| Filosofia della scienza | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 2. | Il problema dell’induzione |
I risultati dell’osservazione, della sperimentazione e dei controlli attestano la validità di una teoria scientifica, ma non provano la sua verità. Anche le più banali generalizzazioni empiriche travalicano infatti ciò che si può rigorosamente inferire dall’esperienza diretta: se così non fosse, le teorie scientifiche non potrebbero prevedere il corso della natura, né avrebbero alcun potere esplicativo.
Il rapporto fra osservazione e teoria costituisce uno dei problemi fondamentali dell’epistemologia, il problema dell’induzione, la cui formulazione tradizionale si deve al filosofo scozzese David Hume. Egli prese in considerazione semplici previsioni basate su dati ricavati dall’esperienza, dimostrando con solidi argomenti che tali inferenze non sono razionalmente sostenibili. Hume non negava che i ragionamenti induttivi garantissero alle leggi scientifiche una certa attendibilità, ma affermava che è legittimo continuare a fidarsi dell’induzione solo se si trova una valida ragione per credere che l’induzione continuerà a mostrarsi attendibile anche in futuro.
Questa, tuttavia, è una previsione che può essere giustificata solo per via induttiva: più precisamente, ritenere che l’induzione funzionerà in futuro solo perché ha già dimostrato la sua validità in passato significa cadere in un circolo vizioso che, per giustificare l’induzione, la presuppone. I filosofi si sono impegnati con vigore per confutare questa conclusione scettica.
Alcuni hanno cercato di dimostrare che i criteri adottati dagli scienziati per controllare i dati sperimentali sono in un certo qual modo razionali per definizione; secondo altri, l’esito positivo ottenuto in passato dalle indagini induttive può giustificare il loro utilizzo futuro, senza per questo imbattersi in un circolo vizioso. Recentemente, alcuni filosofi hanno affermato che l’effettiva attendibilità delle abituali pratiche induttive è sufficiente per suffragare la conoscenza scientifica.
L’austriaco Karl Popper ha proposto una soluzione ancora più radicale del problema dell’induzione. A suo parere, il ragionamento di Hume, in base al quale le induzioni non hanno una giustificazione razionale, è corretto; ciò, comunque, non pregiudica la razionalità della scienza, le cui conclusioni sono, nonostante le apparenze, esclusivamente deduttive.
L’idea di fondo di Popper è la seguente: se è vero che i dati empirici non implicheranno mai che tutti i corvi sono neri, essi potranno comunque confutare le teorie che implicano il contrario. In altri termini, nessun numero, per quanto grande, di osservazioni relative a corvi neri implica che tutti i corvi siano neri, ma l’osservazione di un solo corvo bianco dimostra che l’asserzione universale “tutti i corvi sono neri” è falsa. Gli scienziati, dunque, possono sapere che una teoria è falsa senza bisogno di ricorrere all’induzione.
Questa soluzione del problema dell’induzione si presta però a numerose obiezioni. Se fosse esatta, gli scienziati non avrebbero motivo di credere che le loro previsioni sono vere, poiché questi giudizi potrebbero essere giustificati solo per via induttiva. Oltre a ciò, sembra che la posizione di Popper non consenta nemmeno agli scienziati di riconoscere la falsità di una teoria, poiché anche i dati sperimentali, che eventualmente confutano una teoria, non possono mai essere verificati definitivamente.