Ritratto
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Ritratto
3. Cenni storici

Le origini della ritrattistica risalgono alla preistoria: già i sarcofagi e le maschere funebri dei faraoni costituiscono esempi di ritratti, seppur stilizzati. Il viso era rappresentato in modo abbastanza aderente al vero, affinché nell’oltretomba il defunto potesse riconoscere il proprio corpo (vedi Arte egizia). Forme di ritratto erano presenti anche presso le civiltà assira e babilonese.

1. Grecia e Roma

Ritratti individuali fisionomici, che riproducessero l’aspetto esteriore del modello e ne suggerissero anche la psicologia, compaiono forse per la prima volta nell’arte greca, con lo scultore Lisippo (IV secolo a.C.). Nell’arte greca i ritratti erano soprattutto statue, busti, oppure bassorilievi posti sui sarcofagi. Le persone che chiedevano di essere ritratte appartenevano a ceti sociali elevati ed erano spinte da motivazioni particolari: i loro ritratti dovevano essere in primo luogo celebrativi. Da cui quello stile eroico che caratterizza le statue dei sovrani ellenistici, colti in atteggiamenti imperiosi e raffigurati quali atletici uomini-dei.

Presso i romani la tendenza aulica si stemperò con un realismo di ascendenza etrusca e italica, dando origine a ritratti più vicini al modello: si affermò la tipologia del personaggio togato o rivestito della leggera corazza (lorica) dei centurioni romani, stante o a cavallo (Marco Aurelio, Musei Capitolini, Roma). L’effigie di un antenato adornava di frequente i monumenti funebri; fino al Rinascimento, inoltre, fu consuetudine ritrarre i sovrani sulle monete (vedi Numismatica).

2. Impero bizantino

L’arte bizantina produsse numerosi ritratti idealizzati degli imperatori, con le loro mogli e alti dignitari di corte, eseguiti a mosaico. Nelle decorazioni delle basiliche compaiono spesso immagini dei sovrani in atteggiamento ieratico, rappresentati frontalmente, a figura intera, o, talvolta, inginocchiati a fianco di Cristo e della Madonna (mosaico di Giustiniano e Teodora, Basilica di San Vitale, Ravenna). I loro volti non presentano tratti fisionomici caratterizzanti, bensì esprimono tutta la dignità e il contegno che si addicono a monarchi attenti e ispirati.

3. L’Occidente medievale

Anche nei territori non soggetti a Bisanzio, in Occidente la ritrattistica fu genere riservato a papi, imperatori e re. Per questa committenza le raffigurazioni non dovevano essere realistiche, ma piuttosto dichiarare immediatamente il ruolo politico e religioso dei personaggi rappresentati. I soggetti potevano essere riconosciuti attraverso attributi specifici e distintivi: ad esempio, l’imperatore teneva spesso in una mano una sfera (il globo terrestre) e nell’altra lo scettro, e aveva la corona in capo. Il ritratto era ancora quindi essenzialmente simbolico e celebrativo.

4. Umanesimo e Rinascimento

Alla fine del Medioevo, in Occidente si andò gradatamente affermando nel ritratto una tendenza naturalistica. Già dal XIII secolo si erano rinnovate le tipologie della scultura funebre: i defunti, personaggi sempre di rango elevato, venivano ritratti realisticamente in statue a tutto tondo distese (gisant) o in piedi sopra i sarcofagi. Nella pittura, le maggiori innovazioni si erano avute con Giotto, che nella Cappella degli Scrovegni lasciò un importante ritratto del committente dei suoi affreschi.

Fu comunque con l’Umanesimo e il Rinascimento che si impose una concezione naturalistica e individualizzante del ritratto, inteso quale raffigurazione fedele del carattere e dell’aspetto del soggetto. Artisti quali i pittori Piero della Francesca, Masaccio, Pollaiolo, Botticelli, Dürer, Cranach e gli scultori Verrocchio e Laurana si dedicarono, pur con stili molto diversi, al genere del ritratto, sentito ora come forma d’arte pienamente autonoma. Tra le tipologie di maggiore successo, si distinse quella del ritratto di profilo su tavola, che divenne una vera moda tra i principi europei. A partire dal Rinascimento la ritrattistica ebbe larghissima diffusione anche tra la nuova borghesia imprenditoriale e gli intellettuali delle corti: mercanti, banchieri, letterati e filosofi commissionarono il proprio ritratto, da tramandare ai discendenti o da esibire nelle loro dimore.

