Arte australiana
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Arte australiana
3. Cenni storici
1. La prima fase della colonizzazione (1788-1821)

I primi artisti che tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento giunsero in Australia per loro stessa iniziativa erano perlopiù topografi o illustratori specializzati in soggetti di storia naturale, e facevano parte di missioni esplorative con il compito di raccogliere informazioni sul territorio appena scoperto, la flora, la fauna e il clima. Si creò così uno stretto legame tra arte e scienza, che rappresenta tuttora un tratto saliente della cultura coloniale.

La produzione della prima colonizzazione è costituita da libri di viaggio splendidamente illustrati e da stampe con temi di storia naturale, diretti al mercato britannico, mentre le testimonianze della colonizzazione e della prima urbanizzazione si devono a galeotti, quali John Eyre. Nella colonia penale australiana l’architettura rispondeva infatti a esigenze simboliche oltre che pratiche: sebbene ormai antiquata rispetto allo stile regency sviluppatosi in Gran Bretagna, l’architettura georgiana dell’epoca intendeva trasmettere ai deportati – attraverso la simmetria e la semplicità – valori di ordine, disciplina e armonia.

2. Il periodo coloniale (1821-1851)

Dopo il 1821, ai coloni liberi furono concessi vasti appezzamenti di terra. L’espansione delle aree tenute a pascolo al di fuori degli insediamenti urbani diede avvio a una nuova colonizzazione. Nel 1824-25 fu pubblicato a Londra, al fine di incoraggiare l’emigrazione verso l’Australia, un album di acquetinte eseguite dall’ex detenuto Joseph Lycett. L’opera contiene riproduzioni di ville cittadine e residenze di campagna, che testimoniano l’esistenza di un’élite coloniale.

I due principali paesisti di quel periodo furono Conrad Martens e John Glover. Martens giunse a Sydney nel 1835 dopo aver lavorato come topografo su una nave, in una missione in cui ebbe per compagno di viaggio Charles Darwin. Il rapporto che legò Martens a Darwin e ad altri scienziati conosciuti durante la traversata insegnò al pittore l’attenta osservazione empirica della natura, celata talvolta dietro le convenzioni della pittura di paesaggio. I suoi acquerelli, che ritraggono le residenze dei coloni abbienti e le atmosfere luminose del porto di Sydney, influenzarono lo stile della paesaggistica locale sino alla fine del secolo.

L’architetto John Verge incontrò i favori della nuova nobiltà coloniale progettando edifici aggraziati ed eleganti, imponenti ma equilibrati, improntati alla raffinatezza del regency e caratterizzati da una grande attenzione ai particolari. Le costruzioni di John Lee Archer, che promosse lo stile neoclassico in Tasmania, si distinguono invece per una maggiore semplicità e per un più marcato richiamo al senso delle proporzioni dello stile georgiano.

3. L’ultima fase della colonizzazione (1851-1880)

Nel 1851 la scoperta di ricchi giacimenti auriferi nella colonia di Victoria e la conseguente corsa all’oro determinarono profondi cambiamenti nella società coloniale. Grazie alle nuove ricchezze, al considerevole aumento demografico e al consolidamento della borghesia urbana, Melbourne si sostituì a Sydney come centro di irraggiamento dell’arte coloniale.

Da quando lasciò l’Inghilterra per Melbourne nel 1858 fino a quando fu costretto all’esilio politico a Sydney vent’anni dopo, William Wardell fu l’architetto di maggior talento della città. La sua intelligente interpretazione del revival gotico si tradusse nella costruzione di importanti edifici ecclesiastici e di imponenti complessi pubblici in stile vittoriano. A Sydney negli stessi anni era attivo Edmund Blackett, cui furono commissionate opere più convenzionali e accademiche, se paragonate all’equilibrio e alla sobrietà misurata delle opere di Wardell. A partire dagli anni Sessanta del XIX secolo sorsero nei sobborghi di Melbourne e Sydney innumerevoli case a schiera con tipiche decorazioni a traforo in ghisa.

La crescita della società coloniale nell’ultima fase del suo sviluppo fu immortalata dalla giovane arte della fotografia, praticata da professionisti quali Antoine Fauchery verso la metà del secolo e, successivamente, da J.W. Lindt e Nicholas Caire.

I territori selvaggi e incontaminati attirarono l’attenzione di numerosi artisti coloniali sin dal consolidamento degli insediamenti urbani. Negli anni Cinquanta e Sessanta del XIX secolo Eugène von Guérard, attivo a Melbourne, si avventurò nelle regioni più remote dell’Australia orientale per dipingere ampie vedute paesaggistiche nella tradizione romantica tedesca. I due decenni successivi videro la nascita di diverse istituzioni artistiche (scuole, gallerie e società di esposizioni) nel Victoria e nel Nuovo Galles del Sud, così come avvenne in seguito nelle regioni meno popolate. Parallelamente si affermò una nuova borghesia urbana che divenne la principale promotrice delle arti. Attorno al 1880 la fama di Von Guérard fu soppiantata dall’immigrato svizzero Louis Buvelot, che ritrasse i dintorni di Melbourne sulla falsariga della scuola di Barbizon.

4. La federazione e gli sviluppi successivi (1880-1914)

La crescita economica degli anni Ottanta attirò in Australia molti artisti: Tom Roberts, Arthur Streeton, Charles Conder Frederick McCubbin e Jules Bastien-Lepage contribuirono all’evoluzione di una variante locale dell’impressionismo maturata all’interno della scuola di Heidelberg, che prese nome da uno dei sobborghi della periferia di Melbourne dove gli artisti amavano dipingere en plein air.

