James, William
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James, William
4. La “volontà di credere”

James denominò anche “empirismo radicale” la propria filosofia, poiché essa fondava la conoscenza nell’esperienza, sia rispetto ai dati conoscitivi sia in riferimento alle connessioni fra di essi. Nondimeno egli si pose anche il problema di tutte quelle credenze (ad esempio le credenze religiose), che superano il campo di ciò che è verificabile con l’esperienza. Ora, se sono vere quelle idee che sono utili per l’azione, secondo il criterio pragmatistico adottato da James, allora il valore della fede religiosa va giudicato in base agli effetti pratici che essa induce in chi crede, e in particolare al suo atteggiamento fiducioso e aperto al futuro, teso verso un continuo miglioramento della condotta umana, quale scaturisce dalla “volontà di credere”.

D’altronde James riteneva che, dinanzi alle questioni ultime (l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima, il libero arbitrio), l’uomo non può fare a meno di effettuare una scelta (simile alla “scommessa” di cui parlava Blaise Pascal), poiché anche chi ritiene di dover sospendere il giudizio lo fa a suo rischio, come chi sceglie di credere o non credere. Queste tesi furono sviluppate in opere quali La volontà di credere e altri saggi di filosofia popolare (1897) e La varietà dell’esperienza religiosa (1902).

Negli Stati Uniti l’approccio di James fu ulteriormente sviluppato da John Dewey e, più recentemente, da Richard Rorty.