Trova nell'articolo Esperienza

Per trovare nell'articolo una parola, un nome o un argomento specifici, selezionare nel proprio browser Internet l'opzione per effettuare una ricerca nella pagina. In Internet Explorer questa opzione si trova nel menu Modifica.

Poiché viene effettuata la ricerca di una corrispondenza esatta per la parola o le parole digitate, se non si ottengono risultati soddisfacenti controllare l'ortografia delle parole digitate o individuare una parola chiave relativa all'argomento.

Esperienza
1. Introduzione

Esperienza In filosofia, l'insieme delle informazioni sulla realtà acquisite direttamente attraverso i sensi; il termine 'esperienza', peraltro, può riferirsi non solo alla realtà esterna all'individuo, ma configurarsi anche come conoscenza interiore dei propri vissuti e dei processi immanenti alla coscienza. Inoltre, la definizione di esperienza può includere anche il sapere pratico (quello che gli anglosassoni chiamano know how e cioè il 'sapere come' una cosa funziona), e può dunque indicare le conoscenze maturate grazie alla dimestichezza con determinati oggetti o situazioni.

2. Da Aristotele a Galilei

Il filosofo greco Aristotele intese l'esperienza come una conoscenza di casi particolari, distinguendola dall'arte e dalla scienza, che implicano una conoscenza dell'universale e delle cause. Nella filosofia moderna il problema dell'esperienza acquista un ruolo di primo piano nella teoria della conoscenza, specialmente dei filosofi empiristi. In generale i fautori dell'empirismo sostennero la priorità dell'esperienza sensibile sul ragionamento deduttivo. Francesco Bacone identificò nell'esperienza, illuminata da un metodo di tipo induttivo, il fondamento di ogni tipo di conoscenza scientifica; John Locke intese l'esperienza come la fonte delle nostre idee, sia delle idee di sensazione (che si riferiscono alle cose esterne), sia delle idee di riflessione (che si riferiscono agli eventi mentali). Ma ciò che maggiormente caratterizza il pensiero moderno, a partire da Galileo Galilei, è l'aprirsi di una divaricazione fra l'esperienza comune dei sensi e l'esperienza scientifica, intesa come esperimento da condurre secondo precise regole metodiche e considerata in relazione agli aspetti di tipo esclusivamente quantitativo dei corpi.

3. La rivoluzione kantiana

Per Immanuel Kant l'esperienza è la fonte di ogni possibile conoscenza umana, ma essa non coincide con la nozione che ne avevano i filosofi empiristi. Infatti, l'esperienza degli oggetti (che Kant concepì come fenomeni) è possibile solo grazie all'azione coordinata di intuizione sensibile e intelletto. Nella Critica della ragion pura Kant tentò di stabilire, mediante una scomposizione analitica del processo conoscitivo, quali fossero le strutture, e soprattutto le condizioni, che rendono possibile sia l'esperienza della vita quotidiana, sia quell'esperienza più rigorosa che è per noi l'esperienza scientifica.

Secondo Kant, per spiegare il mondo della nostra esperienza, sia quotidiana sia scientifica, occorre individuare le forme della nostra facoltà conoscitiva che sono a priori, cioè che non derivano dall'esperienza stessa. Si tratta in primo luogo delle 'forme a priori' del senso interno ed esterno, ossia delle intuizioni pure dello spazio e del tempo, intesi come le condizioni soggettive della nostra conoscenza sensibile: lo spazio è la forma a priori dei fenomeni del senso esterno, il tempo è la forma a priori dei fenomeni del senso interno. Tuttavia, perché possa sorgere un'esperienza coerente, occorre che i dati sensibili siano integrati e unificati dalle funzioni o categorie dell'intelletto: il mondo dell'esperienza non ci si presenta infatti come un complesso di dati sensibili che hanno fra loro semplici rapporti di successione temporale o di coesistenza spaziale, ma come un complesso articolato di cose, dotate di plurime qualità e collegate secondo molteplici relazioni, ad esempio di tipo causale.

Dopo Kant, il problema dell'esperienza si sarebbe nuovamente imposto nelle concezioni del positivismo ottocentesco e dell'empirismo logico o neopositivismo del Novecento, nel quale sempre più l'attenzione si sarebbe spostata sui procedimenti di verifica e di controllo degli enunciati scientifici intorno ai fatti osservabili.