementari, gli uni separabili dagli altri: le esperienze infatti si costituiscono all’interno di un “flusso” dinamico e continuo, in cui i diversi momenti (percettivi, emotivi e volitivi) si intersecano e si legano vicendevolmente.
| 3. | Pragmatismo |
Nelle lezioni pubblicate con il titolo di Pragmatismo (1907) si ritrova il nucleo dei contributi originali di James alla teoria nota appunto come pragmatismo, termine coniato dal filosofo statunitense Charles Sanders Peirce. James approfondì il metodo pragmatico, affermando che la verità di un’idea consiste nella sua funzionalità rispetto ai nostri bisogni.
In breve, la verità si identifica con le procedure di verificazione necessarie a convalidare un’idea, secondo una concezione strumentale della conoscenza che riconduce il vero alla capacità delle idee di adattarsi alla realtà: “le idee diventano vere nella misura in cui ci aiutano a ottenere una soddisfacente relazione con le altre parti della nostra esperienza, legando le cose in modo soddisfacente, operando con sicurezza, semplificando, economizzando la fatica”.
A differenza di Peirce, James diede un significato individualistico al pragmatismo, in quanto riteneva che nella verificazione di una certa idea avessero un ruolo preminente l’esperienza e l’utilità individuali. Ne derivava una tendenza del pragmatismo di James verso esiti relativistici, secondo cui non esistono verità assolute o universalmente condivisibili, ma soltanto molteplici verità, ciascuna in accordo funzionale con le diverse esigenze pratiche degli individui.
| 4. | La “volontà di credere” |
James denominò anche “empirismo radicale” la propria filosofia, poiché essa fondava la conoscenza nell’esperienza, sia rispetto ai dati conoscitivi sia in riferimento alle connessioni fra di essi. Nondimeno egli si pose anche il problema di tutte quelle credenze (ad esempio le credenze religiose), che superano il campo di ciò che è verificabile con l’esperienza. Ora, se sono vere quelle idee che sono utili per l’azione, secondo il criterio pragmatistico adottato da James, allora il valore della fede religiosa va giudicato in base agli effetti pratici che essa induce in chi crede, e in particolare al suo atteggiamento fiducioso e aperto al futuro, teso verso un continuo miglioramento della condotta umana, quale scaturisce dalla “volontà di credere”.
D’altronde James riteneva che, dinanzi alle questioni ultime (l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima, il libero arbitrio), l’uomo non può fare a meno di effettuare una scelta (simile alla “scommessa” di cui parlava Blaise Pascal), poiché anche chi ritiene di dover sospendere il giudizio lo fa a suo rischio, come chi sceglie di credere o non credere. Queste tesi furono sviluppate in opere quali La volontà di credere e altri saggi di filosofia popolare (1897) e La varietà dell’esperienza religiosa (1902).
Negli Stati Uniti l’approccio di James fu ulteriormente sviluppato da John Dewey e, più recentemente, da Richard Rorty.