| Coscienza (filosofia) | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 3. | La coscienza nel pensiero moderno |
Nella filosofia moderna il problema della coscienza acquista uno specifico rilievo nella riflessione legata all’epistemologia. A partire dal filosofo francese Cartesio, la coscienza designa l’io e l’attività del pensiero, quale è all’origine delle diverse idee. L’impossibilità di riferirsi a cose esterne al di là di quelli che sono i contenuti della coscienza è teorizzata da David Hume, il quale arrivò a ritenere inconfutabile il solipsismo.
Il filosofo tedesco Immanuel Kant distinse fra “coscienza empirica”, diversa per ogni uomo, e “coscienza in generale”, la cui struttura è identica in tutti gli uomini. Quest’ultima è anche intesa come “autocoscienza”, come la pura coscienza che l’io ha di sé e che è la condizione di ogni conoscenza empirica; con Johann Fichte essa diventa un principio infinito, nella cui attività la filosofia dell’idealismo tedesco tende a risolvere tutta la realtà. Nella sua Fenomenologia dello spirito, G.W.F. Hegel intese ripercorrere l’itinerario ideale attraverso cui la coscienza supera ogni grado di alterità rispetto ai suoi oggetti, per scoprirsi in definitiva come autocoscienza e spirito universale.
Il problema della coscienza ritorna in molteplici orientamenti della filosofia contemporanea, come nel pensiero di Henri Bergson, che ne indaga la durata temporale, oppure nella fenomenologia di Edmund Husserl, che ne studia il carattere di intenzionalità.