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Partito conservatore britannico

Partito conservatore britannico Partito politico britannico, formatosi negli anni Trenta del XIX secolo durante il processo di riorganizzazione del movimento Tory intrapreso da Robert Peel. Dopo la riforma elettorale del 1832 (Reform Bills)– che, ristrutturando le circoscrizioni, diede maggior peso elettorale alle aree urbane e industrializzate del paese, a svantaggio delle zone rurali controllate da pochi proprietari terrieri – il Partito conservatore divenne, con il Partito liberale (erede a sua volta della tradizione Whig), il maggior protagonista della vita politica britannica. Con il Manifesto di Tamworth (1834), adottò una linea politica di riforme graduali, in seguito sviluppata e definita da Benjamin Disraeli tory democracy (“democrazia conservatrice”).

I conservatori, sostenitori di riforme sul piano interno e difensori degli interessi e del prestigio dell’impero britannico in ambito internazionale, si opposero all’autonomia dell’Irlanda (vedi Home Rule), guadagnandosi il sostegno della regina Vittoria.

Sconfitti nel 1906 dai liberali, i conservatori parteciparono, durante la prima guerra mondiale, ai governi di coalizione guidati prima da Herbert Henry Asquit e poi da David Lloyd George; furono protagonisti della politica britannica durante gli anni Venti e Trenta, con Stanley Baldwin e Arthur Neville Chamberlain, la cui politica di appeasement (pacificazione) nei confronti delle dittature tedesca e italiana non evitò lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Dopo la clamorosa sconfitta elettorale di Winston Churchill nel 1945, i conservatori tornarono al potere nel 1951 (con lo stesso Churchill), restandovi fino al 1964. Sul piano internazionale, i conservatori portarono a compimento lo smantellamento delle colonie; sul piano interno, pur continuando a ispirarsi ai valori dell’impresa privata e del libero mercato, conservarono il sistema dello stato sociale impiantato nel dopoguerra dai laburisti e ampiamente condiviso dalla maggioranza della popolazione britannica. Sconfitti dai laburisti di Harold Wilson, i conservatori tornarono al potere nel 1970 con Edward Heath, che nel 1972 portò la Gran Bretagna nella Comunità Europea (oggi Unione Europea).

A partire dal 1975, sotto il comando di Margareth Thatcher, il Partito conservatore lanciò una strategia radicalmente neoliberista, rivolta al totale disimpegno dello stato nell’economia e al massimo ridimensionamento dello stato sociale. Ininterrottamente al potere dal 1979 al 1997, prima con la Thatcher (fino al 1990), poi con John Major, i conservatori attuarono una vigorosa politica di privatizzazioni, che trasformò profondamente la Gran Bretagna, costruendo le condizioni per un forte sviluppo economico che favorì soprattutto le classi sociali più alte, mentre la drastica diminuzione dei servizi sociali e la deregolamentazione del mercato del lavoro colpì duramente quelle più basse. Perso il consenso della popolazione, il Partito conservatore subì una clamorosa disfatta nel 1997, entrando in una profonda crisi da cui non si è tuttora ripreso. Da quell’anno si sono avvicendati alla guida del partito quattro diversi leader, l’ultimo dei quali è David Cameron (dal 2005).