| Letteratura greca | Articolo | ||||
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| 2. | L’età arcaica (VIII-V secolo a.C.) |
Le opere scritte nel primo periodo della letteratura greca sono quasi esclusivamente in versi. La letteratura dei primi abitanti della Grecia – appartenenti alle civiltà dell’Egeo e di Micene – era orale e in gran parte costituita da canti su temi della guerra, del raccolto, dei riti funebri. Questi canti vennero adottati dagli elleni nel II millennio a.C. e, sebbene non se ne siano conservati frammenti, è molto probabile che da essi abbia avuto origine la posteriore arte dei cantori (talvolta organizzati in famiglie o in corporazioni) che celebravano le gesta degli eroi.
| 1. | Dalla tradizione orale alla forma scritta: l’epica |
Le ballate popolari dei cantori furono alla base dello sviluppo della poesia epica, che culminò con l’Iliade e l’Odissea di Omero. Com’era nella tradizione precedente, i poemi epici non contengono cenni sulla persona dell’autore. Oggi si ritiene più probabile che queste opere siano state composte, con intenti artistici, non da un singolo individuo, bensì da una serie di poeti nella Ionia d’Asia nel IX secolo a.C. Furono scritte in un dialetto della lingua greca, in seguito definito ionico, con l’aggiunta di elementi del dialetto eolico. La perfezione metrica suggerisce che rappresentino l’apogeo, piuttosto che l’inizio, di una tradizione letteraria.
I poemi omerici vennero diffusi attraverso le recitazioni di cantori itineranti, i quali, nel corso delle generazioni, apportarono modifiche agli originali, rinnovandone talvolta anche la fraseologia, sentita ormai come obsoleta. Questi testi furono tramandati oralmente per circa quattrocento anni prima di essere messi per iscritto. Tra le redazioni scritte è importante quella ateniese del VI secolo, detta “di Pisistrato”, una sorta di “vulgata” che costituì la base della sistemazione critica dei due poemi compiuta dai filologi alessandrini.
I due poemi inglobano, nella loro struttura, materiali antichi e altri più recenti relativi al vasto ciclo troiano. Essi trattano l’ira di Achille e le sue conseguenze (Iliade) e il ritorno di Ulisse (Odissea). Più conservatore è Omero nella rappresentazione del mondo divino; altre situazioni rimandano all’epoca della fondazione delle prime città-stato greche. In passato, a Omero venne attribuita tutta la produzione che a lui si ispirava, raccolta in un corpus da autori di periodi successivi. Di questo corpus, i testi più antichi sono i 33 Inni in onore degli dei, scritti in esametri dattilici e in lingua epico-omerica. Ci sono poi gli Epigrammi; il poemetto Margite, con cui Omero, secondo Aristotele, avrebbe offerto il modello della commedia; e la Batracomiomachia (La battaglia delle rane e dei topi), una parodia epica.
Nell’VIII secolo a.C. Esiodo, il primo poeta di cui si abbiano notizie storiche, lasciò da parte le avventure eroiche e cercò una spiegazione dell’universo nel mito (Teogonia). Vissuto in Beozia in una società contadina, trattò in Le opere e i giorni, poema di 828 esametri, non l’omerica società aristocratica, bensì le preoccupazioni quotidiane del mondo contadino.
| 2. | La nascita della lirica |
Tra l’VIII e il VI secolo la Grecia subì profonde trasformazioni nell’organizzazione economico-sociale, che si rifletterono nella poesia offrendo nuove fonti di ispirazione. Sotto il comune denominatore di “lirica“ nacque una nuova poesia accompagnata dalla musica (in genere della lira), composta dall’autore del testo, che era poeta e musico insieme. Secondo la sistemazione alessandrina, la poesia in musica si divideva in elegia, giambo e melica in senso proprio (dal greco mélos, “canto”, “melodia”); la lirica poteva essere monodica, se cantata da una sola persona, o corale, se cantata da un coro.
