Medioevo
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Medioevo
2. Alto Medioevo (secoli V-X)
1. I “barbari”

Dopo alcune incursioni razziatrici, tra le quali rimase famosa quella dei visigoti di Alarico, che saccheggiarono Roma nel 410, nel V secolo d.C. si insediarono all’interno dei territori occidentali dell’impero romano, che già avevano perso importanza rispetto a quelli orientali, alcune tribù germaniche provenienti da oltre l’Elba. Poiché erano nomadi, non coltivavano la terra e soprattutto erano pagani e non possedevano l’uso della scrittura, questi popoli erano definiti, con parola greca, “barbari”. Questo termine viene comunemente adottato ancora oggi per indicarli in genere, con riferimento al periodo precedente alla conversione al cristianesimo di ciascun popolo.

2. I “regni” germanici o romano-barbarici

Le popolazioni germaniche introdottesi nell’impero, spesso con il beneplacito ufficiale dell’imperatore, vi crearono tra il IV e il VI secolo dei “regni”: gli angli e i sassoni in Britannia; i vandali nella penisola iberica meridionale; i visigoti in Gallia e in Spagna; i franchi e i burgundi tra la Gallia e il Reno; altri sassoni, gli svevi e i bavari lungo il Reno; gli ostrogoti in Italia. In poco tempo l’autorità imperiale perse valore e nell’assetto della società si introdussero molte caratteristiche sociali e giuridiche proprie della civiltà tribale germanica.

Tuttavia, a loro volta i conquistatori assorbirono alcuni aspetti fondamentali della civiltà alla quale si erano sovrapposti: tra questi vi furono l’adozione della lingua latina per i documenti scritti e la conversione alla religione cristiana, dapprima nella versione ariana (grazie all’opera di proselitismo svolta dal vescovo goto Ulfila, primo traduttore della Bibbia in una lingua volgare, nel IV secolo), ma poi, a cominciare dai franchi e dai longobardi, in quella cattolica, che nella persona del vescovo di Roma (cioè il papa) garantiva la sacralizzazione dell’autorità regia, spesso anche in contrapposizione con gli imperatori d’Oriente (vedi Impero bizantino) e con il patriarca di Costantinopoli.

La nascita di tali regni romano-barbarici non diede comunque vita a strutture stabili di governo e lo sviluppo politico ed economico non superò ambiti locali. Le grandi vie di commercio furono interrotte, anche se, come affermano alcuni storici moderni, l’economia monetaria non scomparve del tutto, soprattutto in ambito mediterraneo. Al termine di un processo già avviato negli ultimi secoli dell’impero romano, le dimensioni di questi regni aumentarono e i contadini liberi cominciarono a dar vita a insediamenti stabili, lavorando le terre in cambio di protezione per conto dei guerrieri divenuti vassalli dei re: fu questo l’inizio del feudalesimo. Sul continente l’asse dell’attività economica si spostò nelle campagne e quindi le città dell’Occidente entrarono in una fase di decadenza, conservando unicamente alcune funzioni amministrative e religiose, quasi ovunque identificate con la sede vescovile.

3. Il Mediterraneo e gli arabi

Solo il Mediterraneo e le sue coste, soprattutto grazie alla potenza bizantina, conservarono inalterata la vivacità degli scambi e delle attività commerciali, mantenute in vita, a partire dal VII secolo, anche dagli arabi. Sulla spinta dell’Islam, costoro nel giro di un paio di secoli si impadronirono di tutte le coste meridionali del Mediterraneo, della Sicilia e di grandissima parte della penisola iberica (giungendo a penetrare nelle Gallie, dove furono fermati a Poitiers dai franchi di Carlo Martello, ormai convertiti, nel 732) e trasferirono sul mare le abilità mercantili sperimentate da millenni nei deserti.