I pittori cominciarono anche a lasciare autoritratti, sia in opere singole sia inseriti in composizioni più complesse (nella Scuola di Atene, nelle Stanze Vaticane, Raffaello volle dare le sue fattezze a uno dei personaggi rappresentati). Allo stesso modo, continuando un uso bassomedievale, signori e potenti fecero introdurre il loro ritratto in dipinti di soggetto sacro (spesso pale d’altare) o d’argomento storico (esemplare il caso dei membri della famiglia Medici che compaiono nell’Adorazione dei Magi di Botticelli, conservata agli Uffizi di Firenze).

Il ritratto divenne un genere sul quale gli artisti compivano interessanti sperimentazioni. La sottile ed enigmatica caratterizzazione psicologica dei dipinti di Leonardo, le delicate composizioni di Raffaello, i colori e il taglio dei ritratti di Tiziano (a tre quarti con mani in primo piano; a cavallo), così come le opere di Tintoretto, Veronese, Lotto costituirono capisaldi nello sviluppo della ritrattistica, imitati e rielaborati dai pittori delle generazioni successive.

5. Manierismo e Barocco

Tra i maggiori ritrattisti manieristi furono il Pontormo, Bronzino, il Parmigianino, celebri per le figure sinuose ed eleganti dei loro dipinti, la cura per i dettagli (particolari dell’abbigliamento, stoffe, pellicce, gioielli) e per la capacità introspettiva messa in atto nella rappresentazione. Tra il XVI e il XVII secolo la tipologia del ritratto si arricchì con le esperienze dei fiamminghi Rubens, Van Dyck, Rembrandt, Vermeer, dello spagnolo Velázquez, ritrattista ufficiale della corte di Filippo IV, degli italiani Annibale Carracci, Guercino e, nel campo della scultura, di Gian Lorenzo Bernini e Alessandro Algardi.

Il trionfo dello stile barocco si manifestò nell’accento naturalistico (si pensi all’apparente spontaneità di atteggiamenti ed espressione che contraddistingue i busti di Bernini), nella drammaticità della rappresentazione (colpisce lo sguardo profondo dei soggetti, colti in ambienti cupi o addirittura su fondo neutro nero, soli o in gruppo), nel movimento, nei sovrasensi allegorici.

6. Settecento e Ottocento

Nell’ambiente opulento delle corti settecentesche europee il genere del ritratto trovò terreno fecondo in cui svilupparsi. In Francia, la moda dell’ambientazione arcadica e del travestimento mitologico prese corpo in vaporose raffigurazioni rococò, in allegorie e leziosi ritratti di tono raffinato e galante (si pensi all’opera di François Boucher, Hyacinthe Rigaud, Jean-Antoine Watteau). In Inghilterra emersero le diverse personalità di Thomas Gainsborough, che amava inserire i soggetti ritratti in paesaggi naturali, e Joshua Reynolds, ricercato per le composizioni di tono aulico e le trasfigurazioni in chiave letteraria, fantastica o classicheggiante dei personaggi rappresentati.

Tra gli artisti italiani, la tendenza idealizzante – interpretata ad esempio dal ritrattista più richiesto dai viaggiatori del Grand Tour, Pompeo Batoni – si mitigò nel tono intimistico dei pastelli di Rosalba Carriera, si stemperò nella verità umana dei ritratti di Fra Galgario, fu decisamente eclissata dal realismo, nutrito di partecipazione morale, di Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto.

