Paganesimo
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Paganesimo
3. Cristianesimo e mondo pagano

San Paolo, l’ebreo convertito alla fede in Cristo e divenuto “apostolo delle genti”, indirizzò deliberatamente ai pagani la sua opera di evangelizzazione, nonostante il quadro sconcertante da lui dipinto nella lettera ai Romani (1:16-32). In essa i non ebrei vengono ritratti in prospettiva teologica come coloro che, rifiutando l’opportunità di una vera conoscenza di Dio, sono condannati al degrado morale. Essi potranno tuttavia salvarsi convertendosi alla fede in Cristo e raccogliendo così l’eredità di Israele, che rimane comunque il popolo a cui Dio è legato in virtù delle promesse fatte ad Abramo (Romani, capitoli 9-11) .

Se, dunque, tutti i pagani sono invitati alla conversione, difficilmente il cristiano potrà adattarsi ai costumi religiosi e sociali della comunità pagana. La negazione degli dei dell’Olimpo attirò contro i cristiani l’accusa di ateismo, oltre a quella, connessa forse con la pratica dell’Eucaristia, di offrire a dio sacrifici umani.

Il loro rifiuto del culto dell’imperatore, divenuto prassi ufficiale nel II secolo sotto forma di adorazione dell’effigie del sovrano vivente e di divinizzazione degli imperatori defunti, li espose sovente all’accusa di sacrilegio e di lesa maestà, fondamento giuridico per le persecuzioni. Queste colpirono le comunità cristiane fino al decreto di tolleranza di Costantino (313 d.C.), seguito dal trionfo del cristianesimo, divenuto addirittura, con l’editto di Teodosio del 380 d.C., religione di stato dell’impero romano.

La tradizione del paganesimo, tuttavia, non scomparve: essa sarebbe stata talora supportata dal potere imperiale, ad esempio con l’imperatore Giuliano, ma venne combattuta da grandi personalità come sant’Ambrogio, pronto a ricordare a Valentiniano il dovere di opporsi, come imperatore cristiano, alle rivendicazioni di quei senatori che vagheggiavano la restaurazione dell’altare della dea Vittoria.

Quando poi, con il V secolo, si profilò la minaccia dei popoli germanici, capaci di travolgere con le loro schiere bellicose le frontiere dell’impero romano, sant’Agostino si impegnò a confutare, con la più celebre delle sue opere, il De civitate Dei, le accuse di quanti attribuivano quella catastrofe alla vendetta delle antiche divinità pagane.

I popoli invasori, portatori di un’ulteriore forma di paganesimo, sostituirono ben presto il loro credo con il cristianesimo, predicato loro da san Bonifacio, noto come “apostolo di Germania”.

Se il paganesimo propriamente detto tramontò con il procedere dell’opera di cristianizzazione dei popoli d’Europa nei secoli dell’Alto Medioevo, la sopravvivenza di alcuni suoi motivi tipici si può sicuramente rintracciare nell’ambito del folclore. Più problematico appare l’utilizzo del termine in riferimento ai sistemi religiosi tradizionali dei popoli dell’Africa, dell’America latina e dell’Oceania.

Sebbene non manchino nel mondo occidentale associazioni che, pur con un esiguo numero di aderenti, dichiarano espressamente di volere resuscitare la fede del paganesimo antico, il termine “neopaganesimo”, emerso negli ultimi decenni – e non solo in ambito cristiano – si riferisce più genericamente agli atteggiamenti tipici di una società secolarizzata, caratterizzata dall’abbandono dei valori etici tradizionali.