Natura
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3. La natura come “macchina”

Nell’età moderna, insieme con la crescita delle conoscenze scientifiche e delle nuove arti meccaniche, la natura parve essere sempre più dominabile in senso pratico-tecnico, secondo una prospettiva che Francesco Bacone formulava in questi termini: “Si può dominare la natura solo obbedendole”. In alternativa al finalismo della concezione della natura prevalsa fino al XVI secolo, la scienza moderna – da Galileo a Isaac Newton – pensa la natura come un ordine meccanicistico, cioè come un sistema di corpi (scomponibili in particelle elementari o atomi) in movimento, retto da leggi che sono determinabili con precisione matematica. Già Galileo parla del “grandissimo libro” della natura, il quale “è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola”.

Se ancora per il pensiero rinascimentale l’universo era concepito come un grande organismo vivente, in cui tutte le parti sono fra loro solidali, la nuova immagine del mondo è più simile a quella di una grande macchina: grazie a Galilei, e per influenza delle filosofie di Cartesio e di Thomas Hobbes, la natura è svuotata da ogni componente di finalismo e di antropocentrismo ed è assimilata a un meccanismo complesso regolato esclusivamente da leggi geometrico-meccaniche. Diffusa poi è la tendenza a interpretare tutto il nesso meccanicistico delle cause e degli effetti nella prospettiva di un rigido determinismo, come avviene ad esempio in Baruch Spinoza. Cercando di dare una fondazione filosofica al meccanicismo newtoniano, Immanuel Kant, alla fine del XVIII secolo, definisce la natura come una connessione dei fenomeni secondo leggi causali necessarie, leggi che non dipendono dalle cose in quanto tali, ma dalle categorie del nostro intelletto.