Nello stesso periodo si affermò uno stile pittorico e architettonico tipicamente australiano, che in seguito prese il nome di Federation Style. Dopo la nascita della federazione, nel 1913 giunse in Australia, per sovrintendere al progetto della capitale federale Canberra, l’architetto statunitense Walter Burley Griffin, già collaboratore di Frank Lloyd Wright. Griffin disegnò molti edifici originali in cui riuscì a combinare forme geometriche e strutture organiche, ma la sua influenza sull’architettura locale non fu evidente che dopo la seconda guerra mondiale.

5. Il periodo tra le due guerre

Una delle conseguenze della guerra fu la commissione di edifici e sculture commemorative, eseguite da artisti quali Rayner Hoff, Charles Web Gilbert e Margaret Baskerville. L’Anzac Memorial a Sydney, di C. Bruce Dellit, e l’Australian War Memorial a Canberra, di Emil Sodersten, ispirati all’Art Déco, furono tra i primi esempi di architettura moderna nel subcontinente. Il cambiamento più radicale e duraturo portato dal conflitto fu tuttavia un isolamento culturale volontario in reazione al pesante tributo pagato dall’Australia al suo ingresso nella politica internazionale.

La tradizione pittorica paesistica continuò, poiché lo stesso paesaggio assurse a simbolo dei valori di libertà e democrazia per cui gli australiani avevano combattuto. Nonostante le persecuzioni subite durante la guerra a causa delle sue origini tedesche, Hans Heysen divenne un pittore di chiara fama rappresentando lo splendore e la bellezza del paesaggio australiano. Nei suoi quadri Elioth Gruner seppe trasmettere la ricchezza della vita pastorale indigena.

A Sydney negli anni Venti il modernismo faticò a imporsi sulle tendenze conservatrici, ma Thea Proctor, Grace Cossington Smith e Margaret Preston seppero legarlo al nuovo stile di vita e alle innovazioni che interessarono la moda, la grafica e la decorazione d’interni. Le prime avanguardie si imposero negli anni Trenta e Quaranta ed espressero una critica aperta alla ristrettezza di vedute della società australiana. Traendo ispirazione dal surrealismo e dall’espressionismo, Albert Tucker, Arthur Boyd, John Perceval e Sidney Nolan si concentrarono sul paesaggio urbano contemporaneo e sul degrado sociale. In architettura, Roy Grounds ideò un particolare stile geometrico, mentre il profugo tedesco Frederick Romberg introdusse un orientamento modernista complesso, articolato e di stampo europeo.

6. Il dopoguerra

Malgrado il sempre più marcato carattere cosmopolita della società australiana del dopoguerra (basti pensare alla realizzazione, nel 1956, della Sydney Opera House progettata dal danese Jørn Utzon), il paesaggio locale continuò a dominare nelle opere di artisti e architetti. Negli anni Quaranta e Cinquanta Russell Drysdale e Sidney Nolan illustrarono l’aspro entroterra del paese. I due paesaggisti più illustri degli anni Sessanta, John Olsen e Fred Williams, diedero nuovo impulso a questa tradizione ravvivandola mediante alcune caratteristiche formali dell’astrattismo internazionale.

Harry Seidler, nato a Vienna nel 1923, aveva studiato a Harvard insieme a Walter Gropius: trasferitosi in Australia nel 1948, introdusse a Sydney un autentico modernismo cosmopolita. I suoi edifici, pubblici e privati, dalle torri di Australia Square al Capital Building, a Sydney, dal Trade Group Office di Canberra al QV1 Building a Perth, presentano infatti come tratti tipici ordine, economia di mezzi, equilibrio ed eleganza. Negli anni Sessanta, con la scuola di Sydney, architetti quali Ken Woolley idearono invece progetti tesi a sfruttare l’effetto creato da coperture a tegole, mattoni vetrificati e legni naturali, instaurando un rapporto tra le costruzioni e l’ambiente circostante.

Alla fine degli anni Settanta l’influsso postmodernista sull’architettura acquisì sempre maggiore importanza. Due delle personalità più rappresentative del decennio successivo furono Daryl Jackson e Philip Cox, ma la figura più illustre dell’architettura australiana moderna è senza dubbio Glenn Murcutt, la cui produzione mostra un legame innegabile con il regionalismo della scuola di Sydney. Le sue costruzioni attingono al patrimonio locale e sono caratterizzate dalla prevalenza di materiali naturali e da un rapporto organico tra l’edificio e il paesaggio. In netto contrasto è lo stile di Maggie Edmond e Peter Corrigan, che cercano di attribuire alle proprie costruzioni la vitalità e il carattere dei sobborghi popolari, arricchendoli di un certo sfarzo.

Le teorie del postmodernismo e del postcolonialismo fecero sì che gli artisti si concentrassero sulla ricerca dell’identità nazionale e sulla propria marginalità rispetto alla cultura e alla società occidentale: già negli anni Settanta, la diversificazione degli interessi artistici e degli stili portò a un movimento legato all’arte aborigena dell’Australia centrale e occidentale. Due delle principali figure degli anni Ottanta, Imants Tillers e il cileno Juan Davila, applicarono le strategie postmoderne dell’ironia e del pastiche per dare rilievo all’identità nazionale e personale intesa come un insieme ibrido.

In tempi recenti sono nate avanguardie più consapevoli dal punto di vista sociale e politico: le loro opere poggiano su una base concettuale molto solida. Non si è spento nemmeno l’interesse per l’arte aborigena contemporanea. Negli ultimi anni, gli artisti più giovani guardano con interesse all’arte dei paesi asiatici che si affacciano sul Pacifico.