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| 4. | L’avvento della socialdemocrazia |
Le critiche al marxismo suggerirono tuttavia nuove prospettive. In Germania Eduard Bernstein sviluppò un approccio revisionista alle teorie di Marx, convinto che l’idea marxiana di un’imminente crisi economica di grandi proporzioni che aprisse la via al socialismo fosse sostanzialmente errata. Nel programma di Erfurt (1890) redatto da Bernstein e Karl Kautsky per il Partito socialdemocratico tedesco, accanto al “programma massimo” di passaggio al socialismo venne indicato anche un “programma minimo”, i cui obiettivi erano il suffragio universale, la parità giuridica tra donne e uomini, un sistema di sicurezza sociale, le pensioni, la giornata lavorativa di otto ore, la legalizzazione dei sindacati.
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento gran parte dei partiti socialisti europei accettò, a prezzo di gravi lacerazioni interne, una prospettiva gradualista, ritenendo che le loro richieste potessero essere ottenute pacificamente nei paesi democratici, mentre nei paesi dispotici, come la Russia, avrebbe potuto rivelarsi necessario il ricorso alla violenza.
I socialisti non rinunciarono al marxismo, accettandolo ancora nella sua globalità, ma lo inserirono in un contesto di sostanziale accettazione dei valori della democrazia parlamentare. Il successo della Rivoluzione russa, insieme al fallimento della Seconda Internazionale, aggravò la crisi di molti partiti socialisti, provocando divisioni che ebbero come risultato la fondazione di partiti comunisti di stretta osservanza marxista e di partiti socialisti più moderati o socialdemocratici.
In seguito, tra queste due componenti del movimento socialista si stabilì una sempre maggiore distanza; mentre i socialisti diventarono convinti sostenitori della democrazia parlamentare e delle riforme, le componenti comuniste si strinsero intorno al processo rivoluzionario sovietico, aderendo alla teoria del “socialismo in un solo paese” e alla Terza Internazionale.
Tuttavia, negli anni Trenta, nel tentativo di contrastare l’affermarsi dei movimenti fascisti in Europa, i partiti socialisti e comunisti si ritrovarono ancora insieme, prima nei fronti popolari (in Francia e in Spagna), poi nella Resistenza e in seguito, in alcuni paesi dell’Europa dell’Est e in Italia, nelle alleanze che tentarono di imporsi nelle prime elezioni del dopoguerra. In Italia il Fronte democratico popolare fu battuto nelle elezioni del 1948, nell’Europa dell’Est i fronti si affermarono, favorendo il successivo insediamento di regimi comunisti.