Trova nell'articolo Socialismo

Per trovare nell'articolo una parola, un nome o un argomento specifici, selezionare nel proprio browser Internet l'opzione per effettuare una ricerca nella pagina. In Internet Explorer questa opzione si trova nel menu Modifica.

Poiché viene effettuata la ricerca di una corrispondenza esatta per la parola o le parole digitate, se non si ottengono risultati soddisfacenti controllare l'ortografia delle parole digitate o individuare una parola chiave relativa all'argomento.

Socialismo
1. Introduzione

Socialismo Dottrina politica associata sin dagli inizi alle istanze della classe operaia, il cui programma può essere riassunto nel seguente modo: abolire le classi sociali, giungendo così a una reale eguaglianza sociale; porre le risorse economiche sotto il controllo diretto delle classi lavoratrici; limitare il diritto di proprietà; incoraggiare una nuova morale basata sulla solidarietà e la cooperazione.

Benché nel corso dell’Ottocento e del Novecento il fine ultimo del socialismo sia stato spesso descritto come il raggiungimento di una società senza classi, il movimento socialista si è orientato sempre più verso una politica riformista, tesa alla realizzazione di sostanziali modifiche del sistema capitalista piuttosto che alla sua abolizione.

2. Le origini

Il termine entrò nell’uso tra gli anni Venti e Trenta del XIX secolo, con riferimento ai programmi cooperativi e comunitari dei cosiddetti “socialisti utopisti” (Robert Owen, Pierre-Joseph Proudhon, Charles Fourier), i quali criticavano il sistema capitalista da due punti di vista: innanzitutto perché esso era profondamente ingiusto, in quanto sfruttava e degradava i lavoratori, mentre arricchiva nel contempo le altre fasce della popolazione; inoltre perché era inefficiente, in quanto andava soggetto a crisi cicliche causate da sovraproduzione o sottoconsumo, non garantiva il lavoro a tutti, permettendo che risorse umane fossero sprecate, e produceva beni di lusso invece che beni necessari.

Il socialismo era una reazione all’individualismo sfrenato del liberalismo, che trascurava la dimensione del benessere collettivo; ma del liberalismo condivideva l’aspirazione al progresso universale e l’istanza dell’abolizione di tutti i privilegi giuridici e istituzionali.

3. Il socialismo scientifico

Con Karl Marx e Friedrich Engels il socialismo acquistò una nuova dimensione teorica, al cui centro veniva posta la concezione materialistica della storia (vedi Materialismo). Marx ed Engels consideravano il capitalismo il risultato di un processo storico caratterizzato da un’incessante lotta di classe. Creando un’ampia classe di operai espropriati, il capitalismo creava le premesse del proprio superamento, cui avrebbe fatto seguito una società comunista.

Marx criticò con asprezza i socialisti “utopisti”. L’adozione di un metodo scientifico nell’analisi delle leggi della storia e dell’economia avrebbe dimostrato che il socialismo, lungi dall’essere un ideale da proporre alla parte illuminata della società, era invece un risultato necessario della stessa evoluzione storica e che sarebbe stato inoltre imposto dallo stesso proletariato, impegnato in un processo di autoemancipazione. Secondo Marx, la sua teoria segnava quindi il passaggio del socialismo dal regno dell’utopia a quello della scienza.

Nella seconda metà del XIX secolo la versione marxista del socialismo divenne l’ideologia dominante nei partiti operai europei, con l’eccezione del movimento dei lavoratori nei paesi anglosassoni (vedi Marxismo).

4. L’avvento della socialdemocrazia

Le critiche al marxismo suggerirono tuttavia nuove prospettive. In Germania Eduard Bernstein sviluppò un approccio revisionista alle teorie di Marx, convinto che l’idea marxiana di un’imminente crisi economica di grandi proporzioni che aprisse la via al socialismo fosse sostanzialmente errata. Nel programma di Erfurt (1890) redatto da Bernstein e Karl Kautsky per il Partito socialdemocratico tedesco, accanto al “programma massimo” di passaggio al socialismo venne indicato anche un “programma minimo”, i cui obiettivi erano il suffragio universale, la parità giuridica tra donne e uomini, un sistema di sicurezza sociale, le pensioni, la giornata lavorativa di otto ore, la legalizzazione dei sindacati.

