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Coscienza (filosofia)
1. Introduzione

Coscienza (filosofia) Termine che in filosofia possiede una varietà di significati, tra i quali se ne possono distinguere due principali, l’uno in senso etico, l’altro in senso epistemologico. Il primo significato riguarda la coscienza morale (ciò che si intende, comunemente, per “voce della coscienza”), intesa come capacità di distinguere il bene dal male e di giudicare riguardo alle azioni; questo significato si fa strada con san Paolo e diverrà importante per tutto il pensiero cristiano. Il secondo significato, prevalente nel pensiero moderno, riguarda la consapevolezza che il soggetto conoscente ha del suo oggetto e di se stesso.

2. La coscienza come interiorità

All’origine dei diversi significati del termine “coscienza” è l’accentuazione del valore dell’interiorità in contrapposizione all’esteriorità, le cui premesse si possono scorgere nel pensiero greco, ma che troverà ampio svolgimento solo dopo l’avvento del cristianesimo.

Avviata dall’invito di Socrate a una conoscenza di se stessi e dalla concezione platonica del “dialogo dell’anima con se stessa”, la scoperta di una dimensione interiore come dimensione privilegiata dell’indagine filosofica si intravede nello stoicismo e nel suo ideale del “saggio” (come colui che vive distaccato dalle cose esteriori) e diventa un’acquisizione definitiva per la filosofia con il pensiero di Plotino, il quale dà ampio risalto al motivo del “ritorno a se stesso” e alla propria interiorità.

Questo motivo fu ripreso da Agostino, che lo ripensò alla luce del messaggio spirituale del cristianesimo; a lui si deve la celebre formulazione: “Non uscire da te, ritorna in te stesso, nell’interno dell’uomo abita la verità”. Distogliendosi dalle cose esteriori, l’anima ritrova infatti, nella propria interiorità rischiarata da un’illuminazione divina, quella Verità che coincide con lo stesso logos o parola di Dio.

3. La coscienza nel pensiero moderno

Nella filosofia moderna il problema della coscienza acquista uno specifico rilievo nella riflessione legata all’epistemologia. A partire dal filosofo francese Cartesio, la coscienza designa l’io e l’attività del pensiero, quale è all’origine delle diverse idee. L’impossibilità di riferirsi a cose esterne al di là di quelli che sono i contenuti della coscienza è teorizzata da David Hume, il quale arrivò a ritenere inconfutabile il solipsismo.

Il filosofo tedesco Immanuel Kant distinse fra “coscienza empirica”, diversa per ogni uomo, e “coscienza in generale”, la cui struttura è identica in tutti gli uomini. Quest’ultima è anche intesa come “autocoscienza”, come la pura coscienza che l’io ha di sé e che è la condizione di ogni conoscenza empirica; con Johann Fichte essa diventa un principio infinito, nella cui attività la filosofia dell’idealismo tedesco tende a risolvere tutta la realtà. Nella sua Fenomenologia dello spirito, G.W.F. Hegel intese ripercorrere l’itinerario ideale attraverso cui la coscienza supera ogni grado di alterità rispetto ai suoi oggetti, per scoprirsi in definitiva come autocoscienza e spirito universale.

Il problema della coscienza ritorna in molteplici orientamenti della filosofia contemporanea, come nel pensiero di Henri Bergson, che ne indaga la durata temporale, oppure nella fenomenologia di Edmund Husserl, che ne studia il carattere di intenzionalità.