Idea
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2. Le idee in Platone

Secondo Platone, le diverse realtà empiriche percepibili dai sensi sono solo imitazioni imperfette delle idee eterne, ossia di forme essenziali e invarianti che costituiscono i modelli, o paradigmi, di tutto il reale. Il mondo sensibile partecipa solo imperfettamente del mondo delle idee, che rappresenta, sul piano dell’unità e del vero essere, ciò che nell’esistenza sensibile si presenta disperso in maniera molteplice e soggetta al continuo divenire. Così, ad esempio, alle molteplici cose più o meno belle, alle azioni più o meno giuste si contrappone, sul piano del mondo delle idee, la bellezza in sé, la giustizia in sé; noi possiamo d’altronde giudicare una cosa come bella o un’azione come giusta solo perché l’anima ha un ricordo di quelle idee che ha contemplato precedentemente alla sua unione con il corpo.

Le idee, pertanto, non sono solo modelli invarianti delle realtà empiriche, ma anche criteri di giudizio che ci consentono di conoscerle. Platone distingue tre gruppi di idee: le idee matematiche (l’uno, il numero, l’uguaglianza, il triangolo in sé), le idee di valore (il bene, il giusto, il bello in sé), le idee delle cose naturali e artificiali (l’idea di uomo, di letto).

Riguardo alle idee matematiche, Platone osserva che uno studioso di geometria, quando analizza, ad esempio, le proprietà di un triangolo, non si riferisce certo alla figura che disegna (sempre approssimativa), ma a una forma perfetta e invariante, identica a se stessa nelle sue proprietà essenziali, di cui i singoli triangoli appaiono solo come semplici copie. L’esigenza che la scienza si riferisca a una realtà stabile e permanente per conseguire verità assolute, giustifica il tentativo platonico di estendere questa considerazione anche allo studio delle idee di valore, che sono oggetto della dialettica in quanto disciplina filosofica più alta delle stesse scienze matematiche.

Questa teoria, che concepisce le idee come oggetti dotati di esistenza autonoma, distinti sia dal pensiero sia dalle cose empiriche, fu criticata ampiamente da Aristotele, ma verrà ripresa e rielaborata, al termine della parabola del pensiero antico, da Plotino: questi intenderà le idee come esistenti nell’intelletto divino. Da qui la concezione delle idee passerà al pensiero cristiano e in particolar modo ad Agostino, il quale finisce per interpretarle come le forme immutabili di tutte le cose, eternamente presenti nel logos divino che costituisce la seconda persona della Trinità divina.