| Generi letterari | Articolo | ||||
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| 2. | L’antichità e il Medioevo |
Le prime classificazioni dei generi si ebbero in Grecia nel V secolo a.C. con il culto delle grandi opere del passato. Platone distingueva, in base al contenuto, tra generi seri e faceti e, in base alla forma della rappresentazione, tra genere drammatico, narrativo e misto (epica). In base al concetto di mimesi e al grado di emozione che un'opera può generare nello spettatore, esisteva poi una gerarchia di valori che poneva all'ultimo posto il genere drammatico.
Ben altra influenza esercitò nella storia la Poetica di Aristotele, il quale divise la letteratura in drammatica e narrativa, assegnando il primato alla seconda, e indicò alcuni caratteri fondamentali della tragedia, senza mai parlare di 'regole' o di 'generi'. Furono invece i filologi alessandrini che, per rivendicare la continuità della cultura greca proiettata in una dimensione universalistica, distinsero e classificarono i generi, parlando di 'norme' per la tragedia.
Dopo la nascita del romanzo, l'epica estese il suo significato a questo tipo di narrativa, ma il genere, inteso come insieme di costanti retoriche e semiotiche che identifichi e unisca testi diversi, acquistò una propria struttura attraverso un lungo processo storico. Dall'età ellenistica la codificazione passò al mondo romano e, attraverso l'Ars poetica di Orazio e l'Institutio oratoria di Quintiliano, venne insegnata nelle scuole; grazie a questi due testi passò al Medioevo, che intanto aveva smarrito la Poetica di Aristotele, mentre si sviluppavano generi nuovi (ad esempio la chanson de geste e la sacra rappresentazione). Il testo fondamentale divenne la pseudociceroniana Rhetorica ad Herennium, che distingue non tanto i generi quanto i livelli espressivi (tragedia, commedia, elegia, distinzione, questa, ripresa anche da Dante).