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| 3. | Cultura e civiltà |
In questa accezione, il termine aveva acquisito tuttavia un significato decisamente aristocratico. Nel XVII secolo la cultura era una caratteristica dell'uomo dell'alta società, fine conoscitore delle norme e delle usanze formali del 'mondo civile'. I più acuti tra gli illuministi (primo fra tutti Jean-Jacques Rousseau) ritennero che questo concetto di civiltà, aristocratico e formale, non poteva esaurire tutte le forme di 'coltivazione' dell'animo umano, cioè di elevazione dell'uomo al di sopra del livello puramente animale.
Nacque così una coppia concettuale che ebbe grande fortuna fino al XX secolo (venne ripresa, tra gli altri, da Friedrich Nietzsche e da Oswald Spengler), quella che contrappone cultura a civiltà, dove quest’ultima rappresenterebbe lo stadio finale del processo di acculturazione, quello stadio in cui le acquisizioni spirituali si sedimentano in regole formali ed esteriori. La cultura è invece lo stato antropologico originario, vale a dire la capacità di creare prodotti dello spirito. È in questa accezione che il termine viene inteso dall'antropologia culturale, che studia appunto le culture, non solo quelle primitive.