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento gran parte dei partiti socialisti europei accettò, a prezzo di gravi lacerazioni interne, una prospettiva gradualista, ritenendo che le loro richieste potessero essere ottenute pacificamente nei paesi democratici, mentre nei paesi dispotici, come la Russia, avrebbe potuto rivelarsi necessario il ricorso alla violenza.

I socialisti non rinunciarono al marxismo, accettandolo ancora nella sua globalità, ma lo inserirono in un contesto di sostanziale accettazione dei valori della democrazia parlamentare. Il successo della Rivoluzione russa, insieme al fallimento della Seconda Internazionale, aggravò la crisi di molti partiti socialisti, provocando divisioni che ebbero come risultato la fondazione di partiti comunisti di stretta osservanza marxista e di partiti socialisti più moderati o socialdemocratici.

In seguito, tra queste due componenti del movimento socialista si stabilì una sempre maggiore distanza; mentre i socialisti diventarono convinti sostenitori della democrazia parlamentare e delle riforme, le componenti comuniste si strinsero intorno al processo rivoluzionario sovietico, aderendo alla teoria del “socialismo in un solo paese” e alla Terza Internazionale.

Tuttavia, negli anni Trenta, nel tentativo di contrastare l’affermarsi dei movimenti fascisti in Europa, i partiti socialisti e comunisti si ritrovarono ancora insieme, prima nei fronti popolari (in Francia e in Spagna), poi nella Resistenza e in seguito, in alcuni paesi dell’Europa dell’Est e in Italia, nelle alleanze che tentarono di imporsi nelle prime elezioni del dopoguerra. In Italia il Fronte democratico popolare fu battuto nelle elezioni del 1948, nell’Europa dell’Est i fronti si affermarono, favorendo il successivo insediamento di regimi comunisti.

5. Il socialismo dalla seconda guerra mondiale a oggi

Dopo il 1945 in molti paesi europei i partiti socialisti (tranne che in Italia e in Francia, dove i partiti comunisti ottennero una cospicua affermazione elettorale) rappresentarono l’unica alternativa alle forze moderate e conservatrici. Essi sostenevano programmi di riforma economica e sociale, l’estensione del settore pubblico attraverso la nazionalizzazione dei comparti di importanza strategica, l’occupazione, l’estensione del diritto allo studio, la lotta delle classi lavoratrici.

In Gran Bretagna il Partito laburista uscì vittorioso dalle elezioni del 1945 e avviò un programma di riforme che creò le basi per un moderno sistema di stato sociale in seguito imitato da molti paesi.

Nel momento in cui iniziò a svilupparsi il conflitto tra il Blocco occidentale e quello comunista (vedi Guerra Fredda), i partiti socialisti europei si schierarono con il campo occidentale, anche se continuarono a criticarne la politica nei confronti dei paesi del Terzo mondo, di cui sostennero le lotte anticolonialiste.

Verso la fine degli anni Cinquanta, con il congresso di Bad Godesberg del Partito socialdemocratico tedesco (1959), tutti i partiti socialisti europei avevano abbandonato il marxismo, sostenendo una più equa redistribuzione della ricchezza e l’estensione della giustizia e dei diritti sociali. L’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica nel 1956 provocò un’ulteriore lacerazione nei rapporti tra socialisti e comunisti.

Tra gli anni Sessanta e Settanta in molti paesi europei i socialisti fecero il loro primo ingresso al potere: in Francia, in Italia, in Germania, in Spagna e in Portogallo (questi ultimi appena usciti da dittature fasciste).

In seguito al crollo del comunismo e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, alla fine degli anni Ottanta si è aperta una nuova fase nei rapporti tra le componenti della vasta famiglia che si richiama agli ideali socialisti. Cadute le ragioni delle vecchie divisioni, si è verificato un riavvicinamento tra i partiti socialisti, socialdemocratici e comunisti (che quasi dappertutto hanno cambiato il loro nome), uniti dall’esigenza di dare una risposta alla realtà creata dal nuovo quadro economico e politico internazionale dominato dalla cosiddetta “globalizzazione” dei processi economici, che ha scardinato la precedente organizzazione del lavoro e insidia le conquiste sociali e politiche ottenute nel corso di decenni di lotte.

Benché l’accettazione dell’economia di mercato non sia più messa in discussione, il socialismo contemporaneo presenta forti e importanti elementi di continuità con la tradizione e si oppone a uno sviluppo privo di controlli del sistema capitalistico.

Vedi anche Partito socialista italiano; Partito comunista italiano; Partito socialdemocratico italiano; Partito socialista italiano di unità proletaria.