Nella parte orientale continuò a garantire i traffici l’impero bizantino, che nel VI secolo, con le guerre greco-gotiche, aveva ripreso il pieno controllo anche delle coste adriatiche e ioniche dell’Italia, stabilendo poi una situazione di coesistenza abbastanza pacifica con gli arabi. Entro questo quadro, le città costiere della penisola italiana non persero mai un certo ruolo, dapprima come parti dell’impero bizantino, e poi, alcune, arrivando a imporre una propria autonomia come Repubbliche marinare.

La lunga dominazione araba su terra europea esercitò una certa influenza sulla lingua e la conduzione agronomica di quelle regioni. Notevole fu inoltre il contributo dato dagli arabi di Spagna all’arte della navigazione, alle scienze e alla filosofia europee.

4. La Chiesa
4.1. I vescovi

La sola istituzione presente in modo quasi omogeneo in Europa nei secoli successivi alla scomparsa dell’impero era la Chiesa. Tuttavia non si trattava dell’organizzazione monolitica di oggi. Svanita l’amministrazione imperiale, dopo il V secolo i vescovi, che venivano eletti dalla comunità dei fedeli – coincidente di fatto con quella dei cittadini maschi – detenevano un grande potere autonomo, di natura non solo religiosa ma anche amministrativa e politica, mentre il papa, quale vescovo di Roma ed erede del primo apostolo Pietro, godeva solo di un predominio formale sui suoi pari. Il vuoto di potere lasciato dall’impero venne colmato quindi dall’autorità della Chiesa, in particolare da quella dei vescovi: nelle città era il vescovo ad amministrare la giustizia, a costruire le mura e a provvedere alla difesa dei cittadini.

4.2. I monaci e le abbazie

Un’articolazione molto importante della Chiesa nelle campagne era costituita dai monasteri. Di importanza fondamentale per la civiltà europea fu l’ordine monastico fondato da Benedetto da Norcia all’inizio del VI secolo e diffusosi nei secoli seguenti in tutta l’Europa occidentale. I benedettini ebbero un ruolo eccezionale sia nel convertire al cristianesimo popolazioni ancora pagane (come gli angli e i sassoni, a opera di san Bonifacio), sia nel mantenere viva la confessione cattolica sotto le incursioni barbariche. Il monachesimo occidentale, a differenza di quello prevalente nella Chiesa d’Oriente, che era di preferenza contemplativo, si dedicava con uguale passione al lavoro.

Furono i monaci a introdurre, tra il VII e l’XI secolo, importantissime innovazioni nella coltivazione dei campi: dalla rotazione triennale all’aratro pesante, dall’uso del cavallo bardato a quello dell’acqua e del vento come fonti di energia per la molitura. Le abbazie divennero spesso centri feudali che dominavano ampie aree territoriali, con numerosi servi della gleba, e gli abati (o, nel caso degli ordini monastici femminili, le badesse) potenti signori feudali. Nei travagliati secoli dell’Alto Medioevo il rango vescovile e quello abbaziale, divenuti molto ambiti, cominciarono ad avere contenuto più politico che religioso, fino a corrompersi e a richiedere drastiche riforme.

5. L’Italia nei primi secoli del Medioevo

Dopo l’abolizione dell’autorità imperiale in Occidente a opera di Odoacre nel 476 d.C., l’Italia centro-settentrionale fu invasa dagli ostrogoti (già convertiti da Ulfila) di Teodorico il Grande, cui si deve una prima sistemazione di tipo feudale del territorio e un coraggioso, ma fallito, tentativo di integrazione giuridica e culturale tra conquistatori germanici e popolazioni soggette. Cacciati i goti dall’Italia al termine delle guerre greco-gotiche, nel VI secolo, l’impero d’Oriente riuscì a ripristinare il proprio controllo su gran parte delle coste, ma il resto d’Italia, dalla Pianura Padana alla Campania, fu sottomesso dai longobardi.

