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Talassemia
1. Introduzione

Talassemia Forma ereditaria di anemia in cui risulta ridotta la sintesi di una o più delle quattro catene polipeptidiche, in genere 2 a (alfa) e 2 β (beta), che normalmente si legano a formare l’emoglobina nei globuli rossi del sangue.

2. Caratteristiche

La talassemia è causata da un carattere che risiede in un gene recessivo. Se un individuo possiede un gene talassemico e uno normale per la sintesi dell’emoglobina, non manifesta i sintomi e viene detto “portatore sano” della talassemia. Due portatori sani hanno il 25% di probabilità di avere un figlio talassemico.

Il termine talassemia, che deriva dal greco ed è composto di thálassa, “mare”, e hâima, “sangue”, è indicativo del fatto che questa malattia, detta anche anemia mediterranea, è più comune nelle popolazioni che vivono nelle zone costiere dell’Europa meridionale. Oggi, tuttavia, è noto che la talassemia è presente in tutto il mondo in diverse forme, le più conosciute delle quali sono dette a- o β- talassemia, a seconda che siano rispettivamente mutati i geni per la catena a o β dell’emoglobina. Queste patologie costituiscono probabilmente le malattie più frequenti fra quelle causate dall’anomalia di un gene.

3. Sintomi

L’emoglobina ha la funzione di trasportare l’ossigeno fra i polmoni e i tessuti dell’organismo. In caso di anemia, l’emoglobina è insufficiente a rispondere al fabbisogno di ossigeno dei tessuti, in particolare dei muscoli e del cervello. Nella talassemia la struttura delle catene di emoglobina è inalterata, ma si verifica l’assenza o la riduzione di una delle catene a o β, a causa di anomalie nei geni che codificano per queste proteine. Ciò provoca uno squilibrio nella quantità di catene prodotte e, pertanto, le catene a o β predominano una rispetto all’altra.

In assenza di un numero sufficiente di catene a cui legarsi, le catene precipitano e tale precipitazione interferisce con la formazione dei globuli rossi. Pertanto, il numero di globuli rossi prodotti è inferiore alla norma; fra questi, vi sono anche quelli contenenti le catene di emoglobina precipitate. Essi, a causa del loro contenuto, hanno una forma anomala, per cui non riescono a passare attraverso i capillari più piccoli e, quindi, vengono distrutti prematuramente dall’organismo. Ciò provoca grave anemia e determina un tentativo di compensazione da parte del midollo osseo, il quale, per produrre globuli rossi a sufficienza si espande, causando gravi deformazioni del cranio e delle ossa lunghe.

1. β-thalassaemia major o anemia di Cooley

La β-thalassaemia major rappresenta la forma di talassemia più grave; in Italia, si calcola che vi siano 5000-8000 individui affetti da questa patologia. Essa è caratterizzata da entrambe le copie del gene che codifica per la catena β dell’emogolobina; questa, pertanto, non viene sintetizzata. I sintomi si sviluppano generalmente nella prima infanzia.

Se la diagnosi viene effettuata correttamente già in età neonatale e i pazienti vengono trattati con regolari trasfusioni di sangue, lo sviluppo è normale fino alla pubertà; a questo punto, tuttavia, il sovradosaggio di ferro derivante dalle trasfusioni può provocare una serie di disturbi epatici, cardiaci ed endocrini. Il decesso avviene entro i trent’anni d’età per insufficienza cardiaca. Se non vengono sottoposti a trasfusioni, i bambini muoiono entro il primo anno di età. Se le trasfusioni sono insufficienti le ossa del cranio e degli arti si sviluppano in modo anomalo, provocando caratteristiche deformità; i soggetti colpiti presentano, inoltre, ingrossamento della milza, grave anemia, vulnerabilità alle infezioni e tendenza al sanguinamento, e, se arrivano all’adolescenza, vanno soggetti alle stesse complicanze da sovradosaggio di ferro di chi ha avuto trasfusioni sufficienti.

2. β-thalassaemia minor

Nella β-thalassaemia minor una sola copia del gene per la catena β è difettosa e in genere chi ne è affetto non presenta sintomi, se non in gravidanza, quando si verifica anemia.

3. a-talassemia

L’a-talassemia è dovuta a difetti nel gene che codifica per la catena a e può causare principalmente due tipi di disturbi. Il più grave è l’idrope grave congenito o sindrome di Bart, che provoca generalmente la morte del feto in utero o subito dopo la nascita. L’altro disturbo è la malattia da emoglobina H; patologia in cui si forma un particolare tipo di emoglobina, costituita da quattro catene β normali, per compensare l’assenza delle catene a. I sintomi non sono gravi come nelle altre forme di talassemia; i pazienti di solito raggiungono l’età adulta, sebbene presentino comunque anemia e splenomegalia, cioè eccessivo sviluppo della milza.

4. Diagnosi

L’individuazione della talassemia può avvenire attraverso analisi del sangue e, in particolare, esame emocromocitometrico, finalizzato a valutare le caratteristiche dei globuli rossi, e valutazione di parametri legati al metabolismo del ferro (trasferrina, ferritina, sideremia). Ciò è necessario perché una condizione di anemia microcitica simile a quella causata dalla talassemia potrebbe essere determinata invece da una carenza di ferro. Inoltre, attraverso elettroforesi si verifica la struttura e il dosaggio dell’emoglobina, evidenziandone eventuali anomalie.

Nel corso di una gravidanza, i genitori possono sapere se il nascituro è affetto dalla patologia attraverso un esame dei villi coriali, da effettuarsi dall’ottava alla quattordicesima settimana di gravidanza, o una funicolocentesi, che è possibile eseguire dalla sedicesima-diciottesima settimana. Nel primo caso vengono analizzate cellule sanguigne fetali tratte dalla placenta e uguali a quelle del feto; nel secondo caso viene prelevato direttamente dal cordone ombelicale un campione di sangue del nascituro. Se il feto risulta portatore di talassemia, i genitori possono decidere eventualmente di interrompere la gravidanza, in base alla legge 194 (vedi Aborto).

5. Terapia

La forma più grave di talassemia, la major, viene attualmente affrontata con terapia trasfusionale, ripetuta regolarmente ogni tre-quattro settimane; contemporaneamente, i pazienti assumono per via sottocutanea un farmaco che rimuove dall’organismo l’eccesso di ferro assunto tramite la trasfusione. Il trattamento è permanente; una guarigione può essere raggiunta con trapianto di midollo osseo (TMO), procedura che attualmente viene eseguita con buoni risultati ma non è esente da controindicazioni e richiede la disponibilità di un donatore compatibile. Nuove prospettive si aprono con la tecnica del trapianto di midollo eseguito sul feto all’interno dell’utero, e con la terapia genica; inoltre, sono in fase di studio farmaci contro l’eccesso di ferro che possano essere somministrati per via orale e farmaci che possano migliorare la produzione di emoglobina.