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Lingue italiche
1. Introduzione

Lingue italiche Sottofamiglia delle lingue indoeuropee, di dibattuta classificazione, a cui apparterrebbero il latino e un certo numero di lingue ora estinte che erano presenti nella penisola italiana prima della conquista romana – in particolare l'osco e l'umbro, oltre a un buon numero di lingue meno diffuse, e meno documentate, anch'esse scomparse.

Questo raggruppamento, individuato da glottologi inodeuropeisti, soprattutto stranieri, è ulteriormente suddiviso in due rami, il latino-falisco e l’osco-umbro.

2. Latino-falisco

Il sottogruppo latino-falisco comprende il latino, parlato originariamente nella regione di Roma e sulla riva sinistra del Tevere, e il falisco, una lingua simile al latino documentata da alcune iscrizioni provenienti dalla zona di Falerii, città etrusca a nord di Roma, dove ora sorge Civita Castellana. Dal latino ebbero poi origine tutte le lingue romanze.

3. Osco-umbro

Il gruppo osco-umbro comprende invece l'osco, l’umbro, più un insieme di varietà dialettali minori. L’osco è la lingua parlata dai sanniti, popolazione stanziata nel Sannio e nella Campania e in alcune aree della Lucania e del Bruzio, e dai mamertini a Messina. Rimangono circa duecento iscrizioni, le più importanti delle quali sono quelle di Capua e di Pompei. L'umbro, abbastanza simile all'osco, era parlato nella regione umbra tra il Tevere e la Nera ed è ben documentato grazie all’importantissima testimonianza delle cosiddette Tavole eugubine, sette tavole in bronzo, incise su entrambe le facce, che recano testi giuridici e religiosi.

Altre lingue minori, talora classificate come dialetti sabellici, parlate presso tribù stanziate tra l’Umbria e il Sannio, sono il peligno, il marrucino, il marsico e il sabino, tutte complessivamente simili all’osco. Più vicina all’umbro era invece un’altra varietà dialettale, il volsco, diffuso presso l’omonimo popolo che abitava la regione del Lazio meridionale tra Formia e Velletri: proprio a Velletri è stata ritrovata un’importante iscrizione volsca, la Tabula Veliterna.

4. Altre lingue preromane

Se si intende la denominazione di “lingue italiche” come etichetta che riunisce tutte le lingue parlate nella penisola italica in età preistorica e protostorica, l’insieme si allarga a comprendere altri idiomi, alcuni di questi probabilmente preesistenti alla migrazione dei popoli indoeuropei.

Circa il venetico, detto anche paleoveneto, ad esempio, si è a lungo dibattuto se dovesse essere annoverato tra le lingue italiche propriamente dette: la sua documentazione scritta si riferisce a iscrizioni diffuse nell’ampia area che va dal basso corso del Po all’Istria, da cui si può ricostruire la lingua parlata dalle popolazioni venete che, a differenza delle altre regioni settentrionali, rimasero escluse dalla penetrazione celtica.

Altre lingue parlate nella penisola italica furono il gallico, lingua celtica parlata nell'Italia del Nord, oltre che nelle attuali Francia e Spagna e in varie parti dell'Europa centrale; il messapico, parlato nelle Puglie e da alcuni accostato all'odierno albanese; il ligure, lingua di incerta catalogazione, diffusa nelle zone corrispondenti agli attuali Piemonte, Liguria, parti della Lombardia e del Canton Ticino; il greco, la lingua delle colonie elleniche in Sicilia e nell'Italia meridionale.

Particolarmente importante, per via della fiorente civiltà di cui si fece portatore, fu l'etrusco, lingua non indoeuropea ancora oggi decifrata in modo parziale: gli etruschi esercitarono molto a lungo la loro influenza su Roma, giungendo a dominarla politicamente prima di essere a loro volta conquistati. La loro lingua era ancora compresa da alcuni, a Roma, al tempo di Cicerone (I secolo a.C.).

5. Effetto di sostrato

L’affermarsi del latino in tutta la penisola, sia come lingua di cultura che come lingua di comunicazione orale, portò, fin dai primi secoli dell'era cristiana, alla scomparsa di tutte queste lingue. Tracce della loro antica presenza si possono tuttavia riscontrare in certi fenomeni fonetici e in alcune forme lessicali dei dialetti italiani, oltre che nel nome di non poche località. È il cosiddetto effetto di “sostrato” che fa sì che una lingua di un popolo, pur cedendo all’imporsi della nuova lingua dei conquistatori, passi a questa alcune proprie caratteristiche “profonde”. Ad esempio, gran parte dei dialetti centromeridionali presenta il fenomeno dell’assimilazione dei nessi consonantici nd e mb, che diventano nn e mm (monno per mondo, gamma per gamba), fenomeno sconosciuto in latino ma caratteristico delle lingue osco-umbre. Alcuni glottologi hanno attribuito a un retaggio fonetico dell’etrusco, che possedeva suoni aspirati sordi, la cosiddetta gorgia toscana, cioè l’aspirazione della consonante occlusiva intervocalica (hasa per casa, buho per buco). Infine, il suono ü (lüna per luna), conservato da gran parte dei dialetti italiani settentrionali (dialetti gallo-italici), sembra essere un effetto del sostrato celtico, che ha agito nello stesso modo su lingue romanze sviluppatesi in Francia, area anch’essa un tempo abitata da popolazioni celtiche.