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| 2. | Il latino della Gallia |
I celti furono i primi abitanti della regione che i romani chiamavano Gallia, corrispondente per buona parte alla Francia dei nostri giorni; essi parlavano una lingua dalla quale sarebbero derivati l’irlandese, il gallese e il bretone (vedi Lingue celtiche). Dopo la conquista della Gallia, compiuta nel I secolo a.C. dalle legioni romane di Caio Giulio Cesare, si diffuse prepotentemente il latino, sia nell’uso ufficiale (politico, amministrativo, militare), sia nella vita quotidiana: quest’ultimo era la variante orale e popolare, la cosiddetta lingua vulgaris per contrapposizione al latino colto e letterario, al sermo urbanus usato da scrittori e oratori.
Il latino volgare, anche se aperto alle contaminazioni, fonetiche e lessicali, delle lingue indigene, prima della fine del IV secolo d.C. in Gallia aveva completamente sostituito il celtico. Solo poche parole di pura origine celtica – una cinquantina in tutto – sono tuttavia passate nel francese moderno, e comunque in una forma latinizzata: ad esempio il celtico carruca (“carro”) ha dato origine al gallo-latino carrus, da cui il francese moderno char. Anche la lingua celtica parlata ai nostri giorni in Bretagna non è un residuo della cultura locale preromana: si ritiene sia stata reimportata da abitanti celtici delle isole britanniche, riparati in Bretagna in seguito alle invasioni degli angli, degli iuti e dei sassoni del V-VII secolo d.C.
La lingua vulgaris si stabilì così saldamente in Gallia che le ondate successive di conquistatori appartenenti a tribù germaniche (visigoti, burgundi e franchi), non riuscirono a imporre il proprio idioma nel paese, ma dovettero adottare la lingua che vi avevano trovato. Nel francese moderno, qualche centinaio di parole sono di origine germanica: fra queste, franc (“libero”) e français (“francese”), entrambe derivate dalla parola germanica franko (“uomo libero”); fauteuil (“poltrona”) dal germanico faldastol; e auberge (“albergo”), dal germanico heriberga. Nella lingua vulgaris entrarono anche termini greci: già in epoca preromana, infatti, esistevano fiorenti colonie greche sulle coste francesi del Mediterraneo, particolarmente nelle odierne Marsiglia e Nizza.
Nel VII secolo la lingua vulgaris era stata ormai assai modificata dalla popolazione; nota come romano o romanico o romanzo, era parlata tanto dalle classi superiori quanto dalla gente più comune. Già nel VI secolo i resoconti dei concili ecclesiastici tenuti in Francia venivano trascritti in romanico e nell’VIII secolo Carlo Magno, re dei franchi, emanò un editto con il quale si imponeva al clero di pronunciare i sermoni nella lingua del popolo.
Un ulteriore impulso alla diffusione delle nuove lingue in ambito ecclesiastico venne dato dal Concilio di Tours (813) durante il quale i vescovi raccomandarono ai sacerdoti, per non rendere vano il loro ministero di educazione religiosa, di rivolgersi ai fedeli nel corso della liturgia e delle pratiche di culto non più in latino, lingua divenuta incomprensibile alle classi popolari, ma nelle lingue ormai diffuse, che fossero romanze o germaniche.