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| 3. | Buddhismo, giainismo, materialismo |
Nel V secolo a.C., con il materialismo, il giainismo e il buddhismo, nacquero i cosiddetti “sistemi eterodossi”, che non riconoscevano le dottrine dominanti dei Veda e, soprattutto, l’autorità della casta sacerdotale.
I materialisti si discostavano dai principi dei Veda e sostenevano che la vita termina con la morte e soltanto ciò che è visibile (terra, acqua, fuoco e aria) è importante: ciò che non è percepibile non esiste. Nei sistemi materialisti il pensiero è inteso come funzione del cervello e l’anima non esiste se non in presenza di un corpo. Questi sistemi pongono in questione l’esistenza degli dei, riconducono all’uomo le leggi morali e, dal punto di vista etico, sostengono una visione edonistica dell’agire umano. Il loro capo spirituale è considerato Canakya (IV secolo a.C.), di cui tuttavia non è stato tramandato nessuno scritto.
Il giainismo, al pari del materialismo, rifiuta l’autorità dei Veda. La sua dottrina, messa per iscritto in pracrito, parte dal presupposto che lo spirituale e il non spirituale si contrappongono. Materiale è tutto quanto rientra nelle cinque categorie di azione, riposo, spazio, materia e tempo; il massimo ideale etico è la sobrietà. A causa delle sue rigide norme ascetiche, il giainismo non ottenne un enorme seguito, ma in India è ancora praticato.
Il buddhismo, infine, rifiuta gli dei della religione vedica e professa le “quattro nobili verità” (la sofferenza; il suo insorgere; il suo superamento; la via verso il superamento) e l’Ottuplice sentiero, che porta all’eliminazione delle cause della sofferenza. Il buddhismo fu molto diffuso in India fino al XII secolo, ma in seguito alla conquista islamica scomparve quasi completamente.