| Eutrofizzazione | Articolo | ||||
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| 3. | Conseguenze ambientali |
L’eutrofizzazione provoca la scomparsa o l’allontanamento di quasi tutte le forme viventi e la desertificazione ambientale. È un fenomeno che si riscontra solo nei laghi o all’interno di baie, porti o in aree antistanti scarichi fognari e acque reflue di impianti di depurazione per le notevoli quantità di sostanze biostimolanti (vitamina B12, indolo, acidi umici) che favoriscono lo sviluppo algale. Tuttavia, fioriture algali (dette anche maree rosse e/o colorate) si registrano saltuariamente in estate anche in mare aperto dove si possono formare, di conseguenza, acque anossiche responsabili di morie di pesci. L’Adriatico, ad esempio, riceve le acque continentali di un bacino di 132.000 km2 con una popolazione residente di 25 milioni di abitanti, senza considerare l’apporto di inquinanti industriali, equivalente al 75% dell’intera nazione.
In queste condizioni, si possono raggiungere concentrazioni di oltre 80 µg/l di fosforo totale in grado di sostenere un’elevata biomassa algale che, espressa in quantità di clorofilla, è pari a oltre 100 µg/l.
La degradazione aerobica cessa in condizioni anossiche o ipossiche (quando, cioè, la concentrazione dell’ossigeno disciolto scende sotto 2 mg/l), per cui la misura dell’ossigeno nelle acque, soprattutto nello strato di interfaccia acqua-sedimento, è fondamentale per comprendere le situazioni di degrado ambientale in un’area interessata da scarichi. Anche nei sedimenti è necessaria una elevata concentrazione di ossigeno per garantire l’ossidazione della sostanza organica che sedimenta. In questo caso, il tenore di ossigeno viene misurato come potenziale di ossidoriduzione (potenziale redox o Eh). Bassi valori di Eh (inferiori a 200 mV) facilmente riscontrabili penetrando anche pochi millimetri nei sedimenti fini a elevato tenore di materia organica, indicano un ambiente povero di ossigeno, ma ricco di batteri anaerobi.
In molti casi l’eutrofizzazione ha fatto sì che i bacini lacustri, i fiumi e tratti di mare costiero abbiano perso la propria naturale limpidezza, i loro strati più bassi diventassero anossici e, per effetto della putrefazione della sostanza organica, emanassero odori sgradevoli. Queste condizioni hanno gravemente compromesso attività commerciali quali pesca e turismo, comportato un aumento dei costi delle operazioni di potabilizzazione dell’acqua dolce e limitato, se non completamente impedito, l’uso a scopo ricreativo dei bacini.
Un esempio eclatante è quello del Mar Nero, in cui defluisce uno dei più grandi sistemi fluviali d’Europa, costituito dal Danubio, dal Don, dal Dnestr e dal Dnepr. Questo copioso tributo d’acque dolci e di sostanza organica fa sì che la salinità sia bassa (22 per mille) e che, oltre i 200 m di profondità, sia presente una notevole quantità d’acido solfidrico che impedisce lo sviluppo di qualsiasi forma di vita superiore. Lungo le sponde del Danubio vivono, inoltre, 80 milioni di europei e il suo carico inquinante alla foce è notevole: il tasso di rame, ad esempio, è decuplicato in 10 anni.
Negli ultimi decenni, gli apporti nutrizionali dei fiumi e la riduzione della loro portata (con conseguente aumento della concentrazione degli inquinanti) in seguito all’utilizzazione sempre più imponente delle acque interne a fini agricoli e industriali, ha fatto sì che nel Mar Nero si sia assistito a periodici fenomeni anossici sul fondo e al crollo della produttività nelle acque costiere.
A processi eutrofici sono anche legate alcune intossicazioni alimentari tipiche degli ambienti tropicali quali la ciguatera, un avvelenamento provocato dal consumo di pesci tropicali o bivalvi ricchi di neurotossine (dinofisitossine, saxitossina, venerupina) prodotte, di norma, da dinoflagellati planctonici di cui si sono nutriti. In Italia il pericolo è modesto e rari sono i casi di avvelenamento di tipo DSP (Diarrhetic Shellfish Poisoning), in genere dovuti al consumo di prodotti d’origine tropicale.
| 1. | Possibili interventi |
Riportare le acque dolci dei bacini eutrofizzati ai livelli naturali perché possano essere dichiarate potabili, comporta costi elevati, di gran lunga superiori a quelli legati al normale trattamento di potabilizzazione; è quindi necessario impedire o almeno limitare il sorgere del fenomeno, adottando provvedimenti adeguati e innanzitutto riducendo i carichi localizzati di fosforo. Tali apporti sono dovuti agli scarichi fognari, di natura domestica e industriale e possono essere facilmente canalizzati e deviati in modo tale che non vadano a riversarsi in acque particolarmente soggette a fenomeni di eutrofizzazione.
Il livello del fosforo nelle acque di scarico, inoltre, può essere ridotto varando normative che vietino l’uso di detersivi a base di polifosfati o provvedendo a rimuovere il fosforo dalle acque di scarico con opportuni trattamenti (ad esempio mediante precipitazione chimica). Non va dimenticato, inoltre, che i sedimenti presenti sul fondo dei bacini idrici rappresentano un serbatoio di raccolta delle sostanze nutrienti. La loro rimozione costituisce, dunque, un utile intervento, che consente di allontanare dal bacino ingenti quantitativi di fosforo e di altri elementi indesiderati. In altri casi i laghi sono stati ossigenati artificialmente, per favorire la mineralizzazione della sostanza organica. Alcuni piani di recupero hanno avuto un discreto successo: particolarmente riusciti sono stati gli interventi sui laghi Washington (USA), Wahnbach e Talsperre (Germania) e Windermere (Regno Unito).