| Al-Fatah | Articolo | ||||
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| 2. | Storia |
Il Movimento nazionale per la liberazione della Palestina (Harakat Tahrir al Watani al Falastin, nome di cui Fatah, che in arabo significa “conquista”, è l’acronimo inverso) fu fondato intorno al 1958 in Kuwait da un gruppo di palestinesi della diaspora, tra cui Yasser Arafat (Abu Ammar), Khalil el Wazir (Abu Jihad) e Salah Khalaf (Abu Iyad). L’organizzazione nacque con il compito di organizzare la resistenza dei palestinesi (sottraendola all’egemonia dei paesi arabi) e di espellere attraverso la lotta armata lo stato d’Israele, proclamato nel 1948, dalla Palestina. Al-Fatah si caratterizzò sin dalla sua nascita per l’assenza di precisi riferimenti ideologici (a parte un vago panarabismo) e per l’assoluto laicismo.
Radicatasi a Gaza agli inizi degli anni Sessanta, Al-Fatah lanciò le prime operazioni militari contro Israele attraverso il suo braccio armato Al-Asifa (“la tempesta”). Il movimento crebbe di importanza dopo la disfatta dei paesi arabi nella guerra dei Sei giorni (1967) e l’occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania da parte di Israele. Uscita vittoriosa dalla battaglia di Karamah (1968) contro l’esercito israeliano, nel 1969, con il suo leader Arafat, si pose alla testa dell’agonizzante Organizzazione per la liberazione della Palestina, accrescendo ulteriormente il suo prestigio tra i palestinesi.
Pesantemente colpita dalla repressione giordana del Settembre Nero (1970), Al-Fatah riuscì a riorganizzarsi in Libano e a conservare la leadership dell’OLP. Dopo l’ulteriore sconfitta araba nella guerra del Kippur (1973), Al-Fatah impresse all’OLP un’importante svolta, ponendo al centro della sua azione la ricerca di un riconoscimento internazionale alla causa palestinese e la necessità del dialogo con Israele. Entrò così in profondo disaccordo con le componenti più radicali della resistenza palestinese, ma ottenne due importanti risultati quando, nel 1974, l’OLP venne riconosciuta come “unico e legittimo rappresentante dei palestinesi” dai leader arabi riuniti a Rabat (Marocco) e ottenne un seggio di osservatore permanente alle Nazioni Unite.
La successiva vicenda di Al-Fatah si identifica con quella dell’OLP e di Yasser Arafat. L’organizzazione sostenne infatti il suo leader nella “strategia del negoziato” lanciata nel 1983 dall’esilio di Tunisi (cui i fedayn erano stati costretti in seguito all’invasione israeliana del Libano nel 1982). La ricerca di una soluzione politica portò, tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, all’avvio di trattative segrete a Oslo, che culminarono nel 1993 nella firma del trattato di pace tra Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Al-Fatah ebbe un ruolo predominante nell’Autorità nazionale palestinese (ANP), sia nell’ambito politico, con l’elezione di Arafat alla presidenza dell’autonomia palestinese, sia in quello militare, dove i militanti di Al-Fatah costituirono il nucleo delle forze di sicurezza.
Dopo lo scoppio della seconda intifada, causata dal fallimento della strategia diplomatica ma anche dalla dilagante corruzione in seno all’ANP, Al-Fatah subì un lento declino di cui beneficiarono i movimenti integralisti islamici e soprattutto Hamas. Nel contempo, nel suo seno si accentuò la divisione tra i militanti rientrati dall’esilio e i giovani protagonisti dell’intifada; si fece così strada una nuova componente politico-militare che diede vita prima al movimento Tanzim (“organizzazione”) e poi alle Brigate martiri di Al-Aqsa, che spesso operarono in sintonia con Hamas ricorrendo ad atti di terrorismo contro Israele.
Alla fine del 2004, in seguito alla morte di Arafat, la guida di Al-Fatah fu affidata a Faruk Kaddumi, ostile agli accordi di Oslo e per questo mai rientrato dal suo esilio in Tunisia. Nelle elezioni che nel gennaio 2006 rinnovarono il Parlamento dell’ANP, Al-Fatah fu clamorosamente sconfitta da Hamas, con la quale ingaggiò in seguito una violenta lotta per il potere.