| Classicismo (letteratura) | Articolo | ||||
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| 3. | I generi letterari |
La nozione di classicismo non si risolveva solo nella ricerca di equilibrio e di perfezione formale secondo la lezione dei modelli classici, ma comportava anche una marcata tendenza alla codificazione. Allo scopo di creare codici di comunicazione validi per tutte le corti italiane, venne creato il sistema dei generi letterari e delle norme interne a ciascun genere. E quando, nel secondo Cinquecento, prevalse il peso della competenza professorale, forte fu il richiamo al rispetto delle regole stabilite.
Si può citare il caso di Torquato Tasso, indotto, per scrupoli introiettati, a riscrivere la Gerusalemme liberata e a “spegnerla” nella Gerusalemme conquistata. Ma si può citare anche il caso di tutto il manierismo, le cui diversità stilistiche rispetto ai modelli furono considerate per secoli segno di inadeguatezza. Tuttavia, proprio il dibattito “professorale” (Gian Giorgio Trissino, Francesco Robortello, Giulio Cesare Scaligero, Sperone Speroni) cominciò a configurarsi come una teoria generale della letteratura, fissando i livelli artistici superiori (tragedia e poema epico).
Dall’Italia questo classicismo normativo passò alla Spagna e alla Francia nel momento in cui quelle culture raggiungevano il loro maggiore sviluppo. In Francia il classicismo italiano ispirò i poeti della Pléiade. Il razionalismo cartesiano ne riorganizzò poi sistematicamente i principi compositivi, che in campo teatrale vennero interpretati da Corneille e da Racine. Tra i maggiori rappresentanti del classicismo inglese si ricordano John Dryden e Alexander Pope.
La poetica barocca mise in discussione i principi del classicismo e gli tolse autorità. Tuttavia, compiutasi l’esperienza barocca, l’esigenza di rivitalizzare la letteratura comportò, in Italia, la riproposizione del classicismo nella versione dell’Arcadia, espressione di un neoclassicismo settecentesco con molti aspetti convenzionali ma ancora creativo, specie sotto l’aspetto metrico.