| Biodiversità | Articolo | ||||
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| 2. | Biodiversità delle specie |
La specie viene definita come l'insieme degli organismi che possiedono caratteri simili, capaci di incrociarsi fra loro e di dare luogo a una prole fertile. Essa rappresenta l'unità di base della classificazione tassonomica e viene presa come riferimento in molti studi biologici e in molte ricerche condotte dagli ecologi.
Nel corso delle indagini sulla biodiversità, infatti, viene spesso contato il numero delle specie maggiormente conosciute (ad esempio di mammiferi, di uccelli e di determinate specie vegetali), presenti in un'area prescelta come campione. Il conteggio delle specie prende il nome di censimento.
| 1. | Censimento delle specie |
Esistono diverse modalità per effettuare il censimento delle specie: il conteggio assoluto di tutti gli esemplari che vivono in una certa zona è perlopiù impraticabile, perché spesso le aree da considerare sono molto vaste, oppure particolarmente impervie e, ancora, non si può avere la certezza di conteggiare tutti gli individui, soprattutto in specie terricole di piccole dimensioni (come insetti, molluschi o vermi). In genere, si procede con conteggi parziali, dai quali si effettua una stima del numero totale di individui per specie: ad esempio, per valutare la presenza di una certa pianta in un'area, si può contare il numero di esemplari presenti entro un metro quadrato, scelto a caso; per censire gli uccelli che si trovano in una regione, si possono scegliere, sempre con un criterio di casualità, alcuni punti di quella regione nei quali effettuare osservazioni visive o, meglio, sonore (i cosiddetti 'punti d'ascolto'), dai quali si desumono le specie ornitologiche presenti. Il criterio di scelta casuale è importante perché i risultati delle osservazioni fatte in alcune aree-campione devono essere validi da un punto di vista statistico (significatività dei risultati).
| 2. | Ricchezza di specie |
Il numero delle specie viene definito con l'espressione 'ricchezza di specie', e costituisce una delle possibili misure della biodiversità di un luogo; esso può essere anche utilizzato come termine di paragone con altre zone. La ricchezza di specie viene considerata come la misura generale di biodiversità più semplice e facile da valutare, anche se non può che rappresentare una stima approssimativa e incompleta della variabilità presente tra i viventi.
La ricchezza di specie varia geograficamente: nei climi caldi in genere vive un maggior numero di specie, rispetto a quelli freddi, così come nelle zone più umide vi sono più specie che in quelle più secche. Le zone tropicali, in cui crescono le foreste pluviali, sono tra le regioni a più alto indice di biodiversità. Si calcola che nelle foreste pluviali, ossia in una regione che copre circa il 7% del globo, si trovi almeno il 50% delle specie viventi.
Le zone con minori variazioni stagionali accolgono più specie di quelle con stagioni ben definite; zone con topografia e clima diversificati albergano più specie di quelle uniformi. Nonostante l'importanza della specie come unità di base, non sempre i ricercatori sono d'accordo sui metodi di classificazione da utilizzare per determinare i rapporti di parentela tra i diversi organismi, perciò bisogna ricordare che l'inserimento di un determinato organismo all'interno di un certo gruppo tassonomico è suscettibile di variazioni, nel caso si verifichino scoperte che mettono in luce diversi rapporti di parentela tra i viventi.
Alcune particolari specie possono, per il ruolo che esse rivestono nell'ecosistema, aumentare la biodiversità di una specie. Ad esempio, specie arboree che raggiungono elevate altezze offrono una grande quantità di risorse utili a molte specie diverse (come uccelli nidificanti, piante epifite, parassiti, erbivori frugivori) e contribuiscono, quindi, alla biodiversità di quell'ambiente. Tuttavia, non esiste ancora un metodo per valutare in modo quantitativo l'importanza di questi ruoli e confrontare i valori ottenuti nei diversi gruppi.
| 3. | Specie endemiche |
Ogni zona contribuisce alla biodiversità totale della biosfera sia con il numero totale delle specie in essa presenti, sia con la proporzione di specie che si trovano unicamente in quella stessa zona. Tali specie sono definite endemiche (il termine 'endemico' deriva dalla scienza medica e generalmente viene utilizzato per indicare una malattia limitata a una zona isolata). Nelle isole, ad esempio, vi sono globalmente meno specie che nelle zone continentali della medesima area ma, in genere, vi è una maggiore proporzione di specie che non si trovano altrove. In altre parole, a parità di altri parametri vi è minore ricchezza di specie, ma vi sono più specie endemiche. Non è, tuttavia, facile valutare la correlazione relativa di questi due fattori, la quale potrebbe essere usata come parametro per paragonare la biodiversità sulle isole e sui continenti.
Aree ricche di specie endemiche possono essere zone di speciazione attiva (cioè zone in cui è in corso la formazione di nuove specie) o rifugio di residui evolutivi (ossia, luogo dove ancora riescono a sopravvivere alcuni individui di una specie altrove estinta); in ogni caso, qualunque sia l'interesse teorico, è importante la precisa definizione delle aree a endemismo elevato. Per definizione, una specie endemica di un dato luogo non compare altrove. Più piccola è l'area dell'endemismo, maggiore è il rischio per la specie endemica di incontri con altre popolazioni. Se da un lato tutte le specie endemiche di un determinato luogo possono subire in modo negativo i cambiamenti del loro ambiente naturale, dovute ad esempio alla distruzione delle foreste e alla progressiva urbanizzazione, dall'altro lato esse possono nello stesso modo anche beneficiare positivamente di eventuali azioni di conservazione ambientale. Per valutare i costi dell'azione di conservazione, è opportuno identificare precisamente tutte queste opportunità.
Gli endemismi possono anche essere definiti in termini di confini nazionali. Questo è di enorme importanza per la conservazione della diversità biologica, poiché, quasi senza eccezioni, gli interventi di conservazione vengono decisi e gestiti, indipendentemente dal tipo di intervento scientifico o dal supporto finanziario, in un contesto politico nazionale.
| 4. | Distanza evolutiva delle specie |
Oltre alla ricchezza di specie e agli endemismi, un'altra misura della biodiversità consiste nella stima della distanza evolutiva delle specie, cioè di quanto differenti percorsi evolutivi hanno seguito due determinate specie. Nella classificazione tassonomica, specie simili sono raggruppate in generi, i generi simili in famiglie, le famiglie in ordini e così via, fino al livello superiore, il regno. Questo tipo di organizzazione tassonomica è un tentativo di rappresentare i rapporti di parentela esistenti tra gli organismi, tentando così di ricostruire il percorso seguito durante la loro storia evolutiva. Pertanto, le specie appartenenti a uno stesso genere dovrebbero essere più affini tra loro delle specie comprese in generi differenti. I taxa di livello superiore al genere possono comprendere da una sola specie a milioni di specie. Alla diversità totale contribuiscono più specie distanti tra loro, classificate in famiglie o ordini differenti, che non specie simili, classificate nello stesso genere. In base a ciò, nel caso si dovesse scegliere di proteggere una sola zona fra due con lo stesso numero di specie, sarebbe preferibile optare per quella caratterizzata da specie distanti l'una dall'altra. Alcuni ricercatori che favoriscono questo approccio utilizzano tale argomentazione per sostenere che la biodiversità viene meglio misurata a livelli tassonomici superiori, ad esempio di famiglie o di ordini, piuttosto che a livello di genere o di specie.