Aeronautica militare
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Aeronautica militare
4. L’aeronautica nel secondo conflitto mondiale

La seconda guerra mondiale fu prevalentemente una guerra aerea. Durante il primo anno di conflitto, la supremazia aerea della Luftwaffe sull’Europa continentale non fu mai seriamente messa in discussione. L’aeronautica francese, per quanto dotata di velivoli moderni in numero ragionevole, venne neutralizzata anche per carenza di comunicazioni e di strategia.

I tentativi tedeschi di acquisire la supremazia aerea sulla Gran Bretagna, in vista di una successiva invasione militare, iniziarono con attacchi alle navi nel canale della Manica, nel luglio 1940, seguiti da raid aerei sulle installazioni costiere della Royal Air Force e bombardamenti diurni e notturni su Londra e altre città britanniche; tuttavia, gli sforzi della Germania nazista naufragarono contro la strenua difesa dell’aeronautica britannica.

Nella cosiddetta battaglia d’Inghilterra, l’impiego dei solidi Hawker Hurricane e dei veloci Spitfire fu decisivo. Inoltre, i piloti della RAF sfruttarono abilmente la vicinanza delle proprie basi aeree, mentre quelli della Luftwaffe furono costretti a una continua spola tra i cieli dell’Inghilterra e le basi in Francia e in Belgio. Gli inglesi Stirling, Halifax e Lancaster, tre nuovi quadrimotori, erano carenti nella tecnologia dei dispositivi di puntamento e di navigazione. Particolarmente vulnerabili risultarono i bombardieri tedeschi Heinkel He 111, Junkers Ju 88 e Dornier Do 17, dotati di motori a raffreddamento liquido, relativamente lenti e muniti di armi difensive in numero insufficiente e calibro inadeguato.

Di fondamentale importanza fu la rete che collegava le stazioni radar con i centri di comando, permettendo di seguire la posizione degli aerei tedeschi e di dirigere verso di essi, via radio, i caccia britannici: l’elettronica cominciava a emergere come fattore di primaria importanza nella guerra aerea.

La Regia aeronautica italiana, forte numericamente, era invece gravemente limitata dal punto di vista qualitativo: i biplani da caccia FIAT CR.32 Freccia e FIAT CR.42 Falco erano macchine robuste e maneggevoli, ma non paragonabili ai mezzi nemici, e il bombardiere trimotore SAI-Marchetti S.79, ottenuto da un prototipo civile da competizione, era difficilmente perfezionabile. Mancavano, al contempo, apparecchiature radio moderne ed efficienti. Il caccia Aermacchi C.202 Folgore, entrato in servizio nel giugno 1941, rappresentò un netto salto di qualità nei mezzi a disposizione dei reparti italiani; agile, veloce e maneggevole, era dotato di un motore tedesco Daimler-Benz costruito su licenza dell’Alfa Romeo ed era equipaggiato con armamenti di discreta qualità. Nel 1943 furono introdotti una nuova serie di caccia dalle elevate prestazioni ma in quantitativi limitati: l’Aermacchi C.205V Veltro, il FIAT G.55 Centauro e il Reggiane RE 2005 Sagittario. Molti dei migliori piloti italiani, inoltre, erano già caduti in combattimento.

L’aviazione dell’esercito statunitense (USAAF) iniziò nel 1943 una campagna diurna di bombardamenti di precisione sulla Germania, da basi britanniche, con i Boeing B-17 Flying Fortress e i Consolidated B-24 Liberator, dotati dei nuovi sistemi di puntamento Norden. Questi quadrimotori, sebbene fossero ben armati e dotati di corazzatura, subirono gravissime perdite.

L’entrata in scena del North American P-51 Mustang, aereo da caccia a lungo raggio per la scorta ai bombardieri, volse a favore degli Stati Uniti le grandi battaglie aeree diurne nei cieli della Germania.

Anche la forza aerea tattica svolse un ruolo di primaria importanza. Le forze aeree alleate, dotate di versioni costantemente migliorate dello Spitfire, del velocissimo P-51 Mustang e di eccellenti cacciabombardieri, come lo Hawker Typhoon e il P-47 Thunderbolt, sconfissero l’aviazione tedesca nei cieli della Normandia prima che avesse inizio lo sbarco del D-Day, il 6 giugno 1944, conservando la superiorità aerea fino al termine del conflitto. Bombardieri come il Martin B-26 Marauder e caccia adattati per l’attacco al suolo colpivano le posizioni difensive tedesche per aprire la strada all’avanzata degli alleati.

Nel Pacifico era andato sviluppandosi un tipo completamente diverso di guerra aerea, la cui dipendenza dalle portaerei avrebbe dato una nuova fisionomia alla strategia militare navale e aerea per il resto del secolo. Il Giappone, che era entrato in guerra con il più avanzato aerosilurante, il Nakajima B5N2, e con il caccia a grande autonomia Mitsubishi A6M2 Reisen, il cosiddetto “Zero”, aveva dato inizio alle ostilità con attacchi aerei a Pearl Harbor, nelle Hawaii, e ad altre basi statunitensi e britanniche nel Pacifico, il 7 e 8 dicembre 1941. Il vero punto di svolta della guerra nel Pacifico si ebbe il 4 giugno 1942, quando bombardieri imbarcati statunitensi affondarono quattro portaerei giapponesi (Akagi, Hiryu, Kaga e Soryu) e l’incrociatore pesante Mikuma a nord-ovest delle isole Midway.

Nel 1943 la comparsa dei Grumman F6F Hellcat e degli Chance Vought F4U Corsair aveva imposto il predominio statunitense sui cieli. L’anno seguente i bombardieri Boeing B-29 Superfortress cominciarono ad attaccare obiettivi in Giappone. Quando i bombardamenti di precisione da alta quota non diedero i risultati voluti, i B-29 furono inviati in missioni notturne a quota più bassa per effettuare raid incendiari simili a quelli sperimentati dalla RAF in Germania. I risultati furono devastanti: oltre 83.000 abitanti di Tokyo persero la vita in un singolo attacco condotto la notte del 10 marzo 1945. Pochi mesi dopo, i B-29 sganciarono sulle città di Hiroshima e Nagasaki le due bombe atomiche che provocarono la resa incondizionata del Giappone, firmata il 2 settembre 1945.