| Velocità della luce | Articolo | ||||
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| 2. | Velocità infinita o finita? |
La comprensione dei meccanismi di propagazione della luce e la determinazione del valore della sua velocità sono stati ampiamente studiati e dibattuti a iniziare dal XVI secolo, fino ai primi del Novecento. L’interrogativo fondamentale era se la luce si propagasse istantaneamente, o se fosse caratterizzata da una velocità di propagazione finita.
Nel Seicento cominciò a prendere il sopravvento la seconda ipotesi e in particolare, con il lavoro di Christiaan Huygens, si arrivò a formulare una teoria ondulatoria della luce, che si sarebbe dovuta propagare in forma di vibrazioni longitudinali di un mezzo impalpabile ed elastico, l’etere cosmico, che avrebbe dovuto riempire tutto lo spazio.
Con alterne vicende e varie modifiche, la teoria dell’etere cosmico sopravvisse fino alla fine dell’Ottocento, quando l’esperimento di Michelson e Morley ne confutò l’esistenza, misurando un valore per la velocità della luce che non dipendeva dalla posizione dell’osservatore.
L’esperimento costituì il punto di partenza per la formulazione, all’inizio del Novecento, della teoria della relatività a opera di Albert Einstein. Nella teoria della relatività, la velocità della luce svolge un ruolo cruciale: il secondo postulato della teoria, infatti, afferma che, per qualsiasi osservatore, la luce si propaga nel vuoto con velocità costante c, indipendentemente dal moto dell’osservatore e della sorgente, e che tale velocità è la più alta velocità fisicamente ammissibile.