Infarto
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3. Terapia

L’incidenza di mortalità per arresto cardiaco è massima nelle prime ore dopo l’infarto, nelle quali possono sopraggiungere eventuali complicazioni. Di conseguenza, l’infartuato deve al più presto essere sottoposto a terapia di rianimazione e assistito nella cosiddetta unità coronarica, ossia in un reparto ospedaliero specializzato, dotato di attrezzature sofisticate e personale appositamente addestrato.

In caso di fibrillazione si procede con defibrillatore per riportare entro valori di normalità il battito cardiaco, controllato mediante elettrocardiogramma. Si somministrano di solito anche alcuni farmaci, tra i quali: composti antidolorifici, come la morfina, per lenire l’intensità del dolore; farmaci antiaritmici e beta-bloccanti, per regolarizzare il battito cardiaco; composti fibrinolitici e acido acetilsalicilico, per sciogliere eventuali coaguli di sangue e facilitare la circolazione.

L’infartuato, superata la crisi, deve sottoporsi a un periodo di riposo a letto di circa una settimana; può quindi lentamente riprendere una certa attività fisica e, infine, condurre una vita normale. Risultano però necessarie abitudini di vita che non comportino affaticamento eccessivo del cuore: un costante controllo del peso corporeo, l’astinenza dal fumo e dagli alcolici e, in molti casi, l’assunzione di farmaci beta-bloccanti. Negli ultimi decenni, grazie a una maggiore tempestività delle cure agli infartuati e alla scoperta di farmaci efficaci, la mortalità per infarto miocardico acuto dei pazienti ricoverati è stata portata dal 30% a meno del 15%.