| Filosofia del linguaggio | Articolo | ||||
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| 2. | Antichità e Medioevo |
Nell’antichità il problema più dibattuto fu quello dell’origine convenzionale o naturale del linguaggio: per i fautori della prima soluzione (ad esempio il filosofo greco Democrito), le parole sono frutto della convenzione fra gli uomini e del bisogno di denotare gli oggetti utili alla vita; per i fautori della concezione opposta il rapporto fra la parola e la cosa è naturale, sia che tale naturalità venga intesa ingenuamente come somiglianza fisico-fonetica fra il segno linguistico e un determinato oggetto, sia come corrispondenza fra il discorso umano da un lato e l’ordine oggettivo della realtà dall’altro.
Nel Cratilo, Platone critica tanto il convenzionalismo quanto il naturalismo nella prima accezione e, pur senza pervenire a una soluzione positiva, imposta la riflessione sul linguaggio secondo una prospettiva che sarà proseguita in altri dialoghi, in particolare nel Sofista. In quest’opera, al rapporto di semplice denominazione fra un nome isolato e una cosa si sostituisce il problema della proposizione (o enunciato) che istituisce un nesso fra due concetti e in cui soltanto si pone l’alternativa di vero e falso. La piega logica conferita da Platone alla riflessione del linguaggio sarà approfondita da Aristotele e proseguita originalmente dai filosofi stoici. A questi ultimi si deve una prima dottrina del significato: fra il nome e la cosa, che sono entrambe realtà corporee, fa da intermediario il significato (lektón), che è una rappresentazione mentale di natura incorporea.
I problemi della filosofia del linguaggio furono ampiamente dibattuti nell’età medievale, specialmente in relazione alla logica e alla grammatica, e conobbero sviluppi sia l’analisi della natura dei segni linguistici sia la teoria del significato, ricevendo impulso soprattutto da parte dei sostenitori del nominalismo. Di particolare rilievo è la riflessione di Guglielmo di Occam, il quale svolge una teoria della “supposizione”, cioè del potere significativo di un termine in rapporto agli altri termini della proposizione: uno stesso nome, ad esempio “uomo”, ha significati differenti in proposizioni come “un uomo corre” oppure “uomo è un nome”.