Accademia dell’Arcadia
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Accademia dell’Arcadia
2. Il ritorno alla semplicità

Ben presto l’Accademia assunse carattere nazionale e le sedi fuori Roma furono chiamate “colonie”. Entrarono a far parte dell’Accademia filosofi, storici e scienziati appartenenti alla scuola galileiana. Comune a tutti i poeti fu il desiderio di opporsi all’artificiosità della poesia di Giambattista Marino e dei suoi seguaci in nome di un ritorno al classicismo e di un razionalismo derivante dalla filosofia di Cartesio. I nuovi parametri ideali per l’opera artistica erano semplicità, senso della misura e amore per la grazia.

Queste esigenze ebbero origine dal confronto con la letteratura francese contemporanea, egemone nel panorama culturale europeo, che si proponeva come “classica” e “razionale” in opposizione alle letterature spagnola e italiana dominate dal “cattivo gusto” del barocco. Lo spirito di difesa culturale degli intellettuali italiani favorì la formazione della prima vera Accademia italiana nazionale, che dominò il gusto poetico nella penisola per tutta la prima metà del Settecento.

Presto si profilarono due tendenze all’interno dell’Accademia: quella di Gian Vincenzo Gravina, il “legislatore” dell’Arcadia, che aveva come modelli Dante e Omero, e quella più moderata di Giovan Mario Crescimbeni, il primo “custode”, che preferiva riferirsi al petrarchismo e a Gabriello Chiabrera. Il dissidio portò Gravina a staccarsi dalla sede centrale e a fondare, nel 1711, l’Accademia dei Quiriti.

Il più importante esponente dell’Accademia dell’Arcadia nel Settecento fu Pietro Metastasio, famoso in tutta Europa per i suoi melodrammi; altri autori furono Giambattista Felice Zappi (1667-1719), Carlo Innocenzo Frugoni, Eustachio Manfredi (1674-1739), Paolo Rolli, Aurelio Bertola de’ Giorgi.