| Autobiografia | Articolo | ||||
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| 2. | Cenni storici |
La più antica autobiografia è considerata la Storia di Sinuhe, un testo egiziano risalente ai secoli XI-X a.C. che narra le vicende di un funzionario di palazzo. Nel mondo greco-latino l’autobiografia assunse la forma dell’apologia o difesa delle proprie scelte da parte di oratori-politici, come Isocrate nell’Antidosis, Demostene nel discorso Per la corona del 330 a.C. e Cicerone in alcuni passi delle Catilinarie; oppure assunse l’aspetto di resoconto storico della propria opera: l’Anabasi di Senofonte, i Commentarii di Cesare sulla guerra gallica e quella civile, e le Res gestae divi Augusti (Le imprese del divino Augusto) di Ottaviano Augusto.
L’autobiografia acquistò poi dimensione più specifica in età imperiale attraverso la scoperta del linguaggio dell’interiorità e l’avvio dell’analisi psicologica con gli scritti di Seneca (Lettere a Lucilio, 63-64 d.C.), oltre che con i Ricordi di Marco Aurelio. La valorizzazione dell’interiorità e la funzione religiosa – per cui la narrazione autobiografica diventa un esemplare percorso di salvezza – presiedono alle Confessioni (397) di Agostino, uno dei modelli, anche nel titolo, dell’autobiografia occidentale.
Nel corso del Medioevo l’autobiografia assunse in genere la forma della “vita”, ma ne fa eccezione l’opera più celebrata, la Historia calamitatum mearum (1132, Storia delle mie disgrazie) di Abelardo. Se con la Vita nuova (1292-93) di Dante il genere acquista una coloritura mistico-allegorica, esemplata sull’itinerario spirituale verso Dio, il Secretum (pubblicato postumo nel 1473) di Petrarca si collega direttamente al modello agostiniano.
In età umanistica vennero registrate singolari esperienze intellettuali come i Commentarii(pubblicati postumi nel 1584) di Enea Silvio Piccolomini. Sempre nel Quattrocento si diffuse negli ambienti mercantili e delle arti e mestieri l’uso di libri di famiglia o di “ricordi”, contenenti notizie pratiche ma anche riflessioni morali e autobiografiche. A questi si ricollegano i Ricordi di Francesco Guicciardini e, benché caratterizzata dalla consapevolezza di esprimere una personalità d’eccezione, la Vita di Benvenuto Cellini, pubblicata postuma solo nel 1728. Dimensione storico-pedagogica, tanto da essere considerati “la Bibbia del soldato”, hanno i Commentari (pubblicati postumi nel 1592) del soldato francese Blaise Monluc.
Nel Cinquecento opere introspettive centrate su conflitti religiosi sono Il libro della sua vita di santa Teresa d’Avila e le Memorie del poeta ugonotto Théodore Agrippa d’Aubigné.
Le esperienze spirituali e religiose nutrono, tra Sei e Settecento, gli scritti autobiografici più importanti, come i diari di George Fox, fondatore del movimento dei quaccheri, e di John Wesley, fondatore del movimento metodista. Ma anche sul fronte laico la cultura religiosa ispira opere autobiografiche: il calvinismo, ad esempio, presiede a uno dei capisaldi dell’autobiografia occidentale, le Confessioni (pubblicate postume in due parti nel 1782 e nel 1789) di Jean-Jacques Rousseau.
L’autobiografia, come vero e proprio genere, si affermò nel Settecento per la nuova attenzione alla vita individuale, anticipata nel Seicento con opere come La vita scritta da lui medesimo di Gabriello Chiabrera. Due vivaci quadri della società di fine Settecento offrono la Storia della mia vita (o Mémoires, pubblicati postumi dal 1822) di Giacomo Casanova e le Memorie (edite nel 1827) di Lorenzo da Ponte.
Sempre nell’Italia del XVIII secolo tre capolavori di questo genere sono l’Autobiografia (1725) di Giambattista Vico, i Mémoires (1787) di Carlo Goldoni e la Vita (edita postuma nel 1804) di Vittorio Alfieri, caratterizzati dalla coscienza della vocazione culturale degli autori. A questi si possono aggiungere le autobiografie di Pietro Giannone, Ludovico Muratori e Antonio Genovesi.
Fu soprattutto in epoca romantica, con la centralità dell’esperienza individuale per decifrare e vivere la realtà, che si sviluppò la letteratura autobiografica, specie nella dimensione della “memoria”. Ecco allora le Memorie d’oltretomba (pubblicate postume nel 1849-50) di François-René de Chateaubriand, la trilogia Infanzia, Adolescenza, Giovinezza (1852-1856) di Lev Tolstoj e La mia vita (1870) di Richard Wagner.
La memorialistica italiana dell’Ottocento ha prevalentemente carattere politico-ideologico e documenta il processo del Risorgimento. Tra i tanti scritti spiccano Le mie prigioni (1832) di Silvio Pellico, I miei ricordi (pubblicati postumi nel 1867) di Massimo d’Azeglio e Le ricordanze della mia vita (pubblicate postume nel 1879-80) di Luigi Settembrini. C’è poi il filone della memorialistica garibaldina con I mille (edito postumo nel 1902) di Giuseppe Bandi e Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille (1880) di Giuseppe Cesare Abba.
La memorialistica italiana del Novecento è legata all’esperienza della guerra e della Resistenza. Si segnalano Un anno sull’altopiano (1938) di Emilio Lussu e Se questo è un uomo (1947) di Primo Levi. Ma proprio questi testi dicono come nel Novecento i confini tra memoria e romanzo si siano dissolti e come il romanzo abbia accolto al suo interno la tradizione dell’autobiografia.
Fondamentali opere novecentesche tra romanzo e autobiografia sono: Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927) di Marcel Proust, L’uomo senza qualità (1930-1943) di Robert Musil, Dedalus (1916) di James Joyce, Il salvacondotto (1931) di Boris Pasternak e, straordinario sul piano umano, il Diario (1947) di Anne Frank. Valore prevalentemente documentario hanno le memorie di uomini politici, quali i diari di Lev Trotzkij, Winston Churchill, Jawaharlal Nehru.