Questa poesia si adattò agli stimoli di un’età in trasformazione. Ad esempio, Archiloco, l’inventore del verso giambico (verso che riprendeva i ritmi dell’antica parlata greca e che cominciò a essere usato nelle parti dialogate delle tragedie), mise al centro della sua opera se stesso e la sua esistenza tribolata. Durante il VII secolo a.C. divenne popolare in tutta la Grecia il distico elegiaco, che fu impiegato in componimenti di vario genere, dai canti funebri alle canzoni d’amore. Tra la metà del VII secolo e l’inizio del VI, l’elegia si sviluppò prima con Callino di Efeso e Tirteo di Sparta, e in seguito con Mimnermo di Colofone, Teognide di Megara e Solone, il primo poeta ateniese, il quale mise in versi temi politici e la sostanza etico-religiosa delle sue riforme.
La poesia monodica ebbe origine e si sviluppò nell’isola di Lesbo. E, anche se trascorse gran parte della sua vita a Sparta, a Lesbo nacque il poeta e musico Terpandro (VII secolo), considerato l’iniziatore della lirica greca. La maggior parte dei suoi poemi appartiene al genere del nómos, inno liturgico in onore di un dio (in genere Apollo) e cantato da un’unica voce. A Lesbo l’esempio di Terpandro venne seguito, nella seconda metà del VII secolo, da Alceo e Saffo, la poetessa più importante dell’antica Grecia, autrice di poesie d’amore e di amicizia tra le più appassionate del mondo greco e tra le più vicine alla nostra sensibilità. I poeti di Lesbo composero le loro poesie in dialetto eolico.
Al VI secolo appartengono poeti che modificarono nei temi e nella metrica la poesia elegiaca e giambica. È il caso di Ipponatte di Efeso, la cui produzione poetica è incentrata sulla descrizione di ambienti miserabili e triviali e al quale è attribuita l’invenzione della parodia e del coliambo, o trimetro giambico, detto “zoppicante” per la sua conclusione con uno spondeo. È anche il caso, diverso, di Anacreonte di Teo in Ionia, autore di elegie, giambi, epigrammi e liriche giocose sul vino e sull’amore in vari metri. Componimenti simili a quest’ultime nelle tonalità e nei temi vennero da allora chiamati anacreontici. Alla fine dell’età arcaica (VIII-V secolo) la lirica monodica, l’elegia e il giambo decaddero o subirono trasformazioni.
L’organizzazione della lirica corale si deve nel VII secolo all’ambiente spartano. Venne composta da poeti che, utilizzando il dialetto dorico, scrivevano per i canti e le danze destinati ad accompagnare le celebrazioni religiose pubbliche. In seguito la lirica corale servì a commemorare altri eventi, come la vittoria ai giochi olimpici. Secondo la tradizione, il primo autore di liriche corali sarebbe stato Taleta, che sarebbe giunto da Creta a Sparta per debellare un’epidemia con peani (inni corali in onore di Apollo). Seguirono il suo esempio Terpandro e Alcmane, un greco di Sardi in Lidia vissuto a Sparta che compose parteni (carmi religiosi per cori femminili), inni agli dei locali e panellenici e carmi eroici.
Ad Arione di Metimna (fine del VII secolo) è attribuita la nascita del ditirambo, canto corale in onore di Dioniso. Molto probabilmente il ditirambo già esisteva, ma Arione travestì i coreuti da satiri, preannunciando la nascita della tragedia. Altri autori di liriche corali furono: il calabrese Stesicoro, che introdusse la forma triadica dell’ode corale, consistente in una serie di gruppi di tre strofe; Simonide di Ceo, le cui liriche includono odi corali scritte in onore dei vincitori dei giochi olimpici (epinici) e inni corali per celebrare personalità famose (encomi), oltre a liriche personali; e Bacchilide di Ceo, nipote di Simonide.
La lirica corale raggiunse il massimo splendore attorno alla metà del V secolo con il tebano Pindaro, autore di liriche corali di ogni genere e soprattutto di epinici dalla struttura ben precisa, che prevedevano l’inclusione di notizie sul vincitore, il suo legame con il mito e un elemento sentenzioso che celebra, in sostanza, la poesia e la sua funzione. Si è conservato fino a oggi circa un quarto dei suoi scritti, in massima parte epinici nella struttura triadica ideata da Stesicoro. I maestri della lirica corale scrivevano testi celebrativi per varie città e soprattutto per i tiranni che ne erano i committenti, anche se vi era sotteso un intento panellenico. Molte grandi odi corali – non solo triadiche – scritte da altri autori del tempo furono composte come parti integranti delle tragedie.