Tra il XVIII e il XIX secolo il nitore e la purezza delle linee dello stile neoclassico informarono, accanto alla pittura ufficiale e “pubblica”, anche il genere ritrattistico, di grande successo presso l’elegante borghesia europea: il francese Jacques-Louis David rappresentò nei soggetti ritratti la serena consapevolezza del proprio ruolo sociale e della dignitosa semplicità della propria vita privata, mentre è ancora la retorica ufficiale dei fasti napoleonici e l’intento celebrativo a dettare il tono dei ritratti di Andrea Appiani.

La massima espressione dell’idealizzazione classica si ebbe tuttavia nella scultura di Antonio Canova, autore di raffinatissimi ritratti marmorei in chiave mitologica (famosa la sua Paolina Borghese rappresentata come Venere vincitrice): le sue sculture e i suoi monumenti funerari furono modelli per Bertel Thorvaldsen e Lorenzo Bartolini.

Su un versante totalmente opposto si collocano le contemporanee ricerche di artisti quali Géricault e Goya, che operarono una ferma scelta in direzione del realismo e della verità della rappresentazione. Il primo non esitò a ritrarre la deformità e la follia, prendendo a soggetto malati mentali e decapitati; il secondo seppe conferire un timbro di autenticità anche ai ritratti dei sovrani suoi mecenati, rifuggendo da qualsiasi edulcorazione celebrativa.

Lo spirito eroico e il gusto per l’esotico della pittura romantica si tradussero nel campo del ritratto in pose studiate, atteggiamenti eloquenti, sguardi intensi: Francesco Hayez a Milano lasciò testimonianza visiva di un’epoca e di una classe, con i colori nitidi e la penetrazione psicologica dei suoi dipinti. In Francia, al realismo delle opere di Gustave Courbet fece riscontro la satira delle caricature di Honoré Daumier, mentre gli ultimi decenni del secolo furono dominati dalle figure di Toulouse-Lautrec e degli impressionisti (Monet, Degas, Renoir), che infransero i canoni della pittura tradizionale anche nel genere ritrattistico, cogliendo il gesto caratterizzante, l’espressione più spontanea dei loro soggetti, calati in situazioni e contesti quotidiani, non più ritratti nell’ambiente artificiale di uno studio.

Van Gogh, con i suoi autoritratti, dimostrò le straordinarie possibilità espressive dei contrasti di colore, delle pennellate violente, dei tagli estranei a ogni prospettiva lineare. In Italia, le esperienze dei macchiaioli e degli scapigliati proseguirono nella direzione dello sfaldamento della forma, introducendo varianti “regionali” sulle conquiste impressioniste.

7. Il XX secolo

Con l’avvento delle avanguardie novecentesche, il ritratto subì la stessa radicale messa in discussione che investì ogni approccio artistico alla rappresentazione del reale. Caddero anche le ultime limitazioni nella scelta dei soggetti, come pure qualsiasi uniformazione a imperativi accademici. La scomposizione dei volumi promossa dal cubismo investì in egual misura gli elementi inanimati quanto la figura umana; gli espressionisti (sulla scia del norvegese Edvard Munch) esplorarono l’angoscia nascosta nei tratti dei volti e negli occhi allucinati delle persone vicine, familiari e amici.

Nell’ambito del futurismo, Umberto Boccioni trasformò l’immagine della madre in una serie di visioni rifrante in prismi fissi e in movimento, facendo di fatto dimenticare la valenza referenziale del ritratto (lontanissimi da questo punto di vista furono i contemporanei fautori del “ritorno all’ordine” della corrente Novecento). Negli stessi anni, in Germania si affermava la Nuova Oggettività, che proponeva una trascrizione del dato figurativo tanto lucida, neutra e fredda da apparire irreale.

Nella seconda metà del secolo, due interpretazioni innovative e chiaramente contrastanti del genere ritrattistico furono quelle dell’artista britannico Francis Bacon, i cui volti deformati e sfuocati si riducono ad apparizioni inquietanti, e quelle dello statunitense Andy Warhol, che abbattè uno degli ultimi tabù dell’arte, quello cioè della sua non riproducibilità, replicando in modo meccanico e quindi potenzialmente illimitato ritratti di personaggi famosi (Marilyn Monroe, Liz Taylor, Elvis Presley).