Questi si convertirono al cattolicesimo solo sotto la regina Teodolinda, all’inizio del VII secolo, ma diedero ai loro domini, suddivisi tra i guerrieri più forti e prestigiosi con il titolo di duchi, un assetto feudale che sarebbe durato a lungo. Al contempo la loro conversione, tesa a dare una parvenza di sacralità al regno anche di fronte alle pretese bizantine, conferì ulteriore prestigio al papa; quando però insorsero contrasti tra i re longobardi e il papa, nell’VIII secolo, quest’ultimo si rivolse per aiuto ai franchi, nel frattempo anch’essi convertitisi al cattolicesimo. Infine, nel 774, Carlo, re dei franchi, che sarebbe passato alla storia con il nome di Carlo Magno, detronizzò Desiderio e si fece incoronare re dei franchi e dei longobardi. Restarono autonomi soltanto i ducati di Spoleto e di Benevento.

6. La restaurazione carolingia dell’impero

Nel IX secolo, quindi, la dinastia franca dei Carolingi, messasi dapprima al servizio del papa per trionfare sui longobardi e poi servendosene per rendersi definitivamente autonoma dall’impero bizantino, unificò il mondo cristiano occidentale, restaurandovi una sola fonte di legittimazione della sovranità: il Sacro romano impero, che sarebbe durato ben mille anni, dall’800 (data dell’incoronazione di Carlo Magno da parte del papa Leone III) fino al 1806. Questa consacrazione legittimava il potere imperiale agli occhi di tutti i vassalli del re franco, ma al contempo sanciva definitivamente il primato del vescovo di Roma rispetto agli altri vescovi occidentali, in competizione soltanto – per il primato sull’intera cristianità – con il patriarca di Costantinopoli, consacratore dell’imperatore d’Oriente.

Dalla morte di Carlo Magno l’impero, subito suddiviso tra i suoi eredi, non riuscì più a riconquistare una vera unità territoriale e politica, conteso com’era tra particolarismi feudali ed ecclesiastici e talvolta apertamente contestato dai re più potenti. Esso tuttavia rappresentò per secoli, insieme e in concorrenza con il papato, il cemento ideale della cristianità europea in quanto distinta e contrapposta sia agli “infedeli” musulmani sia, dopo lo “scisma greco” – ossia la separazione per motivi teologici e politici tra il papato e il patriarcato di Costantinopoli, consumatasi nell’XI secolo –, ai cristiani d’Oriente, o ortodossi.

7. La cultura e il sapere

Gli ordini monastici svolsero un ruolo fondamentale nella conservazione del sapere classico: una delle attività principali dei monaci era proprio la trascrizione dei testi classici, che venivano copiati e annotati con glosse esplicative negli scriptoria dei monasteri e quindi conservati nelle loro biblioteche. Vennero redatte opere a carattere universale, come le Etymologiae (623) di Isidoro di Siviglia.

Alla base del sapere vi era però naturalmente la Bibbia e la teologia era considerata la scienza più importante, alla quale erano subordinate tutte le altre discipline scientifiche, che venivano in genere coltivate con un rigoroso rispetto dell’autorità degli antichi, alimentando così l’impressione di una mancanza di innovazione propria della civiltà medievale.

7.1. I centri della cultura

Le sedi della civiltà altomedievale erano il castello del cavaliere investito di un beneficio feudale, il monastero e la città fortificata sede vescovile. Le lotte tra questi poteri per il dominio sui territori circostanti, che coinvolgevano imperatori, re e papi, si succedevano senza posa, complicate dalla confusione giuridica, tipica del feudalesimo, tra patrimonio personale e giurisdizione pubblica. In quelle tre sedi si svilupparono concezioni sociali e culturali diverse. Nel castello si formarono le premesse della cultura cavalleresca, fortemente impregnata di umori germanici, mentre nel monastero si coltivò la tradizione classica e biblica. Moltissime città cominciarono a sviluppare, con le fiere periodiche e i mercati permanenti, un ruolo di centro di attività artigianali e di sede di scambio commerciale, che man mano divenne scambio anche di idee e di cultura, in grado di approdare a un profondo rinnovamento con la creazione, tra le altre corporazioni e accanto alla “scuola cattedrale” del vescovo, della Universitas di maestri e allievi.