| Filosofia indiana | Articolo | ||||
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| 4. | I sistemi dei brahmani |
Nelle prime Upanishad, scritte intorno al 500 a.C., si perpetua la dottrina dei Veda e dei due grandi poemi epici, il Mahabharata e il Ramayana.
Da questa tradizione derivarono i sei sistemi ortodossi (darsana) brahmanici, che sono contenuti in brevissimi commenti ai Veda, stilati nel genere letterario dei sutra. I sei darsana sono in parte strettamente legati tra loro per il contenuto.
Scopo principale del mimamsa (in sanscrito “indagine”), cominciato con Pànini e Jaimini nel III secolo, è la comprensione dei Veda, considerati testi eterni. Il filosofo Kumarila, vissuto nell’VIII secolo, delineò un sistema imperniato su una linguistica funzionale alla comprensione dei Veda.
Il termine Vedanta indica tutti i sistemi nati dopo le Upanishad e su esse fondati. Il testo più importante è la Bhagavad-Gita, scritta nel I secolo a.C., che costituisce parte del Mahabharata. Nella Bhagavad-Gita è adorato un dio supremo che appare sotto forma di spirito (purusa) e natura (prakrti), e vi si predicano tre vie di salvezza (moksha): la via dell’azione (karman), la via della devozione (vedi Bhakti) e quella della conoscenza (jnana).
Nella tradizione del Vedanta era annoverato soprattutto Shankara, uno dei maggiori filosofi indiani che sviluppò la dottrina della maya, l’illusione che vela l’essenziale unicità dello spirito brahman presentandoci la molteplicità del fenomenico e del corporeo. Il messaggio centrale del suo insegnamento è espresso in questa proposizione: “il reale è ciò che è impossibile negare”.
Nel IV secolo a.C. nacque il sistema filosofico samkhya (in sanscrito “numero, conteggio”), che tenta di definire i principi fondamentali del mondo in base al numero. Se all’inizio erano determinanti ancora i due principi purusa e prakrti, dal XV secolo fu sostenuta una concezione diversa: l’io è distinto dal citta (pensiero).
Nel II secolo a.C. Patanjali stilò un testo fondamentale, gli “aforismi sullo yoga” (Yogasutra), che presentano lo yoga come sistema filosofico-religioso e introducono alle tecniche di meditazione miranti alla realizzazione dell’io, ovvero all’armonizzazione di corpo, spirito e anima in virtù della liberazione dal pensiero (citta) e dalla materia (kaivalya). Nello stesso periodo nacque anche il nyaya (in sanscrito “principio, norma”), un sistema descritto nei sutra attribuiti ad Aksapada, che raggiunse l’apice nel X secolo con Udayana.
Tra il II e il IV secolo apparve il Vaisheshika (in sanscrito “riferirsi alle differenze”), elaborato da Kanada, che espose la sua dottrina in forma scritta: si tratta di un completamento in chiave di filosofia della natura del nyaya, con cui formò dopo il IX secolo il cosiddetto “nyaya-vaisheshika”, dottrina razionale e sistema di categorie della conoscenza (sostanza, qualità, attività, movimento, concetto generale, particolarità, attinenza e negazione).
Questa scuola sostenne inoltre una teoria atomistica, secondo cui il mondo sarebbe composto da particelle non ordinate razionalmente secondo il karma, bensì governate da una grande anima del mondo.