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| 4. | Gli anni Sessanta e Settanta |
Negli anni Sessanta l’installazione divenne una delle forme d’arte più diffuse, insieme all’happening e alla performance. Fu praticata da esponenti della Pop Art, come Claes Oldenburg ed Edward Kienholz, che realizzarono opere destinate a essere integrate in un determinato ambiente. Del primo si ricorda Bed Room ensamble 1 (1963, Hessisches Landesmuseum, collezione K. Strohler, Darmstadt), camera da letto con fantasie zebrate; a Kienholz si deve The Beanery (1965), provocatoria proposta di arredamento di un bar in cui, rischiarati da un neon livido, dovevano essere collocati 17 manichini a grandezza naturale, costantemente avvolti da un odore di cibo e detersivi emesso da diffusori. Il minimalista Dan Flavin utilizzò tubi di illuminazione fluorescenti per modificare lo spazio creando sculture astratte (The nominal three, 1963; Greens crossing greens, 1966, entrambi al Guggenheim Museum di New York). Un procedimento simile fu utilizzato dallo scultore Richard Serra, noto per le monumentali installazioni di tubi metallici e lamine di piombo chiamate Props.
Altri artisti impiegarono materiali naturali: Robert Smithson (Passaic 1938 - Amarillo 1973) e Walter De Maria (Albany 1935), vicini alla Land Art, intervennero sull’allestimento delle gallerie d’arte, prevedendo la presenza di grandi quantità di ciottoli e detriti: celebri furono Non-site di Smithson (1968, Whitney Museum of American Art, New York), grosso contenitore di alluminio smaltato colmo fino all’orlo di pietre, e The New York Earth Room di De Maria (1977, 141 Wooster Street, New York), 197 metri cubi di terra e materiale di scarto, che occupavano più di 300 metri quadrati dello spazio espositivo.
Interpreti e fautori di installazioni furono anche molti artisti concettuali, come Joseph Kosuth e Lawrence Weiner (New York 1942), per i quali l’accompagnamento testuale, sui muri della galleria, era parte integrante dell’opera d’arte. Kosuth divenne famoso per First Investigations (Art as Idea as Idea), una serie di opere che includeva alcuni lemmi tratti dal dizionario (Water, 1966, Guggenheim Museum, New York); Weiner installò Earth to earth ashes to ashes dust to dust (1970, Guggenheim Museum, New York), parole composte dagli elementi citati nel titolo biblico (terra, cenere, polvere) e applicate alla parete. In Italia Emilio Vedova, passato attraverso varie esperienze e correnti, espresse la sua vena creativa in installazioni in cui coesistevano collage, assemblaggio, pittura, graffito, scultura con la luce, arte cinetica (Rilievi, Plurimi, Binari, Lastrine).