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Teratogeno
1. Introduzione

Teratogeno Sostanza in grado di modificare o alterare il normale sviluppo del feto. Il potenziale teratogeno di una sostanza è una forma di tossicità; in senso stretto, si dovrebbe distinguere fra potenziale embriotossico e teratogeno, a seconda che l’agente esplichi la sua azione a livello embrionale (ossia nelle prime fasi dello sviluppo ontogenetico) o a livello fetale.

2. Effetti embriotossici e teratogeni

L’effetto teratogeno di una sostanza, presente nell’ambiente o assunta dalla madre durante la gravidanza, può essere di diverso tipo, secondo la fase di sviluppo in cui si trova l’embrione. Se l’esposizione alla sostanza avviene molto precocemente nella gestazione, quando l’embrione si trova ancora alla stadio di blastula o di gastrula e deve ancora impiantarsi nell’utero, l’azione di tale sostanza è in genere embriotossica e, impedendo l’annidamento dell’embrione, ne causa la morte. Nell’uomo il periodo in cui un teratogeno può determinare questa azione embrioletale corrisponde a circa tre settimane dalla fecondazione.

Se l’esposizione alla sostanza avviene nel successivo periodo di organogenesi (che nell’uomo è compreso fra le tre e le otto settimane di gestazione), in cui nell’embrione si formano gli abbozzi degli organi, l’effetto può consistere nella morte dell’embrione oppure nell’insorgenza di anomalie strutturali degli organi stessi (malformazioni vere e proprie). Se l’esposizione dell’embrione all’agente tossico è più tardiva, e coinvolge l’istogenesi (formazione dei singoli tessuti), gli effetti teratogeni possono consistere in ritardi nello sviluppo, deficit funzionali, insorgenza di masse tumorali; in particolare, se sono colpiti il sistema nervoso o quello immunitario, gli effetti teratogeni possono proseguire anche per molto tempo, dato che tali sistemi continuano il loro sviluppo anche dopo la nascita.

3. Test di teratogenicità

Indagini sul potere embriotossico o teratogeno di un determinato composto possono essere effettuate mediante specifici test su animali da laboratorio. In genere, sono molto impiegati a questo scopo i topi, i ratti e i conigli, specie delle quali sono ben conosciuti i tassi di teratogenesi spontanea. Dopo l’accoppiamento, eseguito in condizioni controllate, in modo che il decorso della gravidanza possa essere seguito fin dall’inizio, viene somministrata alle femmine gravide la sostanza in esame, in tempi che variano in base alla specie da laboratorio utilizzata. A un gruppo di femmine viene applicata una dose elevata (calcolata dopo avere eseguito test di tossicità subcronica); a un secondo gruppo viene invece somministrata una dose più lieve che, nel caso di un farmaco, corrisponde a quella che si ritiene possa essere la dose terapeutica per l’uomo.

Vi è poi un gruppo di animali di controllo, ai quali la sostanza non viene somministrata, su cui si possono verificare i fenomeni di teratogenesi spontanea. Durante tutto il corso della gravidanza viene monitorato l’andamento del peso corporeo e lo stato di salute degli animali; il giorno prima del parto le femmine vengono sacrificate, in modo da procedere all’esame dei feti e delle ovaie.

4. Il caso di Minamata e del talidomide

Un gruppo di composti di cui è nota l’azione teratogena è quello degli inquinanti ambientali (ad esempio, mercurio, erbicidi e defolianti) e dei farmaci. In particolare, il potenziale teratogeno del mercurio emerse verso l’inizio degli anni Settanta del Novecento in Giappone, nella baia di Minamata, un paese di pescatori la cui dieta era prevalentemente a base di pesce. Alcune industrie scaricavano nelle acque della baia mercurio-alchile (un composto particolarmente tossico, in grado di attraversare la barriera placentare), contaminando il pesce; fra le gestanti che si nutrirono delle loro carni si riscontrò un forte aumento dell’incidenza di neonati affetti da microcefalia, sindrome di Down, alterazioni dello scheletro e gravi disturbi psichici (vedi Minamata).

Un altro caso che mise in evidenza l’effetto teratogeno che alcuni farmaci possono avere fu quello del talidomide, rimedio che, verso la fine degli anni Cinquanta, essendo considerato un blando sedativo, veniva consigliato alle gestanti come sonnifero e per controllare la nausea; il suo impiego, però, causò un notevole aumento dell’incidenza di focomelia.