| Striscia di Gaza | Articolo | ||||
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| 4. | Economia |
L’economia della Striscia di Gaza, come quella del resto dei territori amministrati dall’Autorità nazionale palestinese, dipende in massima parte dalle relazioni con Israele e dagli aiuti internazionali. Israele, oltre che essere il primo partner commerciale (acquisto di prodotti agricoli e fornitura di prodotti industriali), dà lavoro anche a diverse decine di migliaia di frontalieri, impiegati soprattutto nell’edilizia. Le relazioni economiche con Israele risentono tuttavia fortemente del conflitto politico e militare in corso. Spesso, per motivi di sicurezza, le frontiere tra Israele e Gaza vengono chiuse, con grave pregiudizio per l’economia locale.
La forza lavoro è all’incirca così suddivisa: edilizia 33%, servizi 36%, industria 10%, agricoltura 20%. Complessivamente, circa il 40% degli occupati lavora nello stato di Israele, contribuendo per il 35% alla formazione del prodotto interno lordo di Gaza. Per i motivi cui si è già accennato, questi dati sono tuttavia soggetti a forti variazioni. In base alle usanze islamiche, le donne sono generalmente dedite alle attività domestiche o al lavoro in imprese familiari.
Soprattutto a causa del conflitto, ma anche per una gestione non sempre accorta dei fondi, i progetti economici sostenuti dalla comunità internazionale, rivolti alla realizzazione di infrastrutture di base, sono stati realizzati solo in parte. Molte strutture – tra cui, ad esempio, l’aeroporto internazionale – sono peraltro state danneggiate dall’esercito israeliano nel corso delle sue frequenti incursioni seguite allo scoppio della seconda intifada (2000). È in discussione la creazione di aree industriali sul confine tra Gaza e Israele, ma l’effettiva realizzazione dei progetti dipende esclusivamente dall’avanzamento dei negoziati di pace, da diversi anni allo stallo.