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| 2. | L’anima nella filosofia antica |
Il greco Platone intendeva l’anima come una realtà spirituale e distinta da quella dei corpi, secondo una prospettiva dualistica destinata a fondare una lunga tradizione. L’anima, per Platone, preesiste ai corpi ed è immortale, in quanto partecipa del mondo delle idee, ossia delle verità eterne; nel dialogo Fedone l’anima è presentata come prigioniera del corpo; nel Fedro è raffigurata in maniera simbolica e mitica come un cocchio alato guidato da un auriga e da due destrieri, uno “nobile e buono, e di buona razza”, l’altro “tutto il contrario […] di razza opposta”.
Fuori della metafora mitica, l’anima è intesa da Platone come tripartita, divisa cioè in una parte razionale, una parte volitiva e una parte concupiscibile, così come appare tripartita la città ideale da lui descritta nella Repubblica: i filosofi o governanti corrispondono alla parte razionale, i guerrieri a quella volitiva, i lavoratori a quella concupiscibile. Nel Timeo, poi, Platone teorizza un’anima del mondo, concependo lo stesso cosmo come un grande animale; tale nozione sarà ripresa dal neoplatonismo e dalle filosofie naturalistiche del periodo rinascimentale.
Al dualismo platonico si oppone la concezione più unitaria di Aristotele, per il quale l’anima non è una realtà distinta e opposta al corpo (destinata dunque a sopravvivergli), ma si riferisce a esso così come la forma si unisce alla materia all’interno dell’unica sostanza individuale. Aristotele propone inoltre una divisione funzionale dell’anima, distinguendo un’anima vegetativa, che presiede alle funzioni nutritive e legate alla generazione, un’anima sensitiva, che presiede alle attività sensitive e legate alla locomozione, e un’anima razionale: se le prime due sono tipiche anche dei vegetali e degli animali, la terza, che è all’origine della conoscenza, è propria solo dell’uomo.
Nella filosofia del cristianesimo si riproporranno in forma rinnovata i problemi dell’immortalità dell’anima e del suo rapporto con il corpo. Agostino accentua il carattere personale e individuale dell’anima umana, che assume nella sua riflessione, indubbiamente influenzata da Plotino, i contorni della coscienza interiore; Tommaso d’Aquino riprenderà la dottrina aristotelica dell’anima come forma del corpo, conciliandola con la concezione cristiana della sua immortalità.